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(Mariano Sartore). Il tema della “rigenerazione urbana” è entrato nel lessico comune così come nelle politiche che le città intendono perseguire o, più spesso, dichiarano di voler perseguire a prescindere dalla reale capacità di individuare strategie idonee e di implementare azioni coerenti.

La fortuna che il concetto di rigenerazione ha registrato, in particolare dopo il verificarsi della crisi economica del 2007, in assenza di una chiara e condivisa codificazione semantica, può lasciar presagire la sua riduzione a mero slogan, destinato a essere sostituito nel volgere di una stagione da un nuovo headline considerato più à la page. È quel che è accaduto a concetti come marketing urbano, paesaggio, smart city, (ma l’elenco, che include sussidiarietà, perequazione, partecipazione, è molto più lungo), i quali svuotati del loro valore originario, sono stati declinati in modo improvvisato e addomesticati in modo banalizzato, o ridotti a tecnicismo, senza riuscire a dar luogo a nessun cambiamento significativo della realtà urbana o dei modi in cui lo spazio urbano e il territorio viene vissuto, fruito, usato. Forse che il marketing urbano ha prodotto un qualche beneficio concreto, proiettato com’era nell’attrazione di fantomatiche risorse esterne piuttosto che nella valorizzazione di quelle endogene? La lunga stagione dominata dal tema del “paesaggio”, quali modificazioni concrete ha apportato in Regioni come l’Umbria che più volte ha annunciato il suo essere la prima a dotarsi di un Piano congruente con la Convenzione europea (Firenze, 20 ottobre 2000) e che –scandalosamente – a vent’anni di distanza è ben lungi dall’approvarne uno? O ancora, infine, quali sono i risultati percepibili degli ingenti investimenti fatti per rendere le nostre città più intelligenti (o “furbe” come sarebbe più corretto dire), se si esclude al più qualche nuovo dispositivo di regolazione semaforica?

La questione della banalizzazione di concetti importanti, mutuati da riflessioni disciplinari serie e ridotti a slogan, consumati nell’arco di una stagione più o meno breve, non riguarda tuttavia solo la capacità di dar luogo a cambiamenti utili della realtà; pone anche il problema della mancata elaborazione e introiezione nella società e in chi la rappresenta di quelle nuove visione e importanti valori di cui sono portatori, capaci di contribuire alla riduzione dei crescenti problemi che il modello di sviluppo perseguito ha creato tanto nei rapporti tra gli individui o i gruppi sociali che, ancor più, tra la società e l’ambiente. Ne consegue un nuovo interrogativo, relativo alle ragioni per cui un tema viene assunto come importante e dominante per un certo periodo, dopo di che si esaurisce senza riuscire a produrre pressoché alcun cambiamento concreto e senza neppure lasciare una qualche sedimentazione significativa in termini di acquisizione di nuove consapevolezze diffuse.

Il caso della lunga (e spesso inconcludente) stagione relativa al tema del “paesaggio” è emblematico. Non esiste, o quasi, ambito disciplinare che non sia intervenuto rivendicando competenze in materia: dal diritto all’antropologia, dall’economia all’archeologia, dalla geologia alla botanica, alla storia, alla geografia, alla storia dell’arte, senza voler scartare nell’elenco le discipline scientifiche e quelle tecniche, e le molteplici ingegnerie – ambientale, idraulica, gestionale, geotecnica, informatica, energetica, …

In un importante saggio del 1981, Lucio Gambi [“Riflessioni sui concetti di Paesaggio nella cultura italiana degli ultimi trent’anni”, in R. Martinelli, L. Nuti (a cura di), Fonti per lo studio del paesaggio agrario, Lucca, CISCU, 1981, pp. 3-9] ripercorreva l’evoluzione nel corso della seconda metà del Novecento del concetto di “paesaggio”, analizzandone gli sviluppi più recenti nelle tre discipline che considerava maggiormente pertinenti: geografiche, storiche e urbanistiche (o urbanistico-antropologiche). Di fonte alla questione originaria relativa alla necessità/utilità di individuazione di una definizione del concetto di “paesaggio”, al contempo univoca e condivisa da parte delle diverse discipline, Gambi concludeva nel seguente modo: «Probabilmente, invece di affaticarsi a cercar con poco costrutto un’unica definizione di paesaggio, un modo per convergere utilmente nello studio intorno ad esso è quello di accoglierlo come problema: problema che manda a carte al vento i nostri tradizionali, gelosi ritagli disciplinari, e che dovrebbe essere affrontato da parte di ciascuno secondo le proprie esperienze diversificate, ma con un piano strategico unitario. […] Ogni campo disciplinare ha le sue fonti e i suoi strumenti, e ciascuno di questi ha nel suo campo una data potenzialità ai fini della ricerca. Ma da un discorso incrociato, che superi le surrettizie ed inconsulte staccionate disciplinari – e le conseguenti disparità di codici – fra i cultori di campi diversificati che raramente trovano l’occasione per confrontare le loro apparecchiature di lavoro, gli strumenti e le fonti di cui ogni campo abitualmente si serve non possono che aumentare la loro potenzialità, e le metodologie d’indagine non possono che affinarsi integrandosi. E per tale via l’esplorazione del fatto “paesaggio” – in ultimo quindi la concettualizzazione stessa di “paesaggio” – non potranno che uscire migliorate.»

Aldilà delle maldestre e ingenue, verosimilmente inconsapevoli, riproposizioni del più becero determinismo ambientale, l’approccio che nei decenni successivi è stato sviluppato dalla prassi inerente il tema del paesaggio, e con esso degli altri temi rilevanti che di volta in volta venivano assunti e proposti, si sono basati non sulla ricerca di un linguaggio comune capace di integrare e far interagire i diversi saperi, quanto sulla rivendicazione della competenza esclusiva da parte di ciascuna disciplina. In altri termini, malgrado i limiti epistemologici sempre più evidenti, si è rafforzato un approccio settoriale sempre più spinto, negando così la natura complessa e sistemica dei temi e dei problemi che investono i fatti sociali, il loro dispiegarsi nello spazio e la loro interazione con l’ambiente.

I limiti sottesi alla traduzione in slogan inefficaci di concetti centrali come il paesaggio  si ripropongono con analoga intensità in riferimento al tema della riqualificazione urbana e territoriale.
Le sue matrici vanno infatti ricercate nell’evoluzione del concetto di “riqualificazione urbana” e delle forme con le quali esso è stato declinato nei decenni scorsi, incapaci cioè di affrancarsi dalla mera dimensione fisico-spaziale o, più propriamente, edilizio-immobiliare. Il suo superamento trae origine dalla necessità di introdurre come preminenti (e non come semplice corollario) dimensioni squisitamente sociali, legate al benessere individuale e collettivo, alla coesione sociale, alla riduzione delle conflittualità, incluse quelle derivanti dall’accresciuta percezione di insicurezza, dalla nuova domanda di radicamento su base locale e di costruzione di identità collettive, dalla necessità si assicurare nuove forme di sviluppo anche economico specie nei contesti in cui sono venute meno le prospettive che il modello di sviluppo dominante sembrava in grado di garantire. In questo senso le pratiche di rigenerazione si fondano una un’analisi profondamente critica dello status quo e del modello sociale ed economico che lo ha generato; si basano sull’affrancamento dall’auto-mobilitazione individualistica imposta per decenni dal neo-liberismo a favore di nuove pratiche di mobilitazione collettiva, che a loro volta rimettono in gioco (pena la vanificazione delle iniziative) il ruolo dell’attore pubblico.
Va da sé che, in un simile quadro, l’efficacia delle iniziative di rigenerazione non dipenda solo dalla qualità degli esiti finali; a essere centrale e determinante è il processo di costruzione dell’iniziativa, a partire dalle forme di attivazione, coinvolgimento, partecipazione e condivisione del progetto soprattutto da parte degli abitanti, ma anche dei portatori di sapere esperto e degli attori pubblici, o decisori. A fronte della dinamicità e rinnovato protagonismo delle comunità locali , l’anello debole di questa catena di attori sembra oggi rappresentato proprio dal sapere esperto, sia che si tratti di quello tecnico sia di quello scientifico, con quest’ultimo sempre più trincerato nei propri steccati disciplinari e pronto ad avocare a sé la competenza esclusiva anche in ambiti che non gli appartengono culturalmente, se funzionale alla costruzione di carriere o all’intercettazione di risorse finanziarie di cui nessuno chiederà mai conto in termini di efficacia e produttività.

È dunque proprio nella prospettiva di contribuire alla formazione di nuove figure esperte portatrici di un know-how scientifico e metodologico utile, dunque capaci di affrontare la realtà e i cambiamenti con un approccio integrato, interdisciplinare e sistemico, che si è articolato nel semestre accademico scorso il corso di “Rigenerazione e sostenibilità del territorio”. Si tratta di un nuovo corso, proposto dal Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Perugia, nell’ambito del curriculum “Politiche del territorio” del nuovo corso di laurea magistrale in “Politica, amministrazione, territorio”. In particolare, nell’ambito del corso è stato attivato, in collaborazione con magazzinocultura.com, un Laboratorio di analisi e ricerca empirica relativo a casi significativi di rigenerazione urbana nell’Italia di mezzo, dove la significatività è riconducibile prima ancora che al successo di tali esperienze, alla loro capacità di offrire motivi di apprendimento.

Muovendo dalla definizione articolata di uno schema di analisi empirica capace di restituire la poliedricità dei processi di rigenerazione, l’importanza e il ruolo degli attori coinvolti, la multidimensionalità dei fattori in gioco così come la molteplicità degli effetti – diretti e indiretti – prodotti, si sono approntate, sempre con un approccio basato sul problem-solving supportato dalla letteratura scientifico disciplinare, due format di restituzione: uno semplificato ascrivibile al tipo “giornalistico”, destinato a magazzinocultura, l’altro riconducibile alla tipologia del saggio breve che avrà altra destinazione.

Il primo caso selezionato, affrontato in maniera congiunta dagli studenti assistiti dai docenti (chi scrive e i referenti di magazzinocultura, Andrea Chioini e Roberto De Romanis), con lo scopo di definire e implementare tecniche e modalità di analisi e interpretazione, ha riguardato Pennabilli, un piccolo borgo dell’Alta Valmarecchia, collocato nel cuore del Montefeltro a oltre 600 m. di altitudine, già appartenente alle Marche sino al 2009, quando è entrato a far parte della provincia di Rimini. Pennabilli, collocato a circa 50 km dalla costa adriatica, costituisce un esempio rappresentativo della montagna interna, particolarmente denso di una storia plurimillenaria ma privo di quelle emergenze storico, architettoniche o monumentali capaci di contrastare la tendenza al declino che ha investito gran parte delle aree interne del nostro Paese. Un declino che è misurabile in termini demografici, se si considera che la sua popolazione si attesta oggi su 2.800 residenti, poco meno di quanti ne avesse al tempo dell’Unità d’Italia. Nel corso degli ultimi decenni dell’Ottocento, la popolazione era cresciuta infatti costantemente per attestarsi sulle 5.200 unità negli anni compresi tra i due conflitti mondiali, per poi decrescere repentinamente su valori non molto superiori a quelli attuali nel ventennio successivo, vale a dire negli anni Cinquanta e Sessanta.

La dinamica di Pennabilli riflette bene la condizione di marginalizzazione sotto il profilo dello sviluppo economico con il quale l’Italia si è modernizzata, investendo le sole pianure, i fondovalle e i territori costieri. In questo quadro di marginalità, tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta si insedia Tonino Guerra, esule da una Roma che secondo il Maestro aveva oramai esaurito il proprio ruolo creativo e culturale. A optare in favore della piccola località, anziché Parigi – altra possibilità ipotizzata da Guerra – è sua moglie Lora, ma a favorire tale scelta contribuisce anche quel milieu umano ospitale e aperto che la piccola comunità offre e che il Maestro non aveva ritrovato altrove.

045Prende così avvio, a opera di Tonino Guerra, dell’altrettanto creativa Lora e dei nuovi amici che da Pennabilli e dal circondario iniziano a frequentare e collaborare con loro, l’esperienza inedita, intensa e multiforme della rigenerazione urbana di Pennabilli. Si tratta di una “rigenerazione” che è implicita, fatta di una molteplicità di iniziative e atti creativi che si susseguono secondo un processo incrementale talvolta fortuito o occasionale, derivante da contingenze specifiche, altre volte voluto e ricercato, ma in ogni caso tutte di enorme interesse e originalità, tanto se considerate singolarmente che, ancor più, se considerate nel loro insieme.

Quelli che vengono qui proposte, e leggibili in un’appendice che le raccoglie nel nostro archivio alla voce “Pennabili” , sono dunque alcuni sviluppi dell’indagine “sul campo” e delle analisi prodotte nell’ambito del Laboratorio, in riferimento al caso-studio di Pennabilli. Due avvertenze appaiono tuttavia obbligatorie.
La prima riguarda l’obiettivo perseguito, che non è stato quello di restituire tout-court l’esperienza affascinante di Pennabilli, troppo ricca e complessa per essere affidata a poche pagine, ma quello di proporre alcune riflessioni che aspirano a essere approfondimenti di aspetti particolari, dotati di punti di vista di una qualche significatività per chi si occupi di rigenerazione.
La seconda avvertenza è il frutto di una scelta a lungo meditata e dibattuta: tentare di descrivere ciò che a Pennabilli è stato realizzato senza riferirsi al proprio ideatore. Tonino Guerra rappresenta non solo un gigante dell’arte, della poesia e della creatività; verosimilmente costituisce anche una delle ultime figure di “intellettuale organico” che il Novecento ha prodotto. Sotto questo profilo, quell’esperienza, senza la figura del Maestro, non è in alcun modo riproducibile e replicabile. La scelta operata è stata, invece, considerare le diverse sfaccettature delle competenze e delle componenti messe in atto in questa esperienza, che a Pennabilli sono ascrivibili tutte, in un modo o nell’altro, al suo artefice, ma che altrove potrebbero forse essere riproponibili con l’apporto di un team ricco, ben articolato e organico di autori/attori.

006I contributi alla riflessione che qui si propongono sono esito di alcuni viaggi, tanto collettivi che individuali, a Pennabilli e sono debitori nei confronti dei molteplici incontri, talvolta anche fortuiti ma sempre aperti, ospitali e disponibili avuti con i pennesi. Tuttavia un ringraziamento particolare va a Giuliana Lucarini, Assessore alla Cultura del Comune, a Luigi Mattei Gentili, amico di Tonino Guerra e con lui protagonista di tutto ciò che è stato realizzato, e a Eleonora Jablochkina, la “Lora” di Tonino Guerra che con il marito non solo ha condiviso ogni progetto ma di lui continua efficacemente a inseguirne i sogni e le utopie.
A tutti grazie del molto tempo dedicatoci e per averci aperto le porte di Pennabilli, del mondo di Tonino Guerra e anche della sua casa

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L’apparato fotografico di questo articolo e di tutti gli interventi raccolti nel dossier “Pennabili” è di Marlon Sartore. Per tutte le foto, © del loro autore.

 

Pubblicato il 29/01/2020