Rocca albornoziana,  Spoleto, 62° Festival dei Due Mondi – Pinocchio scomposto/Storia Vera E capit comm’è, luglio 2019 – © Vinnie Porfilio ph

(Maria Carmela Frate) – Michel Foucault utilizza in filosofia il termine medico eterotopia per definire il concetto di “spazi altri”, di quegli spazi di sottrazione in cui è possibile sviluppare un’esperienza alternativa del reale, dove esse, le eterotopie, diventano realtà spazio-temporali a sé stanti, nella stessa misura in cui un organo (o un tessuto) si colloca in posizione anomala all’interno di un organismo. Dotate di regole proprie e prive di riferimenti definiti, l’entrarvi implica un rito di passaggio, il risiedervi necessita l’accettazione di precise regole comportamentali.

Qui sopra e sotto: Rocca albornoziana, Spoleto, 62° Festival dei Due Mondi – Pinocchio scomposto/Storia Vera E capit comm’è, luglio 2019 – © Vinnie Porfilio ph

Nella dimensione cadenzata e immutabile del carcere, tra suoni metallici, sirene e serrature, tra spazi minuziosamente confinati da cancelli e muri panottici, nei cubicula, i ristretti vivono una dimensione di apparente quotidianità perché la ripetitività protratta negli anni la rende tale. Tuttavia la dimensione è falsata, obbligata come è all’interno di spessi perimetri opachi di cemento armato: qui predomina la relazione reciproca tra sorvegliati e sorveglianti, entrambi lontani e distanti dalla realtà di ogni giorno, quella che noi, esseri “liberi” viviamo e riteniamo reale.

All’interno di questa dimensione detentiva sia il recluso che il luogo di reclusione sono sottratti volutamente alla vista dei “liberi”, raggiungendo così lo scopo di rendere irreale ciò che non si vede. Di conseguenza, quel quotidiano che al detenuto appare reale, per il nostro immaginario è “rappresentazione della detenzione”. E in effetti, per i più, la realtà carceraria – essendo uno status anomalo – non esiste; come persone reali i ristretti non esistono.

In sostanza, di questo nostro mondo che «si percepisce più come una rete che collega dei punti e che intreccia la sua matassa piuttosto che come una grande vita che si sviluppa nel tempo» i cubicula non vi fanno parte; essi occupano uno spazio di margine, sono fuori dalla rete che connette i nodi, fuori dalla vista e dal contatto, dunque sono inesistenti.

La necessità di riconoscere e di dare valore a questi luoghi umani interstiziali e marginali, alcuni dei quali “fine pena mai”, trova compimento nell’idea di proporre e creare eterotopia, ossia uno “spazio-altro” (ma forse anche un “tempo-altro”) in cui condurre e traslare in senso figurato i ristretti; in sostanza significa generare stimoli di attività funzionali in sedi diverse da quelle normali. Questo prevede che ci sia, se non un ribaltamento, almeno una dilatazione della concezione spaziale tale da vederla fortemente connessa a quella temporale, in una sorta di dimensione complementare e parallela, non sovrapponibile, persino priva di tempo e di spazio. Essa può consentire ai ristretti di percepire come reale ciò che essi possono rappresentare fuori dai ritmi carcerari: uno spazio di “percezione primaria” – quello delle fantasie, delle passioni, delle emozioni – ricongiungendosi così alla comunità umana.

Rocca albornoziana, Spoleto, 62° Festival dei Due Mondi – Pinocchio scomposto/Storia Vera E capit comm’è, luglio 2019 – © Kim Mariani ph

La prima esperienza carceraria eterotopa in Italia si è avuta proprio nella Rocca spoletina nel 1982 quando sei detenuti provenienti da Rebibbia, guidati dal regista Marco Gagliardo e con il supporto di Luigi Daga, un magistrato di sorveglianza molto illuminato, hanno rappresentato Haute surveillance (Sorveglianza speciale, 1949), opera del drammaturgo e poeta francese Jean Genet che nella sua vita aveva sperimentato la detenzione. In quel periodo, la fortezza albornoziana stava per abbandonare la funzione di carcere per essere trasformata in luogo d’arte votato al Festival dei due Mondi, cedendo così la funzione di Casa di reclusione al nuovo edificio penitenziario appena realizzato fuori città, a Maiano1, su progetto dell’architetto Sergio Lenci. La scelta di portare l’arte scenica dei sei carcerati proprio in questo spazio detentivo in fase di trasformazione funzionale ha avuto fin da allora un elevato valore simbolico.

A distanza di trent’anni e carica di tutta questa esperienza, a cui si aggiunge la dimensione creativa ed esperienziale successiva, è nata la compagnia di ristretti #SIneNOmine, fondata e diretta da Giorgio Flamini2 con lo scopo di generare una dimensione parallela a quella detentiva, capace di offrire spazi di riconoscimento, di ricostruzione e di rappresentazione del sé, una dimensione in cui corpi, emozioni, voci e pensieri di detenuti potessero oltrepassare spazio e tempo e diventare transizione, forse rigenerazione umana: allora «C’è ancora qualcosa di buono in te?» (per riprendere una battuta dello spettacolo Il migliore dei mondi possibili 1980 – 2025).

La scelta del nome della compagnia è molto indicativa sulla condizione dei partecipanti, come ci spiega lo stesso Flamini in una conversazione avuta con lui: «[…] i carcerati sono uomini senza nome, realtà inesistenti, non visti, invisibili, uomini “cancellati” sia come identità di nome che come realtà corporea»; la presenza del cancelletto come prefisso, infatti, oltre a cancellare i nomi, simbolicamente rappresenta la realtà fisica reclusiva.

In questo processo, la necessità di ampliare e dilatare la dimensione spaziale dei ristretti è stata coniugata con quella temporale e relazionale, giocata sulla produzione di pièces, di mostre, di video, non solo tarate sulle caratteristiche interiori, geografiche, linguistiche e culturali dei ristretti, per lo più provenienti da Calabria, Campania e Puglia, ma addirittura costruite su reciproche collaborazioni tra carcerati e artisti esterni, inclusi i sorveglianti, in maniera da creare un flusso osmotico tra ciò che dal carcere esce in direzione dei “liberi” e ciò che dall’esterno riesce a penetrare intra moenia. Dunque, tra le reti e i nodi, questa eterotopia diventa il loro modo di esserci nel mondo in cui i muri assumono il ruolo di organi di trasmissione.

C’è dunque chi lavora costantemente per riattribuire dignità umana (fisica, emotiva ed etica) a chi, avendo commesso reati gravissimi, vive ristretto nei cubicula dei penitenziari, ben sapendo di avere poche – o nessuna – probabilità di rivivere in spazi non confinati. Ed è un lavoro carico di umanità, di speranza, ma anche di rigore.

«Le attività teatrali e le attività formative in genere, anche quelle scolastiche, svolgono un ruolo di ripresa di coscienza del proprio esistere. In particolare, le relazioni con l’esterno hanno una elevata efficacia; è per questa ragione che da circa due anni abbiamo potenziato le attività fuori dal carcere – come dice Flamini stesso –  partecipando per esempio a incontri sulla poesia a Frascati, a rassegne video a Salerno, Napoli e Nisida». In proposito si citano cortometraggi quali Ka moka k’amma fa (ossia “con la moka cosa possiamo fare in cella”) e la recente mostra Wafer: Ostia e vittima a Spoleto.

Questo percorso è iniziato nel 2013, quando, all’interno del 56° Festival dei due Mondi, 40 artisti, molti in regime detentivo, hanno debuttato nello spazio carcerario della palestra di Maiano rappresentando lo spettacolo Affettività patetiche/Cattività affettiva, focalizzato sugli «[…] orizzonti affettivi  che si spezzano nella condizione detentiva […]»3. La rappresentazione del 2014, Il migliore dei mondi possibili 1980-2025, ha invece indagato i territori del male, quasi un contrappasso per esorcizzare le stesse cause di detenzione. Oltrepassati i cancelli d’ingresso, la rappresentazione iniziava con la proiezione su un muro di immagini, sostenute da brani tratti dalle lettere che si sono scambiati l’architetto Lenci e la terrorista Giulia Borrelli, l’unica donna facente parte del commando che aveva attentato a Lenci, per proseguire con andamento itinerante (come tutti gli spettacoli svolti nel carcere) fino a giungere, tra proiezioni video e personaggi recitanti, ai vari palchetti. Qui erano rappresentate scene teatrali ispirate a contesti malavitosi affini ai reati commessi dai ristretti recitanti, espresse nei vari dialetti, secondo canoni da teatro tragico greco. L’epilogo era l’utopistico profilarsi dell’anno 2025, un tempo in cui il delinquere non avrebbe più albergato e il carcere di alta sicurezza, divenuto inutile, si sarebbe trasformato in un centro culturale.

Nel tempo, gli spettacoli hanno varcato i confini di Maiano in direzione di Roma, Genova e Pesaro per partecipare alla rassegna teatro-carcere denominata Destinincrociati, portando fuori dal reclusorio alcuni detenuti (in permesso premio o trasferiti per l’occasione direttamente dal Ministero). Le attività esterne si sono svolte anche a Torino, Spoleto, Chieti, Foligno e nuovamente Roma e Genova, inclusa Calcata con la rappresentazione de “Il cantico dei cantici” all’interno di un Festival libero. Recentemente, nello spazio Zut! di Foligno, invece, l’attività – riconosciuta come lavorativa e formativa – si è svolta “in art.  21” (della legge che regola l’Ordinamento penitenziario, n° 354 del 1975).  Ma la Rocca spoletina dell’Albornoz ha finalmente accolto nel 2019, all’interno del Festival dei due Mondi, lo spettacolo Pinocchio scomposto/Storia Vera ‘E capit comm’è, riportando l’esperienza eterotopa nello stesso luogo in cui era partita decenni addietro. Interessante il mix di soggetti istituzionali coinvolti nella produzione: Casa di Reclusione di Spoleto, IIS Sansi Leonardi Volta, Ufficio di sorveglianza di Spoleto, Museo Nazionale del Ducato di Spoleto, Associazione Teodelapio, Associazione Euno, compagnia #SIneNOmine, Fondazione Antonini.

Infine, nel novembre scorso, in occasione di Matera 2019 Capitale europea della cultura, la città lucana ha ospitato la compagnia per l’iniziativa Con lo sguardo “di dentro” (a fianco la locandina con una foto di Vinnie Porfilio). Tutte le mise-en-scène appena descritte ci pongono di fronte a una realtà a cui, per abitudine, si attribuiscono definizioni e giudizi mai ridiscussi e che troppo spesso abbiamo rimosso e continuiamo a rimuovere, nel tentativo di non venirne coinvolti. In queste spazialità i corpi dei ristretti, finalmente esposti nudi alla vista altrui, si mostrano forti, lucidi, spesso decorati da tatuaggi; nella loro pelle chiara o scura, rappresentando sè stessi, diventano portatori di una energia densa, dove sembra essersi sedimentato il dolore di innumerevoli vite, di innumerevoli morti, l’intenzione di una redenzione.

L’iniziativa artistica Wafer: Ostia e vittima4, una delle tante attuate da Flamini, si configura un po’ fuori dagli schemi ma, guidandoci – ora con fragilità ora con fermezza – dentro una spazialità traslata e dilatata, ci obbliga a guardare altro. Installata contemporaneamente nella Rocca Albornoziana e nella Casa di Reclusione in concomitanza con la 62esima edizione del Festival dei Due Mondi 2019, è stata condivisa e patrocinata dalla Fondazione Umbra per l’Architettura proprio nell’ottica della costruzione di un proprio sistema di interesse culturale privo di delimitazioni. Ciò secondo il pensiero che guida la Fondazione, secondo il quale l’arte in generale (e con essa l’architettura) deve essere praticata proprio nella sua dimensione di utilità per l’uomo, con la prospettiva di restituire valore a quel legame interiore tra il personale e l’interpersonale, tra il sé e l’altro, che spesso l’autoreferenzialità annulla.

Matera novembre 2019, ritratti. Parte della mostra Wafer: Ostia e vittima nel programma di Uno sguardo “di dentro” – © Alberto Mascia ph

Le numerose opere esposte sono state realizzate dall’artista Paola De Rosa; molte sono a olio su tela e a tempera vinilica su cartone a tripla onda e sono state tratte dai cicli pittorici Wafer, Vizi capitali (Le tentazioni della pittura), Via Crucis d’Invenzione, Rose; altre sono ritratti ad acquerello di detenuti e sorveglianti della Casa di Reclusione di Spoleto, come se l’artista volesse dire ai ristretti “io ti vedo”.

All’interno del carcere, nei 4 piani dei padiglioni detentivi, l’ambientazione diffusa dei dipinti – Wafer, Vizi Capitali e Rose – ha presentato, come affermato da Giorgio Flamini, «… incontri a sorpresa, spiazzanti: in alcuni momenti, si tratta di visioni veloci installate in spazi di passaggio, mentre, in altri ambienti, i dipinti, non palesandosi, diventano essi stessi osservatori e sorveglianti silenti dei ritmi ripetitivi della pena». L’operazione intra moenia, impegnativa per numero di opere esposte e per autorizzazioni, è stata rivolta a tutta la comunità di Maiano, ai ristretti e a chi, a diverso titolo, opera dentro il carcere.

La seconda parte della mostra è stata installata presso la Rocca, dunque fuori dalla cinta di Maiano ma in continuità con quella traccia storica di luogo di detenzione che la fortezza albornoziana è stata. Sebbene fin dalla remota origine la sua funzione di fortezza la collocasse come spazio confinato atto a escludere quanto fosse fuori dalle mura, col tempo quel “dentro” privilegiato si è trasformato in reclusorio, destinato a isolare e rendere invisibili – a chi fosse fuori – corpi, volti e vite di ristretti. Ormai luogo d’arte, con questa iniziativa, la rocca si è posta, e si pone per il futuro, come luogo di congiungimenti in cui il limes, quella soglia difensiva da non superare perché nata per escludere, si confonde con il limen, ossia con quel confine che sottintende l’inizio, il principio, l’ingresso in un altro ambito.

Le opere installate nella Casa di Reclusione, non accessibili al pubblico, sono state rese visibili alla Rocca attraverso la proiezione di un video, realizzato con gli scatti fotografici di Vinnie Porfilio e con le poesie di Roberta Attanasio e Roberto Silvestro, lette da Giorgio Flamini. Le due mostre sono state il fondamentale complemento l’una dell’altra.

Qui sopra e sotto: “Ristretti” in fase di trucco per Pinocchio scomposto / Storia Vera ‘E capit comm’è, luglio 2019 – © Vinnie Porfilio ph

Con privilegio, è stato possibile vedere intra moenia quella a Maiano il 20 maggio, insieme a visitatori insoliti (un architetto, Pedro Campos Costa; un urbanista, Mariano Sartore;  un regista, Amandhio Pinheiro), una visita che si è conclusa con una timida, quasi intima, conversazione con alcuni ristretti. Ciò che di noi è entrato nel reclusorio (corpi e pensieri), dunque, si è ampliato di consapevolezze perché è stato percorso da voci e da visi che, ancora oggi, si riannodano ai suoni e alle parole di questo allestimento in cui, insieme alle immagini e ai video, si materializzano all’esterno del carcere alcuni frammenti di quel ripetitivo e irreale quotidiano che risuona nelle anime di chi sorveglia e di chi è sorvegliato.

Pubblicato il 19 febbraio 2020

1  La nuova casa di reclusione, appena fuori città a Maiano, fu progettata dall’architetto Sergio Lenci nel 1970 come carcere di massima sicurezza, anche per detenzioni da 41bis. Nel 1959 aveva progettato il carcere romano di Rebibbia. Il 2 maggio 1980 alcuni terroristi di Prima Linea gli spararono alla testa in quanto considerato “tecnico dell’anti-guerriglia urbana”. L’accusa era riferita alla scelta dell’architetto di adottare criteri di rispetto dei diritti umani dei detenuti perché questo riduceva il potenziale rivoluzionario dei carcerati. Sopravvisse per 21 anni con il proiettile nella nuca, cercando di capire, anche incontrando alcuni dei terroristi. Ne scrisse in Colpo alla nuca.

2 Giorgio Flamini, architetto e scenografo spoletino è stato anche assessore alla cultura nel comune di Spoleto. Egli ha infatti abbandonato la sua professione “libera” per dedicarsi interamente alla attività artistica “costretta” che svolge nel penitenziario di Maiano, Spoleto. Qui sono ospitati circa 440 carcerati in più circuiti: alta sicurezza, media sicurezza, protetti e regime di 41 bis. All’interno del Liceo artistico carcerario dell’Istituto di Istruzione Superiore “Sansi Leonardi Volta” della cittadella penitenziaria umbra, la mattina lui svolge attività di docenza di Progettazione scenica e discipline geometriche e il pomeriggio svolge attività teatrale e artistica. Circa sette anni fa ha fondato nel carcere la compagnia teatrale #SIneNOmine di cui è direttore artistico.

3 È la prima rappresentazione della trilogia MA ia NO a cui ha fatto seguito nel 2014  Il migliore dei mondi possibili 1980-2025 e, nel 2015, Miracolo a Maiano per la 57esima e 58esima edizione del Festival. Hanno fatto seguito nel 2016 A città ‘e Pulecenella, nel 2017 Nessuno, poi Victims nel 2018 e nel 2019 Pinocchio scomposto/Storia Vera E capit comm’è.

4 Questa mostra è stata la prima di un progetto che prevede, dopo Paola De Rosa, le installazioni di Virginia Ryan e di Paola Gandolfi. La mostra è stata realizzata in collaborazione con il Polo Museale, il Museo Nazionale del Ducato, la Casa di Reclusione, l’Ufficio di Sorveglianza di Spoleto, l’IIS Sansi-Leonardi-Volta, il Cesp (Centro studi per la scuola pubblica) e la FUA (Fondazione Umbra per l’Architettura). Il progetto espositivo è stato inserito nel programma nazionale Con lo sguardo di dentro, Matera 2019 Capitale europea della cultura. Diritto di accesso e partecipazione dei detenuti alla vita culturale della comunità.