Le marcite di Norcia e i Sibillini sullo sfondo

(la Redazione). Il destino dei territori di montagna ci interpella molto più di quanto non lo si riesca a percepire limitandosi a guardare la linea dei saliscendi dell’orizzonte dal belvedere di un qualsiasi centro abitato dell’Italia Centrale. Sì, perché le “rughe” dell’Italia – per riprendere la felice definizione di una “Italia rurale e rugosa” espressa da Fabrizio Barca nel corso di una sua conversazione con Fabrizio Ricci (in Viaggio nell’Italia diseguale, Roma, Ediesse, 2018) – si vedono da qualsiasi luogo, mentre il “contraltare” marittimo solo nelle vicinanze della costa.

Una premessa del genere serve come indispensabile prologo per una sintesi sul distillato di idee che Luciano Giacchè ha raccolto in un suo intervento sulla situazione della Valnerina in cui antropologia, agronomia, storia economica e politica, sapientemente intrecciate, finiscono in un testo che prende la prima parte del suo titolo da uno dei capolavori della cultura rock,  The dark side of the moon: l’AgroEconomy vista dal margine dell’Appennino umbro Il saggio fa da cornice storico-culturale a una prima ipotesi di un piano strategico che, imperniato su Campi di Norcia, coinvolge da quasi un anno un gruppo di volenterosi provenienti dalle esperienze più variegate e oggi impegnati a trovare i modi per “Ri-abitare l’Appennino”. Il gruppo si è attivato nella primavera del 2019 in occasione della seconda conferenza organizzata dalla Comunanza agraria di Campi per pensare alcune linee-guida necessarie alla ricostruzione. Più che un modello, un insieme di strumenti adattabili alle realtà squassate dal terremoto del 2016 in quattro regioni: Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo. Da lì è poi scattato un ulteriore passaggio con l’innesto di quell’attività nel progetto nazionale “Nuove ri-generazioni” promosso dalla Fillea (la Federazione lavoratori edili della Cgil).

Per chi apprezza l’intreccio storia, economia, sociologia, scienze agrarie e ambientali (con il gusto tutto digitale di poter risalire velocemente alle 47 fonti bibliografiche che l’autore ha utilizzato), molto opportuni risultano i 10 capitoletti, con relativi titoli, con cui Giacchè ha suddiviso il suo articolo. Ne riassumiano brevemente i contenuti, per facilitare la consultazione del suo lavoro.

Fonte – amiciamibio.com

Le agricolture dell’osso e della polpa. Ovvero, la consapevolezza già netta alla fine dell’Ottocento delle tante “Italie agricole”: la montagna ridotta all’osso che perpetua un passato di fatiche, la pianura generosa e fertile attraente per intelligenze e capitali. Nei passaggi da Jacini (1884) a Giusti (1938), da Manlio Rossi-Doria (1958) a Cannata (1989) che aggiunge anche “molti tessuti cartilaginei e connettivi”, fino a Michele De Benedictis (2002) e Domenico Cersosimo (2018).

L’inganno delle “aree interne”: dalla artificiosa classificazione alle reale condizione. Ovvero, lo spopolamento che è stato studiato già negli anni Trenta del ‘900 e che ha suscitato così tanti tentativi di porvi un argine, a cominciare dalle definizioni di quelle aree che avrebbero dovuto sostenere le politiche varate a più riprese con ampie dotazioni di norme e risorse finanziarie: “depresse”, “interne”, “marginali”, “critiche”, “svantaggiate”, “sotto-utilizzate”, “spazi fragili”.

Il bisogno del Mercato e il mercato del Bisogno: una questione di asimmetria dei tempi. Ovvero del perché i piccoli produttori agricoli sopravvissuti all’estinzione, segnatamente quelli di montagna, all’atto di un loro acquisto vedono il prezzo della merce fatto dal venditore, laddove viene fatto dal compratore quando gli agricoltori vendono. Unica possibilità per fermare lo stritolamento è “cambiare l’unica unità di misura della convenienza”, appunto il prezzo, o almeno affiancargli altri indicatori. La proposta: l’economia della montagna appenninica andrebbe “liberata” dalla competizione con altre aree diversamente attrezzate.

Dalla competitività globale alla sostenibilità locale. Ovvero, cercare strumenti utili per liberarsi dalla “pericolosa ossessione” della competitività negatrice di qualità, sostenibilità, compatibilità ambientale, equità sociale. Strumenti complicati da costruire nel ginepraio delle normative che vorrebbero proteggere la qualità (disciplinari per Doc, Igp) ma che finiscono per creare nuove trappole per le aziende meno aggressive. Da qui l’ipotesi di un “progetto corale” che coinvolga la comunità locale nella riscoperta della “tradizione alimentare”, generata dall’intreccio tra la cultura degli abitanti e la natura dei luoghi.

Mucche al gelo a Pievetorina (Macerata); fonte: rivistadiagraria.org

Le insidie della tipicità e la fragilità della tradizione. Ovvero come l’etimologia ci rivela che il tempo della “tradizione” non sia il passato bensì il presente. Vale a dire che la tradizione si costruisce nella continuità del processo temporale di accumulazione; quindi non è acquisita per sempre al momento della sua origine, ma ha bisogno di essere costantemente rinnovata con l’atto della sua trasmissione. Un capitolo particolarmente denso costruito come una mappa di regolamenti e direttive europee, leggi e decreti legislativi nazionali che vanno succedendosi da decenni nel tentativo di tutelare le piccole produzioni alimentari circoscritte in un determinato territorio.

Dalle norme di legge alle regole dell’arte. Ovvero la sfida, molto più culturale che economica, tra i processi produttivi industriali (possibili solo con il dominio delle macchine) e quelli artigianali dove rimane prevalente il lavoro umano. Questi ultimi stritolati dalle normative pensate per il gigantismo: una per tutte la metodologia Haccp (Hazard analisys and critical control point).

Dalla proprietà individuale a quella comunitaria: “un altro modo di possedere”. Ovvero, di come vada posta nuova attenzione sulle comunanze agrarie che hanno ricevuto nuova forza con la legge 168 del 2017 sui “domini collettivi”. L’istituto della Comunanza, assurto a simbolo dell’arretratezza (sociale? politica? economica?) potrebbe diventare invece un emblema dell’innovazione, nelle inusitate forme della «retro-innovazione», come soggetto-volano nei processi che le varie comunità decidono di attivare per la ricerca di un futuro nel territorio dove sono insediate.

Dall’imposizione della protezione al ritorno alla produzione: il caso del “bosco”. Ovvero, il coacervo di motivi insiti nella contraddizione “pianura-montagna”. Il dilemma che li sintetizza: conservare per il futuro quello che si ritiene essere stato il passato, mentre è solo la condizione di abbandono del presente? Oppure proiettare nel futuro la funzione produttiva, abbandonata nel presente, ma effettivamente esercitata con profitto nel passato?

Sfidare il terremoto: riaccendere i “fuochi”. Ovvero l’altro inytreccio politico – amministrativo – burocratico che ammanta il post terremoto come un sudario moltiplicatore dei disagi di chi vuol continuare a vivere in un territorio montuoso e sismogenetico. “Riaccendere i fuochi” indica la necessità di ancorare la popolazione al territorio uscendo dallo “stato di attesa” in cui versa dopo tre anni e mezzo dal sisma. Ripartire dalle attività sociali favorendo il funzionamento di Centri permanenti di aggregazione.

La terza dimensione: “abitare il tempo”, riconquistare lo spazio. Ovvero perseguire l’obiettivo della “riabitazione” che esige, con il recupero edilizio, la contestuale ripresa delle attività economiche e magari la creazione di nuove imprese. Il tutto insieme all’erogazione con modalità innovative dei servizi civili per evitare di ricostruire abitazioni senza abitanti.

Fonte: altrogiornalemarche.it

Le dotazioni: umane, territoriali, storico-artistiche. E qui emerge anche il profilo “progettuale” del saggio che fa riferimento alle “dotazioni” del territorio, a cominciare da quelle umane. Da qui le citazioni spaziano: Progetto pilota (1973-75) della neonata Regione Umbria per la conservazione e la vitalizzazione dei centri storici della dorsale appenninica; l’istituzione (1990) del Cedrav, Centro di documentazione ricerca antropologica Valnerina; ricerca sulle potenzialità economiche e sociali dal recupero funzionale dei mestieri tradizionali (2004-2006, Cedrav e Università di Perugia).

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Nella sua ricerca di un orizzonte futuro possibile, Giacchè spazia dalla “Cattedra ambulante di AgriCultura” (1923) al  “Manifesto di Camaldoli per una nuova centralità della montagna” (formulato nel 2019 dalla Società dei Territorialisti/e). Quest’ultimo individua l’ambiente montano “come peculiare patrimonio di valori, risorse e saperi per il futuro del paese” (punto 1), mentre chi dovrebbe provvedere al suo pieno recupero non riesce a immaginarne neppure il presente. A tal proposito, illuminanti gli studi sociologici sugli “entranti” nelle realtà alpine: come quello di Giuseppe Dematteis (autore di Montanari per scelta. Indizi di rinascita nella montagna piemontese, Milano, Franco Angeli, 2011) che, con Federica Corrado e Alberto Di Gioia, ha curato anche un’indagine su 35 realtà locali significative, raggruppate in 10 aree di studio nell’arco alpino. Un genere di studi non ancora sviluppato per le realtà appenniniche, caratterizzate dalla resilienza dei restanti più che dall’arrivo di nuovi soggetti.

Meritevole di attenzione l’estesa disamina delle dotazioni patrimoniali in grado di offrire strumenti per uno “sviluppo locale integrato, autosostenibile, agro-ecologico, bioregionale inclusivo, comunitario”, come recita il Manifesto di Camaldoli al punto 3: le filiere derivanti dalla pastorizia (carne, latte e derivati, lana), le vegetazioni spontanee individuate dall’etnobotanica, quella che sostiene scientificamente l’ipotesi di “Ciboprossimo”, una piattaforma di agroecologia che alimenta la relazione tra chi produce, chi acquista e chi sostiene. Perni di questo insieme di azioni da sviluppare: Comunanza agraria e proloco di Campi. Il quadro viene completato dalle risorse culturali (materiali e immateriali) che hanno toccato il culmine della loro potenzialità di attrazione proprio in quell’estate del 2016 che aveva registrato, fino al 24 agosto, un record delle presenze in visita.

Pubblicato il 26 febbraio 2020