Fonte: http://www.oggitreviso.it/3-milioni-mezzo-di-studenti-hanno-abbandonato-scuola-emergenza-sociale-195371

(la Redazione). Anno duemila e venti dell’era cristiana, l’inizio di un nuovo decennio. Siamo cioè in un passaggio che induce bilanci e progetti, uno sguardo strabico sul passato e sul futuro puntando i piedi sul presente. Ma se la visione del tempo che verrà è sempre stata un’impresa difficile, lo è probabilmente ancora di più ai nostri giorni – nell’epoca del “futuro rubato”, per usare una delle espressioni più ricorrenti di questi ultimi anni. Difficile, se non impossibile, per chi di futuro ne avrebbe tanto, e vorrebbe riempirlo di speranze e di progetti. Parliamo dei più giovani, ovviamente, per i quali è risuonato di recente un ulteriore campanello di allarme, un altro monito su come questo Paese sta provvedendo al loro avvenire: le dimissioni del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ossia del capo dell’istituzione preposta a immaginare e pianificare la formazione delle ultime generazioni, il loro accesso alla conoscenza, all’acquisizione di saperi, conoscenze, abilità, insomma la loro possibilità di garantirsi un posto di attori sul palcoscenico del mondo.
Cosa sta a dire quel gesto – assai insolito dalle nostre parti – con cui Lorenzo Fioramonti ha rinunciato al suo incarico? Molto semplicemente, che c’è un’enorme, irredimibile distanza tra la sua stima di quanto è necessario (24 miliardi) per un decente funzionamento del sistema scolastico e universitario italiano, di quanto lui si accontentava intanto di chiedere (3 miliardi) nella legge di Bilancio in discussione per garantire la sopravvivenza del sistema, il suo mantenimento su una “linea di galleggiamento” (così si è espresso l’ex-ministro), e infine il poco, il pochissimo che poi la legge varata ha effettivamente destinato alla scuola e all’università. Di modo che, anche questa volta, si è verificato quanto succede in Italia da decenni: i politici, di ogni colore, che dichiarano la fondamentale, imprescindibile importanza della ricerca e dell’innovazione per lo sviluppo del nostro Paese, e quindi l’improcastinabile attenzione che a questo settore va subito rivolta in termini economici e strategici, salvo poi dimenticare al varo della manovra tutti i buoni propositi e le dichiarate promesse giustificandosi con l’esiguità delle finanze disponibili e promettendo solennemente un’attenzione particolare alla scuola e alla ricerca in un futuro prossimo, davvero vicino, praticamente domani. Così che gli edifici scolastici continuano a perdere pezzi, e non solo quelli situati nelle tante zone sismiche italiane; fermi, o poco mossi, rimangono gli stipendi di tutto il personale che nel comparto istruzione opera quotidianamente (e talvolta, anzi assai spesso, precariamente); poco garantito, nonostante il dettato costituzionale, risulta il “diritto allo studio” per i giovani che non possono o non sanno permettersi la frequenza scolastica e un adeguato processo di formazione; per non parlare dell’esodo a cui ogni anno sono costretti 25mila laureati, dopo un lungo periodo di formazione compiuto nelle nostre scuole e nelle nostri atenei, con un danno per il nostro Paese che l’ex-ministro Tria ha quantificato intorno ai 14 miliardi, perché a tanto corrisponde il prezzo del futuro che a questi giovani è stato appunto rubato. E potremmo continuare a lungo, come sa ognuno di noi che per la scuola è transitato da studente e che alla scuola torna quando ha figli o nipoti che la frequentano. Ci dovremmo perciò dimettere tutti, suggerisce Lello Voce, studenti e genitori, docenti e assistenti, “per far capire, una volta per tutte e a tutti, che su questa faccenda siamo stufi di essere presi in giro”.

Fonte: https://www.caffedistretto.it/gli-open-day-delle-scuole-di-sassuolo/

Eppure in Italia il dibattito sulla scuola è sempre aperto e vivace. Se solo i ministri preposti leggessero un po’di più, o si aggiornassero andando un po’ in giro, vedrebbero pure quante esperienze e buone pratiche si fanno da noi nonostante tutto. E noi un po’ di proposte recenti, di voci illuminanti le abbiamo cercate, sulla stampa, nel web, in qualche seminario, volesse qualcuno dare un’occhiata o cercare ispirazione per mettere mano a una dimensione sociale e culturale che non si può non considerare centrale per qualsiasi riflessione sulla realtà corrente e su quella che sarà. Considerazioni acute le abbiamo colte, per esempio, nel colloquio tra Stefano Laffi e Cesare Moreno, rispettivamente sociologo e maestro di strada, svoltosi nel corso della venticinquesima edizione del seminario “Redattore sociale” a Capodarco di Fermo. Ragionando sul sempre complicato rapporto tra generazioni e lamentando tutte le attuali narrazioni del mondo che poco o niente spazio prevedono per i giovani, Laffi e Moreno hanno messo fortemente in questione molti dei luoghi comuni sulle capacità di apprendimento dei nostri figli che sarebbero – secondo la vulgata – poste in seria minaccia dal dilagare della comunicazione digitale. Particolarmente stimolante è risultata la discussione sul ruolo della scuola – deve istruire o far crescere? – e su quella della cultura – perché se la cultura, come spesso fa la nostra, si concentra sul passato, lascia il futuro nelle mani dell’economia – e ciò assieme a tanti altri spunti molto difficilmente sintetizzabili. Per chi volesse ascoltare integralmente questo incontro, può farlo qui.

Ma a sparigliare altri luoghi comuni su apprendimento e insegnamento, a partire da uno dei più basici – ovvero che cosa vuol dire “una scuola facile”, o “una scuola difficile” – ci si è messo anche Antonio Vigilante, docente di Storia e Filosofia in un liceo di Siena, in un suo intervento su “GliSTATIGENERALI”. Vigilante ha così trovato modo di affrontare un altro degli aspetti più drammatici che il nostro sistema di istruzione produce da sempre, quello dell’abbandono scolastico, una piaga che nel Sud riguarda il 30% degli studenti per un primato europeo assai poco invidiabile.

È però la rivista “MicroMega” ad aver reso visibile e leggibile un vero e proprio “gotha” del pensiero (e dell’agire) scolastico. Lo ha raccolto in un volume monografico (5/2019) intitolato Almanacco della scuola e contenente gli interventi di 29 studiosi ed esperti di vari settori e competenze: da Alessandro Barbero a Christian Raimo a Eraldo Affinati, da Ernesto Galli della Loggia e Tomaso Montanari a Vera Gheno, Paolo Berdini, Luciano Canfora. I temi? Tanti, tantissimi: dai problemi della valutazione a quelli dell’inclusione scolastica; dalle esperienze delle scuole Penny Wirton in Italia ai problemi sollevati dalla necessità di un’alfabetizzazione digitale generalizzata; dallo stato precario dell’edilizia scolastica nel nostro Paese all’attuale condizione dell’insegnante; e poi l’elogio all’insegnamento delle lingue straniere e del latino, della musica e della geografia, e tanto altro ancora. Basta vedere l’indice ragionato per rendersi conto della ricchezza del volume.

Viene da chiedersi allora come mai tanta abbondanza di pensiero, di riflessioni, di proposte che in Italia pur registriamo ogni anno debba poi giacere inascoltata dentro rigide copertine di volumi che in poco tempo ingialliscono e scadono. Come mai i tanti esempi eccellenti che, pur nelle sue tante difficoltà e carenze, il nostro sistema pubblico di istruzione e formazione è riuscito a produrre e che ancora fungono da modello in altre realtà europee – basti pensare al “modulo didattico” della scuola primaria, quello spazzato via dalla catastrofica riforma “Gelmini” – non siano riusciti a costituire un autorevole fronte di difesa della scuola e dell’università pubbliche contro i loro tanti demolitori dell’ultimo ventennio. E ci chiediamo pure se tale infausta tendenza si invertirà nel decennio che sta per cominciare, avviato dalle dimissioni di cui si diceva. Anzi, vogliamo proprio augurarcelo, e augurarlo ai nuovi, tanti docenti che i concorsi da poco banditi metteranno in ruolo a breve – o almeno così dovrebbe essere… Perché sembra ormai impossibile che non si sia ancora capito che un Paese dove la scuola non funziona bene, e che viene abbondonata dai suoi alunni più in difficoltà, cioè proprio da quelli più bisognosi di sostegno; dove l’università concede sempre meno accessi alla docenza costringendo i giovani aspiranti e ricercatori a cercarlo all’estero, quell’accesso; dove in buona metà del suo territorio la disoccupazione giovanile è quattro volte quella adulta e dove l’occupazione pertanto può essere cercata solo andandosene da lì; non si sia capito, dicevamo, che un Paese con tali prospettive si destina inevitabilmente alla povertà, alla fine di ogni prospettiva e speranza di sviluppo.

Fonte: https://www.ticonsiglio.com/concorsi-pubblici/concorsi-scuola/

 

Pubblicato l’8/01/2020