Pennabilli: un caso di rigenerazione urbana in un piccolo centro dell’Appennino

Luana Zamponi

Negli ultimi decenni, i temi del recupero e della valorizzazione degli spazi residuali della città, e della rigenerazione urbana, associata all’innovazione sociale, si sono imposti nel senso comune, come nel dibattito politico. Il recupero degli spazi, attraverso il cambiamento della loro funzione originaria, rappresenta non solo una pratica bottom-up sempre più diffusa, ma anche uno dei pochi strumenti a disposizione delle città per rivitalizzare il tessuto sociale e generare delle soluzioni innovative, a basso costo, alle molteplici sfide di fronte alle quali esse si trovano.
Sfide riconducibili alle grandi trasformazioni – profondamente intrecciate e interconnesse – che hanno segnato l’inizio del nuovo millennio: gli effetti sempre più evidenti della crisi ambientale; quelli del sopraggiungere di una crisi economica inattesa, pesante e perdurante, che investe profondamente la sfera sociale, evidenziando il deterioramento dei sistemi di welfare; infine, la crisi dello spazio pubblico che riflette, amplifica ed espande questi fenomeni.

Alla ricerca di un nuovo paradigma per le politiche urbane. La rigenerazione urbana mette in profonda crisi le consuetudinarie pratiche di trasformazione urbana, declinate in termini di espansione, dispersione, sprawl insediativo, imponendo come prioritari, invece, i principi del contenimento del consumo di suolo e la valorizzazione del patrimonio esistente, nella prospettiva della ri-densificazione urbana e della restituzione della qualità e del valore – in termini sociali, ambientali, economici e produttivi – alle ampie parti di territorio abbandonate.
Si tratta di pratiche che si sono affermate, diffuse e consolidate nel corso del Novecento, quando –cioè – l‘industrializzazione ha imposto interventi di adeguamento del sistema urbano funzionali alle proprie esigenze, determinando una crescita incontrollata, basata su una frettolosa infrastrutturazione, che ha prodotto non solo un abnorme dispendio di suolo, ma anche l’assenza di servizi, la marginalizzazione degli spazi pubblici, e soprattutto un incremento smisurato della mobilità privata dalle aree della dispersione residenziale verso le zone centrali della città – sempre più separate – dove sono collocati i luoghi del lavoro, dei servizi, dell’istruzione, dello svago e del consumo.
Il tema sella separazione nella città industriale e post-industriale, tuttavia, non riguarda solo la dimensione fisico-spaziale; questa, infatti, si riflette pesantemente nell’ambito sociale: alla nuova struttura della città corrisponde una crescente e accentuata stratificazione sociale, che vede da un lato i quartieri benestanti, con infrastrutture, servizi e aree verdi, dall’altro le fabbriche – e oggi i luoghi del consumo – e altrove i quartieri popolari, sempre più degradati, talvolta drammaticamente sovraffollati, talaltra semi-dismessi, e comunque privi di servizi e infrastrutture.
Tuttavia, a fronte di queste pratiche diffuse di urbanizzazione – o sub urbanizzazione – spinte dapprima dai ritmi espansivi della città industriale e poi, negli anni Novanta – in epoca post-industriale – dai processi di finanziarizzazione dell’economia e del settore immobiliare, la riflessione e il dibattito disciplinare in ambito urbanistico avevano già individuato gli enormi limiti di un simile modello di sviluppo e la necessità di perseguire nuovi e diversi obiettivi di governo delle trasformazioni urbane.
Se la prima generazione di piani si era conclusa negli anni ’50 del secolo scorso con la ricostruzione, negli anni ’80 era divenuto chiaro che anche la seconda generazione della pianificazione, intenta a governare la spinta espansione urbana, si sarebbe dovuta concludere, a favore di una terza, nuova stagione, caratterizzata dall’attenzione al miglioramento della qualità della vita urbana, dalla salvaguardia sociale non solo nei centri storici, dal recupero delle aree dismesse, dall’importanza assunta dai temi relativi alla questione ambientale.
È così che uno dei temi emergenti viene individuato nelle periferie: luoghi discriminanti dal punto di vista sociale, trascurati e anonimi, per i quali iniziano ad essere immaginate soluzioni alternative.
Le soluzioni alternative, basate sulla riconversione e riqualificazione urbana a partire proprio dagli spazi dismessi dall’industria, avrebbero dovuto guidare le azioni di trasformazione, contribuendo a ridurre il degrado – fisico, spaziale, economico, sociale e culturale – tra le diverse parti della città e ad attenuare i divari che caratterizzano le città e i territori, e a prefigurare forme d’uso spaziali sostenibili sotto il profilo ambientale.
Tuttavia è in questa fase che si registra lo scollamento maggiore tra la riflessione maturata nell’ambito delle discipline urbanistiche e le reali pratiche di trasformazione urbana: uno scarto che di fatto ha portato – nel nostro paese – alla marginalizzazione del ruolo del piano e del progetto urbanistico.

La crisi economica del 2008 come nuova opportunità. La crisi del 2008, con il suo pesante impatto economico e sociale, mette in luce gli enormi limiti del modello di sviluppo perseguito nei decenni che l’hanno preceduta.
Emerge con forza la necessità di promuovere forme di sviluppo sociale che siano in grado di affiancare alla componente più tradizionale – fisico-spaziale – delle trasformazioni urbane, iniziative volte a incrementare l’integrazione sociale a vantaggio delle categorie socialmente più deboli. Si supera, in altri termini, la declinazione edilizio/urbanistica del riuso e della riqualificazione urbana. Nello specifico, inizia ad avere seguito e ad essere assunto come riferimento il concetto di rigenerazione, cioè una pratica che si propone di integrare la dimensione fisico/immobiliare, agendo sulla caratterizzazione, sull’identità dei luoghi, al fine di recuperare la dimensione collettiva dello spazio per garantire l’integrazione sociale. In altre parole, l’inclusione sociale diviene l’obiettivo primario della rigenerazione; il recupero edilizio, l’investimento in servizi, le opere di urbanizzazione sono promossi perché funzionali alla realizzazione di questo scopo.

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L’antesignana esperienza di Pennabilli. La significatività dell’esperienza in corso a Pennabilli – avviata e promossa con alcuni decenni di anticipo, rispetto alle nuove prospettive che si sono venute delineando nelle pratiche di rigenerazione urbana in tempo di crisi – è notevole.
Coerente con la rilevanza sociale e culturale assunta dalla rigenerazione di luoghi e – soprattutto – volumi edilizi dismessi, a Pennabilli è superata da tempo la dicotomia centro/periferia, che viceversa sembra ancora caratterizzare anche le migliori pratiche di rigenerazione urbana in corso. Gli interventi realizzati, sia pure esito dell’occasionalità rappresentata dalle opportunità che nel corso del tempo si venivano offrendo, investono luoghi centrali, luoghi periferici esterni all’abitato e luoghi addirittura piuttosto remoti rispetto alla cittadina, collocati cioè nelle frazioni. Non solo: l’opposizione qui sembra chiaramente superata, con interventi che chiaramente si propongono di promuovere un itinerario che lega il centro con l’esterno, per poi farvi ritorno attraverso un itinerario alternativo. Se da un lato sembra sottesa l’intenzionalità di esplicitare l’unicità che lega l’abitato urbano al suo intorno rurale, dall’altra sembra volerne dichiarare il valore proprio mediante la piena integrazione e complementarità: è nella transizione da centro a campagna (e viceversa) che entrambe le situazioni trovano significazione.
Il valore della “transizione” a Pennabilli risulta di particolare rilevanza anche sotto altri profili. Sembra infatti essere chiaro il ruolo centrale che può essere svolto dal “margine”, ossia da quegli spazi che non sono più campagna e non sono mai divenuti città. Spazi che, privi di una precisa dimensione funzionale, nel corso del ‘900 sono stati trasformati in “scarti” urbani, e come tali abbandonati, dismessi, destinati al massimo a usi del tutto marginali e in quanto tali occultati all’uso e alla vista. Qui invece – in particolare con l’Orto dei Frutti Dimenticati – a un luogo semi-abbandonato, destinato al massimo ad ospitare un orto, viene riconosciuto il valore di ecotono dalla particolare ricchezza, derivante dalla diversità dei contesti (in questo caso: antropizzato e naturale) dei quali rappresenta lo spazio di connessione e integrazione.

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È possibile infine riconoscere alla rigenerazione urbana di Pennabilli una ulteriore valenza circa la declinazione del difficile e, in genere, ancora ampiamente insoluto rapporto tra centro e periferia. Se, infatti, si opera un cambio di scala, da quello urbano – sinora adottato – a quello territoriale, appare evidente che Pennabilli ricada in quelle che vengono definite come “aree interne”: aree, cioè, dello spopolamento e dell’abbandono, per effetto dei fenomeni di rotolamento a valle e/o sulla costa della popolazione e delle funzioni. Si tratta di territori che sempre più si vengono configurando come spazi la cui funzionalità deriva dall’essere interpretati come i luoghi del relax e della fuga occasionale dalla città, dalla metropoli o dalla conurbazione. Luoghi destinati a ospitare la gita fuori-porta domenicale alla ricerca di naturalità e di una presunta “autenticità” identitaria, culturale e …. gastronomica, laddove l’autenticità viene strettamente associata a “staticità”, immutabilità.
Sono molti i luoghi interni per i quali si prefigura come chance di sviluppo l’adeguamento a questo unico ruolo. Pennabilli viceversa si è sottratta al processo di omologazione vernacolare, dimostrando come un piccolo borgo della Val Marecchia più interna possa costituirsi e imporsi come un centro di innovazione in grado di intraprendere innovativi percorsi di trasformazione ed evoluzione della propria identità culturale.

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