Gli effetti diffusivi della rigenerazione urbana a Pennabilli

Riccardo Luciani

Gli effetti diffusivi di un progetto o di una azione sono riconducibili a quelle iniziative, o cambiamenti nelle dinamiche fisiche e sociali, che si possono considerare in qualche modo esito del progetto iniziale.

Nel caso di Pennabilli, gli effetti diffusivi delle azioni di riqualificazione del territorio sono molteplici, articolati su dimensioni eterogenee: fisico-spaziali, economici, culturali e sociali. Tuttavia, è forse possibile ricondurre l’insieme vario di esiti a tre macro-categorie: la prima è relativa alle attività e agli eventi permanenti che oramai caratterizzano Pennabilli e che svolgono il ruolo di attrattori per il borgo, contribuendo a connotarlo in un ambito che travalica i confini locali; la seconda categoria investe la dimensione produttiva, o economico-occupazionale e riguarda il rilancio di attività artigianali e manifatturiere tradizionali che altrimenti non avrebbero avuto grande futuro, consentendo in particolare la sopravvivenza di un artigianato creativo; la terza riguarda un ambiente sociale (e culturale) che si fonda e favorisce il ricorso alla creatività come antidoto ai processi di omologazione e banalizzazione dei caratteri dei luoghi  e della loro identità.

A. Gli eventi. Il festival degli «Artisti in Piazza», nato nel 1997, affermatosi nel panorama nazionale con le oltre 40 mila presenze che si riversano nella cittadina durante i quattro giorni (nel mese di giugno), ospita artisti da tutto il mondo che si esibiscono spesso senza compensi se non le offerte degli spettatori. Caratteristica del festival è il fatto di non basarsi sulla capacità attrattiva esercitata da pochi artisti famosi, comunque pure presenti, ma piuttosto sulla molteplicità di virtuosi non ancora affermati, ma proprio per questo capaci di proporre performance inedite, originali e dall’alto contenuto innovativo.

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Nel panorama degli eventi che Pennabilli annualmente propone vi è quantomeno una seconda manifestazione che oramai viene identificata a livello nazionale con la località. Si tratta della «Festa dei frutti dimenticati», tenuta a fine settembre e giunta alla sua XII edizione, nata dall’idea di riscoprire i sapori di quei frutti antichi la cui diffusione è andata scomparendo per effetto dell’omologazione agricola imposta dalla grande distribuzione alimentare. La festa, strettamente connessa all’ «Orto dei frutti dimenticati» proposto da Tonino Guerra, non esaurisce tuttavia la sua valenza nella dimensione esperenzial-gastronomica; diviene invece sempre più il pretesto per riflettere su dimensioni ambientali che vanno dalla bio-diversità a quelle relative al paesaggio, declinato in termini evolutivi, inclusa la rilevanza del cosiddetto  “Terzo paesaggio” – secondo il termine coniato dal paesaggista francese Gilles Clement, peraltro presente nel calendario dell’edizione 2019, con il quale ha imposto all’attenzione l’importanza ecologica e culturale di tutti i “luoghi abbandonati dall’uomo”, inclusi quelli più piccoli e invisibili, nel loro insieme fondamentali per la conservazione della natura.

L’evento si articola così in dibattiti, laboratori, workshop, che accompagnano mostre-mercato, spettacoli e forme varie di intrattenimento, e anche in questo caso, il recupero della tradizione non è finalizzato alla “rievocazione” o comunque alla nostalgia per un presunto passato “felix”. L’obiettivo sotteso sembra piuttosto quello di rendere esplicita la ricchezza insita nella diversità e, nel, contempo muovere una critica profonda alle attuali forme del consumismo di massa più omologante.

B. L’artigianato creativo. La seconda categoria di effetti riguarda la nuova stagione che stanno vivendo alcune forme di artigianato locale: l’ibridazione creativo-artistica ha consentito non solo la sopravvivenza di attività esistenti ma anche la nascita di nuove imprese. I casi sono molteplici, a partire dalla Stamperia Pascucci in cui la tecnica tradizionale della stampa con ruggine – utilizzata per creare opere d’artigianato altrettanto tradizionali – soddisfaceva fondamentalmente il mercato locale e al massimo quello dei souvenir turistici.  A partire dagli anni Ottanta, la stampa trova nuova attualizzazione grazie alla collaborazione con artisti e designer, Tonino Guerra in primis, imponendosi così nel mercato sovra-locale del design. Il secondo esempio altrettanto paradigmatico è il caso di un’azienda di produzione di porte e finestre, la cooperativa Cocif di Longiano, che mediante il ricorso alla creatività e al design ha saputo sbaragliare l’ampia concorrenza, imponendosi nel mercato nazionale e internazionale.

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Ma vi sono altre esperienze di grande significatività, caratterizzate da produzioni non seriali, che hanno conservato una dimensione strettamente artigianale; in queste, tradizione e innovazione, know-how consolidato su base locale e creatività sono strettamente connessi ad aspirazioni e stili di vita alternativi, non omologati. A essere perseguito non sembra tanto il benessere derivante dagli esiti della commercializzazione di ciò che viene prodotto, ma l’atto stesso del produrre.  È il caso dei “mobilacci”, produzioni “creative” di pezzi unici ricavati dando nuova vita a vecchi mobili privi di pregio o a mobili semplici realizzati con tecniche elementari tradizionali. E infine è il caso dei numerosi laboratori di ceramica che sono sopravvissuti grazie alla reinterpretazione creativa della ricca tradizione locale o che nel contesto locale hanno trovato il loro efficace ed efficiente incubatore.

C. Il Milieu creativo. La terza tipologia di effetti diffusivi riconoscibile a Pennabilli è già emersa nelle precedenti due categorizzazioni; ciò non di meno può essere ritenuta per molti versi la più pregnante. Appare evidente, infatti, come l’insieme dei percorsi produttivi, sociali e culturali siano improntati alla creatività artistica e culturale, secondo un’intenzionalità che mai vuole divenire “provocatoria” ma che, viceversa, affonda le proprie radici in una tradizione dalla quale non ci si vuole affrancare in nome di una presunta contemporaneità. Della tradizione si ricerca il “sapere incorporato”, lo si recupera e lo si attualizza; gli esiti, nella loro semplicità, sono del tutto originali e inediti, ma nel contempo fortemente critici sotto il profilo sia culturale che sociale, dimostrando che modernità e globalizzazione non necessariamente implicano l’omologazione culturale e degli stili di vita.

109Creatività e tradizione nel recupero. La totalità degli interventi sembra essere quindi legata da un filo rosso: l’utilizzo della creatività applicato alla tradizione, che permette di effettuare un recupero consapevole attraverso l’attualizzazione di elementi ormai ritenuti obsoleti. In nessuno degli interventi viene stravolta la natura dell’oggetto di recupero ma, anzi, questa viene valorizzata conferendo all’oggetto nuove funzioni e nuovi valori. Ciò attraverso capacità creative che sembrano rimandare alla filosofia orientale della «bellezza imperfetta», al concetto di «wabi», che ha come esempio l’arte del riparare con oro (kintsugi), arte che accresce il valore incamerato dall’oggetto proprio per effetto dell’intervento di riparazione – il suo valore da riparato è cioè superiore rispetto al suo valore originario, di quando era ancora integro. Traspare così, in modo implicito, il valore del «re-cycling», ma con una consapevolezza forse superiore a quella normalmente attribuita a questo principio recentemente introdotto e rapidamente diffusosi.

La coda lunga e le iniziative di nicchia. Infine, in questa esperienza è forse possibile intravvedere come si sia instaurata una implicita opposizione alla sterilizzazione connessa alla produzione di massa e alle leggi del mercato, un’opposizione che, guidata dalla creatività, rianima la tradizione e si dedica a oggetti unici, forse imperfetti ma non serializzati. Un approccio nel quale sono riconoscibili i principi della “teoria della coda lunga” inventata da Chris Anderson, dalla quale si evince che, con la globalizzazione, i ricavi che un tempo si ottenevano dalla vendita di molte unità di pochi pezzi “best-seller”, oggi si possono ottenere dalla vendita di poche unità di molti pezzi diversi.

Dunque, la contemporaneità e la globalizzazione non necessariamente impongono l’omologazione, secondo una verità che a Pennabilli sembra contemplarsi anche per le politiche e le manifestazioni culturali, in cui si rinuncia al best-seller per orientarsi invece verso una molteplicità di azioni di nicchia che nel loro insieme riescono a ottenere i risultati voluti.

Pennabilli non è luogo della cultura mainstream, ma della creatività, della sperimentazione della ricerca, spazio aperto alle forme emergenti e innovative del fare arte e cultura.

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