(la Redazione). Nelle scorse settimane, alla galleria Fiaf di Palazzo della Penna a Perugia si è tenuta una mostra fotografica molto particolare. Raccoglieva scatti che registrano il percorso di un progetto artistico di inclusione sociale, di un laboratorio teatrale che con “7 tipi d’Amore” ha infine debuttato al teatro comunale Manini di Narni nel maggio del 2017 e ha poi avuto altre repliche in Italia e all’estero. Una realizzazione importante, nata da un’idea e dalla cura di Sabina Proietti, regista anche della messa in scena, che ha visto sul palcoscenico i ragazzi del centro diurno Girasole dell’Azienda Usl Umbria 2; per un ulteriore segnale di come il teatro e l’espressione artistica possano dettare esperienze e percorsi creativi di integrazione sociale assai significativi. Tutti temi di cui avevamo già parlato alcuni mesi fa riferendo della trentennale avventura del Teatro Patologico di Roma e torniamo a trattarne ora cogliendo l’occasione offerta da questa produzione, opera della compagnia teatrale “Fringe” di Sabina Proietti e realizzata in collaborazione con l’Associazione Culturale SATOR di Narni e con l’Azienda Usl Umbria 2.

Abbiamo chiesto alla regista di raccontarci il lungo viaggio che ha portato in scena “7 tipi d’Amore” e questa è l’intervista che ci ha rilasciato.

magazzinocultura: Proviamo a dare una data per questo progetto, per poi raccontarlo?

Sabina Proietti: Intanto la data e il luogo della prima dello spettacolo: il 27 maggio 2017, al teatro comunale “G. Manini” di Narni. È avvenuta nel contesto del Festival di fotografia NARNIMMAGINARIA, che in quell’edizione affrontava il tema “Visibili e invisibili” offrendo pure l’occasione per un incontro pubblico dal titolo “Teatro, arte, fotografia: percorsi di integrazione sociale” dove è stato discusso da varie angolature il tema dell’integrazione attraverso l’uso di espressioni artistiche diverse. Nello stesso contesto di NARNIMMAGINARIA, presso il Complesso Monumentale di San Domenico c’è stata anche la prima esposizione della mostra del reportage fotografico realizzato durante il laboratorio e le prove dello spettacolo, la stessa mostra che è esibita a Perugia.

mc: E quale è stata l’idea, la scintilla iniziale del progetto?

SP: Lo spettacolo e il progetto di integrazione di Teatro e Fotografia nascono dalla volontà di alcuni attori di approfondire un percorso di crescita personale e artistica, e dalla collaborazione tra la compagnia teatrale “Fringe”, che io dirigo, e l’Associazione Culturale SATOR, che si occupa di cultura fotografica e di immagine.

mc: Avete avuto l’aiuto anche di altri promotori a livello locale?

SP: Sì, molti hanno partecipato, e continuano a partecipare al progetto di inclusione sociale per la realizzazione dello spettacolo. Oltre al patrocinio delle amministrazioni comunali di Narni e Terni, mi piace ricordare il supporto del teatro comunale di Narni, che ci offre il palcoscenico come residenza creativa per due fine settimana. Questo permette agli attori di familiarizzare con lo spazio scenico, ma anche di nutrire il proprio spazio interiore di maggior fiducia e maggiore considerazione positiva di sé.

mc: Oltre a lei, che cura la regia, ha collaborato altro personale?

SP: Sì, certamente. Il progetto di integrazione artistica e sociale è necessariamente un incontro tra mondi diversi, molteplici realtà e varie figure artistiche e professionali: regista, attori, operatori, fotografi, scenografo e light designer.

mc: Le persone coinvolte, gli attori in particolare, come sono stati selezionati?

SP: Alcuni attori sono stati scelti dal Centro Diurno Girasole (ASL Umbria2 di Terni), come pure gli operatori tra quelli che hanno un rapporto lavorativo con la struttura. Gli uni e gli altri hanno dovuto avviare una esperienza per loro del tutto nuova, che ha avuto bisogno di un certo tempo per maturare.

mc: Sappiamo infatti che il laboratorio è stato un percorso lungo, anche necessario per stabilire una relazione forte tra le persone coinvolte.

SP: Il percorso laboratoriale è durato circa 3 anni, tra tempi di riposo e sospensioni estive. Le prove dello spettacolo e il set fotografico sono state ospitate presso la scuola di musica “S. Albasini” di Terni, all’interno della quale continua tuttora la collaborazione per realizzare altri progetti in futuro. Il triennio è stato necessario per attraversare le tre fasi del processo creativo. La prima è stata quella corporeo-sensoriale, e di improvvisazione a tema libero, alla ricerca di emozioni e nuove relazioni tra le persone in scena. La seconda, quella di natura strutturante, per cercare insieme una tematica e uno stile estetico condiviso. La terza fase è stata quella della narrazione simbolica, dove ognuno, portando un contributo personale, ha potuto esprimere il proprio mondo interiore.

mc: Avete dovuto affrontare difficoltà particolari, in considerazione anche dei partecipanti e il coinvolgimento delle loro famiglie?

SP: Quando regna la fiducia, si vive nell’amore e nel rispetto degli altri, e quando ogni attore si sente al sicuro e valorizzato, libero di esprimere la propria natura, tutto fluisce armonicamente. Anche i contenuti dello spettacolo, molto personali e profondi, non hanno destato nessun tipo di resistenza da parte delle famiglie, perché trattati sempre con leggerezza e ironia.

mc: Dopo l’esordio a Narni, in quali altri luoghi è stato portato lo spettacolo?

SP: Dopo Narni, “7 tipi d’Amore” è stato rappresentato presso alcuni festival di inclusione artistica, in Sardegna e a Monaco di Baviera.

mc: E avete in programma altre rappresentazioni?

SP: Sì, vorremmo. Partecipiamo infatti a diversi bandi e concorsi per avere l’opportunità di replicarlo ancora.

mc: Si può fare un bilancio dell’iniziativa, anche in termini di risposta del contesto locale, di pubblico, di percezione e di confronto con il disagio “in scena”?

SP: La risposta del contesto sociale nei confronti del disagio in scena è sempre legata al grado di evoluzione personale e del territorio geografico in cui si vive: più si va al Nord e più la reazione del pubblico è libera dai condizionamenti della morale.

mc: Ci può dire se ha registrato uno scarto tra l’idea originale del progetto e la sua realizzazione? E qualche aspettativa delusa c’è forse stata?

SP: No, nessuna aspettativa delusa riguardo al progetto. Se ci si innamora di un’idea, a monte e verso di questa si crea attaccamento, e siamo noi a generare sofferenza e delusione. Se invece ci identifichiamo con la nostra vera essenza spirituale, tutti gli ostacoli del percorso arrivano come opportunità di crescita e cambiamento creativo.

mc: Per concludere: ci sono prospettive future del progetto, altri obiettivi, ovvero ipotesi di qualche cambiamento, di crescita?

SP: Voglio rispondere con le parole che chiudono la brochure di presentazione del nostro spettacolo: “Ciò che conta al di là degli obiettivi, è il fluire nell’esperienza come possibile strumento di crescita, senza imitare gli altri. Realizzare sé stessi secondo la propria natura, in modo creativo e originale, liberi dalla paura, dal peso del giudizio e dalle aspettative, rende ogni essere umano un Essere vivente felice e libero di Amare”.

 

Tutte le foto sono tratte dalla mostra “7 tipi d’Amore”, i cui autori sono Luigi Loretoni, Mauro Nori, Roberto Pileri e Stefano Rossini. Proposta anche a Perugia dal 2 al 16 febbraio, l’esposizione è stata poi prorogata sino al 23 febbraio.

Pubblicato il 4 marzo 2020