Fonte: https://expresolatino.net/comunidad/peru/senor-de-los-milagos-homenajeado-en-perugia

 

(Paolo Bartoli). Non sembrerà certamente incongrua ai temi trattati da magazzinocultura un’analisi che abbia a che fare con una realtà tanto complessa e densa di conflitti come quella dell’immigrazione degli stranieri in Italia; in particolare, ritengo del tutto pertinente alla sua vocazione provare a gettare uno sguardo sulle associazioni di queste persone che da tempo popolano il nostro Paese innescando, anche senza volerlo, processi più o meno sotterranei di cambiamento nel senso comune e nella cultura dei contesti locali in cui vivono e operano. In Umbria, le associazioni di immigrati rappresentano una realtà sicuramente significativa e tuttavia non è facile, per non dire impossibile, averne un’idea sufficientemente precisa anche soltanto sul piano della loro quantità e consistenza. I motivi sono fondamentalmente due: 1. la loro accentuata fluidità e volatilità determinata dal fatto che nel tempo alcune si sciolgono silenziosamente e altre si formano senza dare notizia di sé; 2. la mancanza di un registro ufficiale e aggiornato sia a livello locale che nazionale. Per fare solo un esempio, il sito governativo, che raccoglie i dati inviati dalle Regioni con l’intento di favorire l’accesso ai servizi per l’integrazione, registra nella provincia di Perugia soltanto 10 associazioni, numero sicuramente e notevolmente sottostimato visto che una pubblicazione curata nel 2015 dall’ANCI dell’Umbria ne elenca ben 47, una decina delle quali formate da immigrati dal Perù. Fra le più attive, o almeno le più visibili, vale la pena segnalare la “Hermandad del Señor de los Milagros” [“Confraternita del Signore dei Miracoli”], esistente a Perugia fin dall’anno 2004, associazione di cittadini peruviani che prende il nome da un’immagine del Cristo crocifisso veneratissima in Perù dove in suo onore ogni anno si svolge nel mese di ottobre una grande processione con centinaia di migliaia di fedeli. A questa immagine sono attribuiti un gran numero di prodigi, il primo dei quali è proprio la sua sopravvivenza al terremoto che nel 1665 rase al suolo gran parte degli edifici di Lima, compreso quello in cui la figura del Cristo era stata dipinta da uno schiavo africano. Associazioni intitolate al Señor de los Milagros esistono in molte città del mondo; solo in Italia ce ne sono 32, disseminate da Nord a Sud nelle principali località dove risiedono comunità di immigrati peruviani. Quella di Perugia conta attualmente 150/160 membri di cui un’ottantina sono quelli più attivi. Il direttivo, presieduto da una donna, è costituito da 17 persone. La presidenta, Margarita, mi ha concesso una lunga e vivace intervista in una stanza della parrocchia Santa Famiglia di Nazareth a San Sisto, dove è ospitata da qualche anno la “Hermandad del Señor de los Milagros”. Quando per la prima volta l’ho contattata al telefono, ha aderito con entusiasmo e grande disponibilità alla mia richiesta di incontrarla per parlare delle attività e dei problemi della associazione. È questa una risposta che non sorprende chi fa ricerca sulle organizzazioni di immigrati: quasi sempre, quando si va a intervistare qualcuno dei responsabili, questi si mostrano aperti e disponibili e soprattutto manifestano con calore la soddisfazione di trovarsi davanti a una persona che li ascolta con attenzione. E alla fine dell’intervista, il loro ringraziamento precede di solito quello del ricercatore. L’associazione “Señor de los Milagros” è dichiaratamente di carattere religioso e, come sottolinea Margarita, spirituale. L’autunno è il periodo dell’anno di più intensa attività: all’inizio di ottobre – così come avviene in Perù e nelle altre città del mondo e d’Italia dove sono presenti questi gruppi – gli hermanos organizzano una processione nel centro della città di Perugia; verso la fine del mese si raccolgono in preghiera per nove giorni e subito dopo formano una seconda processione nella frazione di San Sisto; all’inizio di novembre si conclude il ciclo liturgico con la Guardada, ovvero la ricollocazione dell’immagine all’interno della chiesa dopo una breve uscita nell’ampio sagrato circostante.

Sul piano dell’attività culturale in senso stretto, dunque, questa associazione è sostanzialmente assente e tuttavia ci sono degli aspetti della sua pratica e del suo stesso esistere che possono essere visti come azioni molecolari che incidono sul tessuto relazionale, e infine culturale, della città. In primo luogo, sembra rilevante da questo punto di vista il fatto che della “Hermandad del Señor de los Milagros” fanno parte immigrati di altre nazionalità, soprattutto ecuadoriani, oltre a un piccolo numero di italiani che ne condividono l’orizzonte religioso. È da sottolineare il fatto che l’associazione perugina ha sede nella frazione di San Sisto, una delle più popolose della città, e precisamente nella grande e moderna chiesa della Santa Famiglia di Nazareth, nel cui interno è collocata l’immagine del Señor de los Milagros. La presidenta si rammarica per la scarsa partecipazione dei parrocchiani, pur molto numerosi, alle attività dell’associazione ma non ha mai registrato atteggiamenti di insofferenza o, peggio, di ostilità. Sembra così plausibile ritenere che la stessa visibilità dell’immagine e dei rituali che vi sono connessi, insieme alla condivisione di fede, rappresentino un’opportunità, pur circoscritta, di contrastare la circolazione di stereotipi negativi eventualmente presenti fra la popolazione locale. Fra le diverse associazioni di immigrati esistenti a Perugia, la “Hermandad del Señor de los Milagros” è quella che probabilmente ha maggiore presenza pubblica, grazie soprattutto alle due processioni che organizza ogni anno – in particolare quella che attraversa il cuore del centro storico, da Piazza Italia alla cattedrale, a cui prendono parte anche il vescovo e il sindaco (o un suo rappresentante). La presenza delle massime autorità locali, religiosa e civile, rappresenta per l’associazione un importante segno di riconoscimento e di integrazione che, almeno sul terreno della fede, riduce il rischio di emarginazione che tende a pesare sulle comunità di immigrati stranieri.

[Foto di Paolo Bartoli]

Ciò nonostante, l’associazione non può contare su nessun contributo in denaro da parte delle istituzioni e così la cooperazione e il reciproco aiuto rappresentano un “capitale sociale” ed economico indispensabili nelle situazioni di particolare vulnerabilità in cui i singoli membri possono venire a trovarsi. L’unico sostegno concreto che ricevono è quello offerto dal Vescovado, che finanzia la stampa dei volantini e di altro materiale relativo al culto del Señor de los Milagros. I fondi necessari alla vita dell’associazione provengono da una piccola quota degli associati e soprattutto da frequenti iniziative “commerciali” la cui portata sembra non circoscriversi al puro e semplice piano economico. Così alcune ricorrenze “laiche” come la festa degli innamorati in febbraio, quella della donna in marzo, o quella della mamma in maggio e altre ancora, costituiscono l’occasione per allestire delle bancarelle in cui si vendono cibi tradizionali del Perù che, a quanto afferma la presidenta, sono molto apprezzati anche dagli italiani.
La preparazione domestica e la messa in vendita di questi alimenti nel contesto locale vengono in qualche modo percepite come una forma pacifica e gratificante di rivendicazione identitaria proprio in quanto si tratta di far conoscere le “tradizioni autentiche” del proprio Paese. A questo scopo risponde anche il coinvolgimento in alcune di queste feste di altre associazioni di peruviani che si definiscono “culturali” in quanto si dedicano alla messa in scena di danze tradizionali in costume delle diverse aree del Perù. Che si tratti del piano religioso o di quello coreutico, tali associazioni danno una grande importanza non solo alla rappresentazione di una “cultura” pretesa come autentica ma anche alla sua trasmissione alle giovani generazioni chiamate a garantirne l’integrità e la continuità. Si tratta dunque di un’autorappresentazione indirizzata non soltanto all’interno del gruppo di migranti come testimonianza di identità e solidarietà ma anche all’esterno, al contesto che li ospita e nel quale desiderano integrarsi. Come fa notare un membro di uno dei gruppi di danza, organizzare eventi culturali è il modo più facile per essere accettati e superare l’eventuale diffidenza dei locali poiché, ritiene, rappresentare costumi e valori ispirati alla tradizione tende ad avere un effetto rassicurante per gli autoctoni che spesso si sentono invasi da gente aliena. Tuttavia la “tradizione” funziona come dispositivo reificato e destorificato che, mentre da una parte rende più accettabili o addirittura gradevoli gli stranieri agli occhi dei locali tutelandone al tempo stesso l’identità, dall’altra rischia di confinarli nello spazio inoffensivo e spettacolarizzato del “folklore” che non prevede, anzi esclude, azioni rivendicative sul piano dei diritti di cittadinanza e della partecipazione politica. Nonostante ciò, queste associazioni, e anche quelle che come la “Hermandad del Señor de los Milagros” si muovono sul terreno religioso, introducono in qualche modo elementi di cambiamento della cultura – qui intesa in modo non riduttivo ed essenzializzante – del contesto locale. Una certa loro rassicurante familiarità, un’esplicita rinuncia a entrare in conflitto con le istituzioni e con la popolazione, e una disponibilità a rispettarne gusti e valori, possono costituire occasioni di raccordo e di confronto fra identità diverse e alterità simili, facilitando opportunità di reciproco rispecchiamento fra stranieri e nativi. Una dinamica di questo genere si può osservare, per esempio, in alcune delle feste peruviane quando gli italiani che vi partecipano si trovano a conoscere e ad apprezzare spettacoli di danza o tipi di alimenti estranei alla propria tradizione. È in questo senso che manifestazioni o circostanze, anche banali, legate alla presenza di stranieri nei contesti locali hanno la possibilità di incidere sia sui pregiudizi di quegli autoctoni che possono vedere in loro una minaccia alle proprie tradizioni, sia sugli stereotipi che attribuiscono loro una radicale e insormontabile alterità. In definitiva, per parafrasare l’antropologo Clifford Geertz quando parla della vocazione della sua disciplina, queste piccole manifestazioni non servono a dare risposte alle nostre domande più profonde ma a mettere a disposizione risposte e proposte che altri, pur lontani e diversi da noi, hanno formulato per includerle così nell’archivio consultabile di ciò che l’uomo ha detto.

Fonte: http://www.umbriaon.it/2015/wp-content/uploads/2018/10/terni-raduno-cristiani-sud-america-4.jpg

 

Pubblicato il 27/11/2019