Il progetto implicito. Il caso di Pennabilli

Diego Baiocco

Fino agli anni Ottanta, così come è stato per tutto il Novecento, l’urbanistica era fortemente incentrata sulla prefigurazione di nuove espansioni urbane attraverso progetti sistemici e omnicomprensivi. Tuttavia sin dagli anni Novanta si inizia a parlare di riqualificazione urbana nonostante, nella pratica, si riscontri un sensibile aumento di processi additivi che, a differenza delle espansioni precedenti, non seguono un disegno organico essendo fortemente legati all’occasionalità dovuta alla finanziarizzazione del settore immobiliare.

La crisi del decennio scorso ha bruscamente interrotto tali pratiche. È tuttavia emersa e si è resa esplicita la necessità di operare sulla città esistente e in particolare su quegli spazi residuali e di scarto, prodotti nel corso dell’espansione dalla contrapposizione tra pubblico e privato e in seguito a trasformazioni prettamente funzionaliste. Appare inoltre evidente la necessità di recuperare lo spazio pubblico inteso come quel luogo in grado di rispondere all’emergente domanda di socialità. In questo scenario la sfida attuale è quella di riuscire a ricucire e risignificare quegli spazi di scarto laddove i tradizionali approcci basati sulla prefigurazione organica di nuovi assetti urbani appaiono incapaci di guidare tali trasformazioni.

Si è già assistito a numerosi casi di riqualificazione di spazi marginali che, in linea generale, si rendono disponibili in modo casuale, occasionale; ne conseguono quindi operazioni del tutto legittime e anche valide, ma spesso incoerenti e slegate le une alle altre con il rischio di una vanificazione reciproca. Appare di conseguenza di fondamentale importanza che tali operazioni debbano essere connesse tra di loro non solo relativamente alla dimensione fisico-spaziale ma anche in termini di senso e significato.

Per il raggiungimento di tale scopo si rivela necessaria una regia forte e chiara, sovralocale, capace di stimolare e orientare in maniera univoca l’azione locale; tuttavia è possibile ottenere il medesimo risultato attraverso il perseguimento di un progetto implicito, ossia attraverso l’assunzione e la condivisione da parte degli attori locali di modelli, valori e obiettivi comuni capaci di orientare le azioni future e garantire coerenza tra i vari interventi.

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In questa prospettiva, il caso di Pennabilli appare di grande interesse. Le trasformazioni succedutesi a partire dagli anni Novanta si manifestano in modo evidente come il frutto di un progetto implicito basato sulla condivisione di valori come il rispetto della natura, del paesaggio, delle tradizioni locali. Da ciò segue che, nonostante gli interventi realizzati siano tutti connotati da una natura occasionale e siano stilisticamente eterogenei e funzionalmente diversificati, oggi sono globalmente riconosciuti come “I Luoghi dell’Anima”.

Il caso di Pennabilli sembra pertanto essere in grado di rispondere efficacemente all’attuale sfida della pianificazione urbana: le aree di progetto si limitano infatti esclusivamente a spazi residuali e di scarto, dando nuova vita, significato e dignità a luoghi abbandonati o degradati.

In questo modo si riesce a ricucire gli spazi interni di Pennabilli e, al contempo, lo stesso centro storico alla campagna circostante. Si valica il concetto di limite e di area marginale: l’attrattività non si risolve nella sola piazza centrale ma si espande e si diffonde in tutto il paesaggio. In questo modo si attenuano gli effetti delle trasformazioni funzionaliste che prevedevano la netta divisione spaziale delle funzioni: questi luoghi diventano spazi di transizione senza un’univoca destinazione d’uso superando il confine tra pubblico e privato.

Di particolare interesse è anche la modalità di progettazione, e soprattutto di realizzazione, degli interventi che ha visto la reale partecipazione di parte della popolazione locale: tutte le opere sono state infatti realizzate con l’ausilio fisico ed economico dei residenti, i quali, grazie al conseguente coinvolgimento emotivo, riconoscono più facilmente questi luoghi come propri.

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Anche il carattere temporaneo e la dimensione materica delle opere testimonia il perseguimento del progetto implicito. Gli interventi sono realizzati con materiali semplici, legati alla natura e alla tradizione locale artigianale; sono pensati e realizzati per essere in continuo divenire, per modificarsi, essere rimossi o in generale adattarsi alle necessità del momento, senza avere la pretesa di diventare un monumento eterno.

Gli interventi si distaccano dalla comune concezione di opera contemplativa ma si configurano come oggetti e spazi esperienziali dove il fruitore vive liberamente l’opera ed è parte integrante di essa. Ne consegue una funzione duplice e ambivalente: questi spazi si configurano come luoghi d’introspezione ma al tempo stesso sono motore per l’aggregazione collettiva. Si riesce in questo modo a soddisfare l’emergente bisogno di socialità su base locale e allo stesso tempo si recupera il contatto tra uomo, natura e storia.

 

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