Riserva naturale del Monviso

(la Redazione) Attanagliati come siamo in questo periodo da un senso di pericolo incombente per gli effetti pandemici di un virus che ogni giorno di più estende la sua diffusione in tutto il globo, e non potendo qui far altro che proporre progetti culturali che in qualche modo provano a opporre un senso di speranza e di riscatto verso un mondo, e un ambiente, che oggi più che mai sembrerebbero destinati alla catastrofe, ci è parso quanto mai opportuno parlare di un progetto tutto focalizzato – nel vero senso della parola – a mostrare quel profilo dei territori appenninici che, forse più di altri, sembra resistere con forza imperitura all’intervento distruttivo che il nostro modello di vita (e di sviluppo, cosiddetto) impone sulla natura. È un progetto che per sei anni ha visto infatti impegnati tre fotografi naturalisti, Maurizio Biancarelli, Bruno D’ Amicis e Luciano Gaudenzio, e che ha permesso loro di raccogliere materiale originale sul paesaggio montuoso italiano, alpino e appenninico. Da questo loro lavoro sono scaturite due importanti mostre e un bellissimo volume di grande pregio: Sublime. L’Italia de L’Altro Versante. Di tutto questo ne ha parlato a Perugia Maurizio Biancarelli . Lo ha fatto al circolo del Gruppo Fotografico UniCredit, dove è stato anche mostrato un video – realizzato da Marco Rossitti – che racconta a suo modo il progetto L’Altro Versante. Marco Nicolini ha approfittato di questa occasione per intervistare Biancarelli per noi.

Marco Nicolini: Quale è stata l’idea, la scintilla iniziale del progetto?

Maurizio Biancarelli: L’idea iniziale fu la constatazione che non esisteva una rappresentazione fotografica di ampio respiro sulle montagne italiane, nonostante esse rappresentino una porzione molto importante del nostro Paese e nonostante le zone montagnose custodiscano gli ecosistemi naturali più integri. Alle montagne sono inoltre legate tante attività umane – ancora oggi, sebbene molte di più in passato. I rilievi alpini e appenninici, pur con sostanziali differenze, sono depositari anche della nostra identità collettiva. A noi comunque, sin dall’inizio, ha interessato mettere in evidenza soprattutto gli aspetti naturalistici di questi ambienti unici, un vero e proprio patrimonio nazionale di bellezza e biodiversità.

MN: Come ha incontrato gli altri fotografi attorno a questa idea?

MB: Mi sono incontrato per caso con Bruno D’Amicis nel Parco d’Abruzzo, Lazio, Molise nel febbraio del 2012. Abbiamo lavorato insieme per diversi giorni durante quell’inverno spettacolare, in mezzo a tanta neve e in un paesaggio invernale unico. Non ci conoscevamo personalmente, ma abbiamo legato presto, anche per le emozionanti esperienze condivise in quell’occasione. A un certo punto Bruno mi ha parlato del progetto, che era ancora solo un’idea coltivata con Luciano Gaudenzio, e mi ha invitato a partecipare. Ricordo di aver accolto con entusiasmo l’invito e poi, subito dopo, abbiamo iniziato a organizzare le prime riunioni per porre le basi di questo lavoro entusiasmante quanto impegnativo.

MN: Avete avuto difficoltà nel concretizzare i vostri propositi?

MB: Penso sia inevitabile che in un progetto così impegnativo qualche difficoltà si presenti, anche più di una per la verità, ma con uno sguardo all’indietro direi che il nostro affiatamento, la nostra determinazione è stata tale che ci ha permesso di superarle tutte e, alla fine, possiamo dire di avercela fatta. E di questo siamo veramente orgogliosi.

Parco nazionale Gran Sasso-Monti della Laga – Monte Camicia e Corno Grande

MN: Il lavoro ha avuto alle spalle un’organizzazione davvero efficiente. Come è stata costruita?

MB: L’organizzazione in realtà è semplice ed è stata sicuramente efficace per la passione e l’entusiasmo che ci hanno sempre guidati. Il gruppo era così costituito: noi tre, fotografi naturalisti professionisti; un regista, Marco Rossitti, docente di Tecniche e Linguaggio del Cinema all’Università di Udine, curatore delle immagini in movimento e delle riprese sul campo; la coordinatrice del progetto, Pascale Huitorel, esperta in iconografia e co-fondatrice dell’Associazione Culturale Obiettivo Mediterraneo, che ci ha sostenuto e aiutato fin dall’inizio della nostra avventura.

MN: Come avete diviso i compiti sul campo?

MB: Il nostro obiettivo, fin dall’inizio, è stato quello di portare a termine le nostre missioni, che sono state circa un centinaio, in modo da coprire le aree montuose per noi più interessanti delle varie regioni italiane. Per quanto possibile, ciascuno di noi ha seguito le proprie preferenze, pur tenendo presente l’esigenza primaria della completezza del lavoro. In genere, le missioni sono state svolte in solitaria, ma alcune di esse ci hanno visto lavorare insieme. Una per tutte, la missione al Parco Nazionale del Gran Paradiso dove eravamo tutti e tre i fotografi.

MN: Avendo avuto sempre presenti le finalità del progetto, avete cambiato il percorso di lavoro prefigurato all’inizio o tutto è andato secondo i piani originari?

MB: Il lavoro è durato oltre sei anni. Sicuramente, durante questo lungo periodo, mano a mano che il lavoro progrediva, consultandoci, ci siamo resi conto che alcuni aspetti che non avevamo considerato andavano invece evidenziati. Avevamo inizialmente pensato di scattare principalmente foto di paesaggi, ma ben presto ci siamo resi conto che anche gli animali, per quanto possibile, dovessero essere rappresentati. Per questi soggetti abbiamo comunque deciso di privilegiare foto ambientate rispetto ai semplici ritratti, proprio per evidenziare il legame stretto esistente tra loro e l’ambiente nel quale vivono. Abbiamo anche incluso foto degli abitanti umani della montagna, quelli che resistono e sfidano le difficoltà di una vita in alta quota. Abbiamo trovato esempi sia di persone mature, sia di giovani che hanno fatto la scelta coraggiosa di vivere tra le montagne portando avanti attività tradizionali, spesso con spirito innovativo. Questo tipo di immagini rendono il nostro lavoro più completo e sono state molto utili a livello editoriale nella pubblicazione della collana “Le Montagne Incantate”, realizzata in collaborazione con la sezione italiana del National Geographic.

Piemonte – Parco nazionale Val Grande

MN: E le difficoltà, almeno quelle maggiori, quali sono state?

MB: Quelle più immediate sono state il reperimento dei fondi necessari; poi quelle di tipo logistico, le difficoltà ambientali, perché abbiamo scattato in ogni stagione, con ogni tipo di condizione atmosferica, a ogni ora del giorno e anche della notte. Anche dal punto di vista fisico, l’impegno non è stato poco: la montagna richiede di per sé conoscenza, allenamento e capacità di portare uno zaino pesante su lunghi itinerari, spesso con dislivelli notevoli. Personalmente ritengo però che la vera prova sia stata la capacità di ottenere immagini personali ed empatiche, capaci cioè di attrarre l’attenzione di chi le guarda e di toccare le corde profonde dell’animo dell’osservatore. E questo sia per gli ambienti sconosciuti, mai visti prima, sia per quelli già noti e familiari. Ritengo anzi che la vera sfida sia stata proprio nel caso di questi ultimi, perché avere occhi nuovi e ottenere un’immagine fresca in un luogo al quale sei abituato, che frequenti magari da tanti anni, non è affatto scontato. Ma era proprio questo che il progetto richiedeva.

MN: Quanto l’intervento degli sponsor è servito alla realizzazione del vostro lavoro? E, se possibile, in che misura?

MB: L’intervento degli sponsor è stato fondamentale, come è facilmente intuibile. Senza il loro supporto non saremmo neppure potuti partire. Ognuno ha contribuito in varia misura nel corso del tempo e vorrei approfittare di questa occasione per ringraziarli, per aver creduto in noi e per averci sostenuto in vario modo in questo nostro lungo, entusiasmante viaggio.

MN: Parlaci della parte editoriale, del lavoro di divulgazione.

MB: Abbiamo realizzato due grandi mostre fotografiche, la prima presso il Palazzo delle Albere nel 2017 presso il MuSe (Museo delle Scienze) di Trento, e la seconda presso la chiesa di San Francesco a Udine nel 2018. Ambedue le mostre hanno avuto grande successo di pubblico e, per entrambe le occasioni, abbiamo realizzato un bel catalogo di oltre 160 pagine con molte fotografie e testi. Stiamo lavorando attualmente per portare questa mostra itinerante anche in altre sedi idonee della penisola. Come già detto, col materiale fotografico raccolto abbiamo anche contribuito a realizzare la collana “Le Montagne Incantate”, in collaborazione col National Geographic Italia e il CAI. Si tratta di ben 9 volumi di più di 170 pagine cadauno, pubblicati dal maggio del 2019 fino al gennaio 2020 e venduti come allegati alla rivista National Geographic Italia. Inoltre, come atto finale del progetto, abbiamo recentemente pubblicato un volume di pregio, in edizione limitata a sole 700 copie e firmato dagli autori, dal titolo Sublime. L’Italia de L’Altro Versante. Questo libro – per il quale abbiamo effettuato noi ogni scelta, dalla carta alla selezione delle immagini e all’impaginazione, puntando alla massima qualità – è stato stampato impeccabilmente dall’editore Petruzzi di Città di Castello. Questa ultima pubblicazione vuole rappresentare al meglio quella che è stata la nostra interpretazione della fotografia del paesaggio montuoso italiano, una sorta di manifesto del progetto “L’Altro Versante”. Per chi fosse interessato, il libro è ordinabile direttamente dal nostro sito.

MN: Tentando un bilancio dell’intera iniziativa cosa puoi dirci?

MB: ll bilancio è certamente positivo perché il progetto, che sin dall’inizio si prospettava come una bella sfida, si è rivelato poi un vero viaggio di scoperta. Ci ha permesso di scoprire luoghi sconosciuti e, allo stesso tempo, ci ha permesso di rivisitarne altri con occhi nuovi, come accennato sopra. Non sono mancate neanche le sorprese, quando abbiamo scoperto luoghi ignoti a pochi passi da casa. Questo è stato forse l’aspetto più intrigante del nostro lavoro: trovare ambienti di grande interesse e del tutto inaspettati tra le pieghe delle montagne che credevamo di conoscere ormai a fondo. Se questo è accaduto a noi che, per professione, percorriamo sistematicamente i sentieri montani, immagino che lo sarà in misura ben maggiore per tante altre persone. Lo scopo principale del progetto era quello di far conoscere la bellezza e varietà di un patrimonio nazionale poco conosciuto e spesso non adeguatamente considerato per il suo valore straordinario. Abbiamo voluto farlo attraverso le nostre fotografie, mostrando la bellezza dei paesaggi e la varietà di forme di vita che sono alla base degli ecosistemi montani.

MN: La natura ha necessità di essere salvata, ma prima occorre conoscerla bene. Questa iniziativa aiuta certamente la promozione del nostro territorio. Le Regioni vi hanno dato qualche tipo di aiuto?

MB: Per quanto riguarda le regioni va menzionato il Trentino, che ha dato un notevole supporto alla nostra iniziativa. Non a caso, la nostra prima mostra fotografica è stata allestita a Trento. Ma c’è da dire che abbiamo cercato e trovato supporto soprattutto presso le direzioni dei parchi e delle aree protette che abbiamo visitato. Ci hanno molto aiutato dal punto di vista logistico fornendoci guide, alloggio e ogni tipo di informazione a noi necessario. Subito dopo il terremoto del 2016 nell’Appennino Centrale, anche il personale del Soccorso Alpino e Speleologico dell’Umbria si è generosamente prestato ad accompagnarci al Piano Grande e a Castelluccio di Norcia, dove abbiamo fatto delle specifiche riprese dedicate a questo evento catastrofico. È stato inoltre molto bello trovare collaborazione spontanea e disinteressata tra specialisti e semplici appassionati delle varie aree esplorate, aiuto che spesso si è rivelato per noi fondamentale vista la conoscenza approfondita e capillare dei luoghi che queste persone hanno dimostrato di possedere.

MN: Questo progetto riguarda una parte della natura, le montagne italiane dagli Appennini alle Alpi. Avete in serbo di continuare su altri aspetti della geografia del nostro Paese?

MB: Il progetto è stato molto impegnativo nel periodo della ricerca sul campo, ora siamo in fase di divulgazione dei risultati attraverso mostre, presentazioni e la vendita del volume Sublime. Non ci sono al momento altri progetti in incubazione, ma non si sa mai…

MN: Quale messaggio finale volete dare a salvaguardia della natura, che poi è sostanzialmente salvaguardia dell’uomo?

MB: Abbiamo lavorato perché le nostre immagini, oltre all’aspetto estetico e documentario, potessero trasmettere il messaggio importante della fragilità della natura e dell’obbligo di ciascuno di noi alla sua salvaguardia. Mai come in questo grave momento in cui la società globale si trova ad affrontare la sfida di una pericolosa pandemia, appare evidente che il nostro rapporto con il mondo naturale deve cambiare. Gli scienziati ci dicono che il continuo stravolgimento degli ecosistemi naturali da parte dell’uomo è alla base dell’insorgere di problemi sanitari come quello del Coronavirus, che mettono in serio pericolo la sopravvivenza a lungo termine della nostra specie. Dobbiamo cambiare il nostro modello, modularlo in modo che sia più rispettoso delle risorse naturali e degli ecosistemi, se vogliamo dare una possibilità concreta di vita alle future generazioni. Aggiungerei un’altra cosa: dobbiamo fare un salto culturale e considerarci non più dominatori di un pianeta che reputiamo a nostra disposizione, quanto piuttosto sentirci parte integrante di un grande sistema complesso che rappresenta la nostra unica, meravigliosa casa comune. Sono convinto che i fotografi possano e debbano dare il loro contributo a questo cambiamento, sfruttando lo straordinario potere di coinvolgimento delle immagini. “La Bellezza salverà il mondo”, ma noi, tutti, e ciascuno per la propria parte, dobbiamo contribuire a salvare la bellezza.

 

Maurizio Biancarelli è fotografo naturalista. Collabora con riviste specializzate italiane ed estere, ed è autore di sette volumi fotografici. Ha ricevuto diversi premi in concorsi internazionali. Viaggia frequentemente all’estero, ma buona parte del suo lavoro è dedicato alla natura dell’Appennino. Ha partecipato al progetto paneuropeo Wild Wonders of Europe e, attualmente, sta collaborando con Bruno d’Amicis e Luciano Gaudenzio al progetto “L’Altroversante” dedicato al paesaggio montuoso italiano.

 

 

Pubblicato il 19 marzo 2019