(la Redazione) – Una forza tellurica che sale lungo le gambe, il corpo avvolto in una lunga veste nera, la voce di Maria Anna Stella (1988), autrice-interprete-regista che, per un’ora e mezza senza pausa alcuna, tiene la scena dei luoghi che hanno ospitato Terrae motus – Motus animae. Ha la forma di monologo. Eppure è il pensiero delle migliaia di persone (un pensiero femminile) che continuano a condurre le proprie giornate, a sognare, ad amare, a soffrire nei luoghi colpiti dal terremoto in Umbria, nelle Marche, nel Lazio e in Abruzzo. Quelle persone Maria Anna le ha ascoltate, ne ha registrato le loro parole e ci ha impastato la sua piéce.
Forse non è un caso che Terrae Motus – Motus Animae nasca dalla profondità del sentire di una donna, l’autrice appunto, presente più di ogni altro in una vicenda a cui non si può fare l’abitudine: finire in mezzo a una strada all’improvviso, passare settimane e mesi in container o grandi tendoni, ri-traslocare in una sistemazione abitativa di emergenza (S.A.E.) nell’attesa di recuperare condizioni di esistenza degne di essere vissute con animo aperto sul futuro. Significativa la genesi di questa produzione, che è partita dalla… radio.

Dal sito di RaiRadio3

È stata infatti la realizzazione di un audio-documentario per il programma “Tre soldi” su RaiRadio3 ad attivare tutto il processo sfociato nello spazio del “Centro universitario teatrale” (Cut), [ https://cutperugia.blogspot.com/ ] a Perugia con le prime tre repliche dello spettacolo: 6, 7, 8 dicembre 2018. Tra le 13 successive rappresentazioni (vedi elenco in basso), una anche all’interno di “Tellurico festival” di Campi (Norcia), la rassegna cine-teatrale creata grazie al progetto In.Frazioni Creative, primo passo di una rete comunitaria per la rinascita del territorio realizzata con la collaborazione dell’associazione “ValnerinaOnline” e di varie pro loco (Campi, Frascaro, Nottoria, Ancarano, Savelli).
Il Cut è la realtà dove Maria Anna si è formata per anni sotto la guida del regista Roberto Ruggeri, lo stesso che l’ha affiancata nella preparazione di questa messa in scena diventata sintesi di 835 giorni vissuti nello sfollamento e stratificati in un testo che fa “sentire” tutto il disagio e l’inquietudine in cui migliaia di persone sono tuttora immerse – a 1246 giorni (alla data della nostra pubblicazione, ndr) da ciò che è accaduto il 24 agosto 2016 e, con forza moltiplicata, il 30 ottobre successivo.

Anna Maria Stella sul palcoscenico del Caio Melisso, Spoleto

Un’energia, quella di Maria Anna Stella, raddoppiata dalla densità del tema e dalla sapienza attoriale portata sul palcoscenico in totale e perfetta solitudine: con un eloquio senza requie, un canto con una voce di particolare piacevolezza, un’arte mimica atleticamente incarnata con un controllo dei movimenti di ogni muscolo del suo corpo. Nella scena completamente vuota, plana una cornacchia che va interrogandosi su come si trasforma il sentire di una comunità privata dei suoi riferimenti secolari. Descrizioni che man mano si trasformano in domande e risposte tra una dozzina di figure che, rappresentando donne e uomini alle prese con quello spaesamento, cercano di tessere i fili del presente ricordando la quotidianità ante-scossa – quella dimensione che, nell’epilogo, viene indicata come “l’infinito” sottratto dal terremoto alla disponibilità delle popolazioni della Valnerina, divenute solo ora consapevoli di quella perdita.

Il pubblico di Tellurico festival nella Pro loco di Campi (foto di Roberto Sbriccoli)

Una narrazione per niente scontata, a tratti anche verbalmente scabrosa, non solo per i riferimenti all’esibizionismo maschile ma anche per quella “peste” che alligna nelle piccole comunità e che si semplifica con vari termini: maldicenza, pettegolezzo, chiacchiera…. Insieme allo sforzo di stendere la mappa delle possibili certezze da recuperare, primo fra tutti uno spazio dove potersi ritrovare. Esemplare il dialogo muto tra un crocifisso e una “sensuale” Madonna ricoverati entrambi in quel centro di Santo Chiodo che, a Spoleto, ha dato rifugio a tutte le opere d’arte recuperate sotto le macerie delle chiese. La scrittura di Stella è particolarmente caustica come può esserlo il pensiero di un’intellettuale di rango nata e cresciuta tra le pieghe dell’Appenino, capace di tenere testa a chiunque, da qualsiasi parte del mondo provenga. Caustica nella sua critica radicale del consumismo e dell’assuefazione di troppi, nei suoi sberleffi amari verso quell’attaccamento “alla robba” che nemmeno il terremoto è riuscito a rimettere in discussione. Pacatamente addolorata nel racconto degli ultimi ansiti di vita di coloro che, talvolta con istintiva consapevolezza, solo all’epilogo del loro cammino terreno comprendono che non rivedranno più quell’universo di riferimenti nei cui spazi hanno trascorso l’intera esistenza.

La locandina del Cut disegnata da Barbara Nati, con elaborazione di Antonello Turchetti

Terrae motus – Motus animae è stato rappresentato nel 2019 a Norcia: (4-5.1), Istituto D Gasperi-Battaglia (23.1), villaggi S.A.E. (5/12/19.7), frazioni di Nottorìa (17.8) e Campi (25.8). Inoltre: Arrone (21.6), Scheggino (21.7), Cascia (11.8), Meggiano (Vallo di Nera, 12.10), Spoleto (Teatro Caio Melisso, 26.10), Ponte Felcino (Perugia, 29.12). Le due date del 24 gennaio a Trevi (Teatro Clitunno) e del 7 febbraio 2020 a Spello (Teatro Subasio) sono state incluse nella programmazione della Fontemaggiore, che ha acquistato la produzione.

 

Pubblicato il 22/01/2020