Angelo Ferracuti

(la Redazione). È la linea sottile di un orizzonte adriatico quella che emerge dall’ascolto domenicale di due diversi programmi radiofonici: L’isola deserta e Le meraviglie che RaiRadio3 ha proposto in una sequenza la cui causalità non è dato di conoscere.

Sull’isola deserta è sbarcata Silvia Ballestra (Porto San Giorgio, 1969) inanellando con Chiara Valerio, scrittrice anche lei, una riflessione sulla vita di una “scrivente” nata sulla costa picena (cresciuta a San Benedetto del Tronto), formatasi poi a Bologna e, per ora, installatasi a Milano. Un’esistenza, la sua, giocata appunto lungo la tratta (ferroviaria) che, scorrendo per centinaia di chilometri (da Bari a Rimini) a sfioro con il mare Adriatico, congiunge Lecce con Milano… Lo stesso percorso che migliaia di persone, residenti in una delle regioni costiere, affrontano più e più volte ogni anno per i loro studi universitari nel capoluogo dell’Emilia-Romagna. Ha esordito nel 1991 con Compleanno dell’iguana  a cui è seguito  La guerra degli Antò: i due libri hanno ispirato la sceneggiatura dell’omonimo film di Riccardo Milani.

 

Silvia Ballestra

È dedicata, invece, ad Ancona (in particolare alla cattedrale San Ciriaco) la puntata de Le meraviglie, dove l’eloquio avvolgente di Massimo Raffaeli (Chiaravalle, 1957) squaderna, passo passo, nell’immaginario di chi ascolta la vicenda di una città il cui profilo è stato sfigurato dalle guerre mondiali: cannoneggiata dalla marina austro-ungarica  subito dopo il 24 maggio del 1915, “spianata” dai bombardieri angloamericani che infierirono (tra il 1943 e il ‘44) con 147 incursioni. Tra le suggestioni offerte dalla narrazione di Raffaeli la possibilità di rivedere il profilo della città grazie ad alcune sequenze di Ossessione (1942) che Luchino Visconti riuscì a girare proprio nella città dorica.

Luigi Di Ruscio

Dall’incrocio dei racconti radiofonici di Ballestra/Raffaeli, da ciò che hanno riferito, da due citazioni in particolare, emerge un terzo nome:  Luigi Di Ruscio, (Fermo 1930 – Oslo 2011) poeta  che scelse volontariamente l’esilio norvegese per non soccombere (nell’immediato secondo dopoguerra) al provincialismo asfissiante di una cittadina marchigiana. È a questo punto che emerge la figura di Angelo Ferracuti (Fermo 1960) per il quale Di Ruscio è stato un riferimento costante nella  maturazione umana e letteraria. Il libro di esordio di Di Ruscio fu proprio  Norvegia (TransEuropa Edizioni, 1993), ispirato alla vicenda personale del poeta fermano e poi ricostruita anche nel documentario “La neve nera. Un italiano all’inferno”, con la regia di Paolo Marzoni. È del 2010 il volume 50/80 (stesso editore) a doppia firma, Di Ruscio-Ferracuti.

Massimo Raffaeli

Il secondo riferimento (di Raffaeli) è per TransEuropa Edizioni, creata ad Ancona nel 1987, rifondata nel 2005 a Massa, in Toscana: un  incubatore di talenti della letteratura contemporanea, tra cui anche lo stesso Ferracuti, narratore giornalistico militante ispirato nella prima parte della sua attività narrativa dalle vicende in faccia all’Adriatico. Per Guanda, Rizzoli, Feltrinelli, Laterza, Ediesse, Alegre, Chiarelettere, i suoi successivi lavori; e ora, per Mondadori, il suo La metà del cielo.

È proprio a Fermo che abbiamo incontrato Ferracuti, da poco rientrato da un lungo viaggio in Amazzonia col fotografo Giovanni Marrozzini. L’occasione è stata il seminario “Redattore sociale” che si tiene da 25 anni presso la Comunità di Capodarco. Nessuna disquisizione troppo teorica su scrittura e/o letteratura, ma la “solita” curiosità di magazzinocultura sui contesti e i risvolti produttivi di un’attività che comunque con la scrittura ha a che fare. Prima di tutto l’ambiente della provincia profonda come può essere quella marchigiana: “La meccanica sociale che io conosco è quella della provincia…”

 

 

La provenienza da una regione di confine (appunto “marca”, quindi Marche), lontano dalle capitali è stata vissuta in modo evolutivo…

 

 

La metà del cielo ha avuto 30 voti nella Classifica di qualità de La Lettura del “Corriere della Sera”. A pari merito con Calasso e Murakami. Un risultato che colloca il “nostro” tra gli autori a cui guardare con particolare attenzione

 

 

Ferracuti insieme alla vicenda che ha segnato profondamente la sua esistenza da adulto (narrata ne La metà del cielo)  sta facendo i conti con la vera e propria involuzione della realtà fermana emersa in tutta la sua drammaticità con l’uccisione di Emmanuel Chidi Namdi. Una comunità impaurita dai cambiamenti in corso che ha scansato quello che era accaduto il 5 luglio del 2017 (giorno dell’omicidio) volgendo lo sguardo altrove. Sintomo della paura di perdere la propria identità senza rendersi conto che questo è già accaduto sotto l’aggressione di tutti i feticci della modernità: la “provincia” impoverita anche culturalmente in un processo inverso rispetto a  vent’anni fa quando cominciava a essere  considerata quasi “luogo ideale” dove condurre esistenze motivate.

Esattamente il profilo di cui magazzinocultura vorrebbe far riemergere qualche tratto grazie alle tante esperienze che tuttora continuano il loro cammino. E ciò nonostante i tanti cambiamenti economici e le paure di cui Ferracuti è lucido narratore.

Per chi ha curiosità di ascoltare per intero la registrazione del nostro colloquio con Angelo Ferracuti, tenuto a Capodarco di Fermo il 29 novembre 2019:

Pubblicato il 25 dicembre 2019