Pennabilli. Gli “scarti” urbani

Maria Claudia Filippone

Ci sono luoghi marginali, abbandonati, “scartati” all’interno delle nostre città, che aspettano di essere valorizzati e (ri)significati. In gergo anglosassone sono definiti con l’acronimo SLOAP (Space Left Over After Planning), ossia spazi lasciati al di fuori dei progetti di pianificazione, in quanto privi di una chiara identità funzionale, o perché situati in aree di margine e/o di transizione, o comunque perché oggetto di scarsa attenzione.

La loro presenza è conseguenza del susseguirsi di eventi storici, economici e culturali che, nel corso del Novecento, hanno profondamente trasformato il paesaggio naturale, rurale e urbano. Alla base delle principali cause vi è l’espansione incontrollata dei centri urbani, esito della fase espansiva del sistema economico produttivo e delle sue molteplici conseguenze: tra le altre, l’abbandono e lo spopolamento progressivo delle campagne e la costruzione di numerose infrastrutture viarie, che – funzionali ai collegamenti verso i grandi centri urbani – hanno determinato una forte frammentazione territoriale.

Dagli anni Settanta, questo modello economico produttivo ha cominciato a mostrare i propri limiti, in particolare a seguito della crisi petrolifera del 1973 e la conseguente consapevolezza circa la finitezza delle risorse naturali. Subito dopo, la deindustrializzazione e la delocalizzazione della manifattura hanno prodotto la costituzione di grandi vuoti urbani (brownfield); mentre il fenomeno della dispersione insediativa (sprawl) ha innescato il processo di frammentazione del territorio extraurbano, con la formazione di “isole” naturali e/o rurali non in grado di autosostenersi, ovvero aree interstiziali tra le nuove realtà residenziali nate lungo le principali direttrici del trasporto stradale, a vantaggio del cosiddetto “arcipelago metropolitano” (F. Indovina, Dalla città diffusa all’arcipelago metropolitano, Milano, Franco Angeli, 2009).

La costruzione della nuova forma di città è stata caratterizzata dall’affermazione del fenomeno denominato “funzionalismo omologato”, una definizione che fa riferimento a un modello economico produttivo basato sulla produzione di tipo seriale; una modalità ripetitiva che è stata introiettata ed estesa, soprattutto nelle sue conseguenze, sia alle trasformazioni fisico-ambientali, sia a quelle sociali. In Vite di scarto (Roma-Bari, Laterza, 2005), Zygmunt Bauman ha spiegato come il sistema capitalistico-consumistico abbia prodotto, e continui a produrre, un’enorme quantità di “scarti”, ovvero di “rifiuti”. Si riferiva a tutti quegli oggetti che finiscono rapidamente in discarica; ai territori dismessi e marginali, esito dell’incuria e privati della loro identità (aree di scarto); a tutti quegli individui non più utili al ciclo produttivo, e quindi marginalizzati da un ordine sociale basato su regole funzionaliste, che vanno così ad accrescere la sfera degli esclusi, degli “scartati”. Sono problematiche inevitabilmente connesse tra loro, che riemergono centrali nel dibattito politico, specie in tempo di crisi, quando è divenuta esplicita la profonda inefficienza gestionale delle istituzioni pubbliche, e conseguentemente si acuisce la percezione di insicurezza provata dai cittadini.

Sono questi alcuni dei temi dominanti nelle città europee, dove affiora l’inadeguatezza delle tradizionali forme della riqualificazione urbana. Tanto il recupero delle aree che dei “contenitori” dismessi hanno assunto infatti la forma della mera operazione immobiliare, spesso con stridenti effetti di gentrification incapaci di andare oltre il mero recupero fisico e materiale degli edifici, e dunque incapaci di apportare un benché minimo beneficio al crescente disagio sociale. L’attuale nuovo approccio introduce invece il concetto di rigenerazione urbana, declinando il paesaggio contemporaneo come drosscape. Con tale termine – coniato da Alan Berger in un suo saggio (Drosscape, in C. Weldheim, ed., The Landscape Urbanism Reader, New York, Princeton Architectural Press, 2006) – ci si pone con un atteggiamento progettuale positivo nei confronti del consumo del suolo e degli “scarti” (dross) urbani, la cui risoluzione viene individuata nel ri-ciclo e nel ri-uso. Le aree di “scarto” acquisiscono pertanto nuove ed enormi potenzialità ai fini della sostenibilità ambientale, divenendo oggetto prioritario per la riconquista dello spazio pubblico, inteso come luogo per una nuova coesione sociale basata sull’interazione.

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Il ri-uso degli “scarti” urbani è dunque determinante per creare centri urbani più sostenibili. La sostenibilità è divenuta un principio ineludibile, proponendosi come modello economico alternativo a quello basato sull’uso intensivo (e distruttivo) delle risorse, in un’ottica che ci pone di fronte il passato e il futuro. In particolare i punti chiave di tale processo sono due:

  • L’importanza di conservare l’eredità storica ricevuta dalle generazioni precedenti;
  • La necessità di rispettare il territorio, soprattutto da un punto di vista ecologico e per le generazioni future.

È proprio in questo quadro che si colloca Pennabilli (RN), un piccolo borgo della Valmarecchia, dove le aree frammentate, spesso all’intersezione tra spazi agricoli e urbani, sono state trasformate in un’ottica rigenerativa, comprendendo un’azione civile di riappropriazione, cura e trasformazione del territorio e, nel contempo, di coinvolgimento sociale.

149A esprimere bene tale progetto è a Pennabilli la “Strada delle meridiane”, composta da sette meridiane che mostrano la cittadina nella sua interezza, in un intreccio tra gli elementi-simbolo della memoria storica interni al paese e quelli più esterni. La strada funge da ricucitura dei luoghi, non con l’intenzione di definire un percorso monotematico, ma costituendo il pretesto per visitare il borgo secondo un’alternanza di diversità dei luoghi, dal centro ai margini, dai margini ad aree ancora più esterne e viceversa.

La ricucitura dei luoghi tramite le aree dello “scarto” rappresenta un’enorme sfida contemporanea e Pennabilli può insegnare come ciò sia possibile, non solo mediante interventi che non richiedono finanziamenti significativi, ma anche in modalità del tutto sostenibili sotto il profilo ecologico, e dunque reversibili. Ma a Pennabilli la riconsiderazione degli “scarti” urbani assume anche un’altra valenza, nella misura in cui il loro ri-uso prende senso all’interno di una logica che supera la tradizionale dicotomia pubblico/privato. La crisi della socialità urbana è riconducibile a diverse cause, tra cui sicuramente il crescente individualismo, con la conseguente riduzione dell’identità collettiva e una spiccata propensione all’appropriazione di quelli che in genere sono definiti come “beni pubblici”. A questa, va poi aggiunta almeno un’altra causa: la globalizzazione, ovvero la despazializzazione e la deterritorializzazione dei fenomeni e dei problemi sociali.

A Pennabilli lo spazio pubblico assume la funzione di “dispositivo di socializzazione” della città, complementare e integrativo di quello privato. Tuttavia, affinché uno spazio “pubblico” assuma questa accezione, è indispensabile che divenga un luogo elettivo di interazione sociale, e che quindi sia vissuto e trasformato dagli abitanti e da coloro che ne fruiscono. Un esempio rilevante in tal senso è qui l’“Orto dei frutti dimenticati”, realizzato nel 1990 in collaborazione con l’Amministrazione comunale dalle associazioni Mostra Mercato Nazionale d’Antiquariato, Amici della Valmarecchia e la Pro Loco. Collocato nel centro storico, in un terreno abbandonato da decenni dove è presente tutt’oggi un lavatoio dismesso, questo “orto” è stato colmato di un nuovo senso, quello di “museo dei sapori”, ma il suo valore e interesse sta pure nel fatto che esso oggi ha assunto a tutti gli effetti il carattere di luogo di incontro e interazione sia per cittadini che per turisti. Inoltre, gli alberi dei frutti dimenticati sono circondati da creazioni artistiche, ovvero ulteriori “frutti” nati da diverse collaborazioni, o “contaminazioni” interne ed esterne al paese, utili anche al recupero attualizzato di forme di artigianato tipiche della zona.

Il caso di Pennabilli, seppure di dimensioni ridotte, consente di comprendere come la capacità di creare spazi pubblici per l’interazione, diversi da quelli attualmente riconosciuti come abituali (luoghi del commercio, cinema, ecc.) sia oggi molto importante, in particolar modo se viene data anche ai cittadini la possibilità di collaborare.

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Infatti, attraverso la partecipazione progettuale e la riappropriazione dei luoghi, non solo è possibile costruire e rinsaldare le norme sociali alla base del senso di appartenenza e della coesione, ma si può sviluppare anche un’apertura al nuovo, al diverso, a ciò che non è funzionalmente omologato. Riscoprendo così che la diversità è sempre stata il propulsore di creatività e di innovazione; due fattori senza i quali non è plausibile immaginare alcun tipo di sviluppo economico e sociale.

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