Mostra di Letizia Battaglia, Per pura passione (MAXXI, Roma, novembre 2016)

(Marco Nicolini). Già dai primi anni Cinquanta dell’Ottocento la fotografia entra nelle grandi esposizioni collettive. Ciò certamente facilita la sua vicinanza a istituzioni capaci di dare voce alle sue ambizioni, alla sua tentazione sempre più forte verso un destino documentario e artistico. Pur se ancora alla ricerca di una sua definizione, e pur nelle diversità delle sue tematiche, l’idea di esporre le immagini fotografiche serviva infatti a combattere i pregiudizi della prima epoca e a intravedere quel futuro che per la fotografia si annunciava avvincente fin dalle sue prime fasi.

Già nel 1851, al Crystal Palace di Londra, si espongono 700 immagini, realizzate con diverse tecniche e provenienti soprattutto da quei Paesi – Inghilterra, Francia e Stati Uniti – dove il dagherrotipo e la fotografia conoscono da subito un eccezionale successo. È la prima “Esposizione universale”, l’inizio di una serie di eventi concepiti come periodica celebrazione dei successi tecnologici del XIX secolo – e poi, del XX. Ospitata presso l’Hyde Park di Londra, l’esposizione del 1851 ebbe una sua sede particolare costruita proprio per l’occasione: un Palazzo di Cristallo. La fotografia vi compariva ancora nella sezione “Industria”, vale a dire come una delle tante nuove tecnologie senza alcuna ambizione artistica.

Quell’aspirazione, la fotografia inizierà però a inseguirla da subito assieme alla ricerca di un suo linguaggio, di un suo codice autonomo. Dalla seconda metà dell’Ottocento, e fino a inizio Novecento, le esposizioni di fotografia “pittorialista” si rincorrono e si accavallano dai due lati dell’Atlantico. Sarà organizzata a Vienna, nel 1891, a cura del Wiener Kamera-Club (Vienna Camera Club) una grande mostra internazionale della fotografia pittorialista destinata a influenzare la percezione della fotografia da lì in seguito, e che il codice fotografico dovesse ormai essere considerato alla stregua delle altre espressioni artistiche fu il messaggio lanciato con l’apertura della galleria “291” a New York, fondata da Alfred Stieglitz per ospitare, assieme alla fotografia, opere di scultura, pittura, disegno.

Fonte: https://platinumprince.com/pictorialist-organisations

Quel lungo cammino verso l’autonomia, troppo lungo per essere qui descritto, può forse aiutarci a comprendere come la fotografia sia potuta anche diventare l’indiscutibile testimone della nostra vita quotidiana. Accenniamo solo a un passaggio fondamentale di questa parabola. Dopo il periodo pittorialista, necessario per una legittimazione dell’immagine fotografica tra le esposizioni d’arte, uno degli eventi fondamentali del Novecento è stato senza dubbio la mostra “The family of Man”, organizzata nel 1955 da Edward Steichen al Museum of Modern Art (MOMA) di New York. Quella stessa esposizione, poi ospitata da dozzine di musei sparsi in tutto il mondo e visitata nel corso degli anni da oltre nove milioni di persone, nel 2003 è stata inserita nel “Registro della Memoria del Mondo” dell’UNESCO. Una svolta decisiva nella storia della fotografia e nella sua legittimazione come strumento memoriale, frutto dell’intuizione di un artista come Edward Steichen, fotografo e poi direttore del MoMa, della sua idea di una grande mostra collettiva avente come tema l’uomo e la sua grande famiglia mondiale.

Possiamo però dire che sono ormai decenni che la fotografia, nelle sue varie forma, è diventata protagonista della nostra vita. Parallelamente all’uso che tutti i giorni, e sempre di più, ognuno di noi fa di questo mezzo, si organizzano poi mostre di fotografi che, nella scelta delle loro tematiche e con l’uso di espedienti tecnici, documentano, inventano, o raccontano storie attraverso reportage. Di queste mostre, veicolo fondamentale per comunicare e rendere noto il lavoro di tanti, fanno spesso da corredo libri e cataloghi di modo che tutto venga registrato e che possa aver il suo posto nella grande libreria del mondo. Tutto questo per sottolineare l’importanza rivestita dalle mostre fotografiche, e dalla qualità della loro offerta, sia come segnale di una cultura artistica e documentaristica sempre più diffusa, sia come proposta e sollecitazione verso la riflessione e la condivisione di sguardi sul mondo, e al tempo stesso di tecniche per registrare quegli sguardi. Una mostra può essere infatti occasione di conoscenza, di apertura di orizzonti, della scoperta di problematiche e di alcune soluzione tentate, come può offrire un’importante opportunità di incontro per artisti diversi. Portando testimonianza di storie e vicende, tragiche o piacevoli, mostra le possibili strade che la creatività può impiegare per narrarle, liberando le emozioni e proiettandole altrove.

Nell’atto del suo allestimento, la mostra pone il suo curatore a contatto con l’artista. Da qui, si crea un connubio che mira al medesimo obiettivo: una comunicazione il più possibile efficace affinché il lavoro esposto possa essere compreso da chi viene a osservarlo. E se il valore e il significato di una mostra fotografica è tutto questo, assieme al compito primario di esaltare la cultura fotografica ogni mostra ha anche dei riflessi inevitabili nel territorio dove si svolge, sia da un punto di vista commerciale, sia in termini di visibilità laddove venga inserita all’interno di una coerente programmazione culturale offerta da questo o da quel soggetto curatore. Proprio di questo ultimo aspetto vogliamo parlare con Michele Cantarelli, un fotografo che ha saputo costruire su Facebook un contenitore di informazioni e di condivisioni delle mostre fotografiche che si tengono nel nostro Paese: Mostre di fotografia in Italia

Mostra di Lewis Hine, American Kids (Casa di Vetro, Milano, ottobre 2019)

Girovagando in Internet, molti sono i siti reperibili che presentano o raccontano di mostre fotografiche, ma il lavoro certosino che Michele Cantarelli sta portando avanti merita attenzione per una sua caratteristica: laddove presenta e recensisce una mostra, racconta solo ciò che ha visto con i suoi occhi.

Questa è l’intervista con lui, fatta di recente.

M.N. – Volevo chiedere, a te che sei fotografo appassionato e docente di fotografia, quale esigenza ti ha portato a farti anche animatore di un contenitore di informazioni sulle mostre fotografiche in Italia.

M.C. – Ci sono diversi modi per coltivare la propria passione per la fotografia e la cultura in generale, e una delle mie attività preferite, insieme all’atto del fotografare, è recarmi nei musei e nelle gallerie d’arte a vedere le mostre fotografiche. Recarmi a una mostra per me significa approfondire la conoscenza di un autore o scoprirne di nuovi, ma non solo. C’è il gusto di entrare negli spazi museali per respirarne in silenzio l’odore della cultura e osservarne le architetture talvolta magnifiche. C’è l’interesse che nutro per gli allestimenti, quindi scoprire quali materiali sono stati utilizzati, la qualità della stampa, i supporti, i layout, l’illuminazione, l’effetto scenografico complessivo. C’è poi il piacere di recarmi immancabilmente a fine visita presso il bookshop (quando presente) perché i libri di fotografia sono un altro fattore che nutre il mio amore per la fotografia. Infine, ma non marginale, l’aspetto ludico, evasivo e di conoscenza del territorio nello spostarmi in una città diversa da quella in cui vivo, magari in buona compagnia e con tutto il contorno, come per esempio cibo e shopping, specialmente quando mi fermo per una notte o due in occasione di un Festival.

M.N. – Per passare dall’idea all’esecuzione di questo tuo contenitore sei passato attraverso un progetto. Ce lo puoi descrivere?

M.C. – Da quando è nata in me la passione della fotografia ho visitato tantissime mostre, in Italia soprattutto ma anche all’estero e tuttora continuo a farlo, impegnando tempo e investendo soldi, ma raramente torno a casa scontento: in qualche modo, mi sento sempre arricchito dall’esperienza nella sua globalità. Tale quantità richiede ricerca e anche un minimo di organizzazione, cioè cerco di accorpare per quanto possibile le mostre da visitare in un luogo. Così ho iniziato a usare il mio profilo Facebook, sin lì abbastanza inutilizzato, come taccuino dove segnare memorandum delle mostre. Molto semplicemente postavo i link relativi alle mostre cui ero interessato così da avere autore, luogo e data a portata di click. Poi ho pensato che potevo fare di più con un piccolo sforzo e così ho creato il gruppo Facebook “Mostre di fotografie in Italia” che, a oggi, dopo circa due mesi dall’apertura, conta più di 500 membri e la pubblicazione sin qui di 60 mostre dislocate in 26 città.

Mostra di Elliot Erwitt, Family (Mudec, Milano, ottobre 2019)

M.N. – Qual è l’intento di questo tuo ulteriore sforzo nei confronti della fotografia?

M.C. – L’intento è quello di avere un contenitore organizzato non soltanto a uso personale, ma anche da condividere con le persone che hanno la mia stessa passione. Più o meno giornalmente faccio ricerca sulle mostre in programma, seleziono quelle che ritengo più importanti e interessanti (in base agli autori passati e contemporanei, ai temi trattati, all’originalità del metodo, ecc.) e posto i link aggiungendo come argomento la città in cui si svolge l’esposizione. In tal modo è possibile filtrare le mostre per città e vedere l’elenco delle esposizioni presenti nelle stesse. Nel commento al post scrivo sempre la data di fine mostra e cerco di linkare sempre al sito ufficiale dei musei in cui si tengono per poter avere le informazioni reali e aggiornate sui giorni e gli orari di apertura e sui prezzi di ingresso, oltre che la scheda di descrizione dell’evento. Oltre a questo, per le mostre che visito aggiungo una breve recensione e qualche immagine. Anche gli iscritti al gruppo che visitano la mostra possono lasciare la loro opinione sull’esperienza. Trovo interessante vedere quanti like ricevono i post perché mi danno indicazione sull’apprezzamento del tema trattato o sull’autore, anche se quasi sempre i fotografi più noti ricevono più like.

Mostra di Man Ray, Le seduzioni della fotografia (CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, Torino, ottobre 2019)

M.N. – Credo che con questo modo tu possa certamente aiutare a costruire una mappatura di quanto succede in Italia relativamente alle mostre fotografiche. Quale è la tua sensazione?

M.C. – L’osservazione della concentrazione degli eventi nelle città mi incuriosisce e, come prevedibile, Milano è in tal senso la leader indiscussa, per quantità e qualità, mentre da Roma in giù c’è purtroppo ben poco – o, per lo meno, è quanto ho potuto constatare io in questi ultimi due mesi. La tipologia di attività si sposerebbe meglio con una pagina Facebook piuttosto che con un gruppo, considerato che soltanto io posso pubblicare, ma ho scelto un gruppo proprio per la possibilità di creare argomenti e quindi filtrare le città, cosa che la pagina non permette di fare. Per finire, credo che il gruppo “Mostre di fotografie in Italia” possa rappresentare un valido esempio di sano utilizzo dei social, ovvero la condivisione di informazioni utili (e attendibili) per la comunità.

M.N. – Secondo te, cosa spinge a proporre mostre fotografiche al pari di qualsiasi altra mostra d’arte? C’è un vero e proprio ritorno?

M.C. – Come per le altre arti, credo che rivesta un’importanza determinante la qualità della proposta. Se porti grandi autori o talenti emergenti di livello internazionale, unitamente a tematiche attuali se non anticipatorie e con un approccio multidisciplinare, il risultato in termini di visite può essere importante. La mostra “Anthropocene” che si è tenuta al MAST di Bologna fino a poche settimane fa è stato un modello esemplare. Un’esposizione multimediale che indagava l’indelebile impronta umana sulla Terra attraverso le straordinarie immagini di Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier. Bilancio finale: 155.000 visitatori di ogni età e di diversa provenienza, un afflusso di pubblico talmente straordinario da imporre per ben due volte la proroga della mostra. Con tali numeri, l’indotto economico sul territorio diventa interessante.

La scommessa per i musei e per tutte le gallerie impegnate è di andare avanti nella programmazione di mostre includendo nuovi momenti e nuovi spazi per la fotografia tenendo sempre uno sguardo vigile non solo sulla conservazione e valorizzazione del patrimonio già esistente, con valide riproposizioni, ma soprattutto su quella che è considerata la creazione contemporanea della fotografia in tutti i suoi aspetti. Non dimentichiamo che con le nostre mostre fotografiche arricchiamo il “Registro della Memoria del Mondo” e, come dice Cantarelli, facciamo del bene al nostro territorio.

Michele Cantarelli si occupa di fotografia jazz, fotografia del territorio, formazione e ricerca sull’evoluzione del rapporto tra uomo e fotografia. Ha tenuto conferenze ed esposto in tutta Italia. Ha pubblicato suoi lavori in diversi periodici, tra cui “l’Espresso”, “Jazzit”, “Turismo Culturale”.

Le foto delle mostre fotografiche che appaiono in questo articolo sono tutte di Michele Cantarelli.

Pubblicato il 5 febbraio 2020