[Fonte: https://iorompo.it/gli-articoli-del-manifesto/%5D

(la Redazione). Nello stesso periodo in cui in Umbria si svolgeva la lunga parata dei politici a caccia del voto, ad Assisi si è svolta un’iniziativa con un rappresentante del governo che ci sembra opportuno segnalare avendo riguardato contenuti per noi assai interessanti e non limitati dentro i confini regionali. È stata infatti presentata la “Carta di Assisi” – il manifesto contro i muri mediatici proposto in realtà già a Roma lo scorso maggio presso la sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana – e l’occasione è servita per un’ampia discussione sullo stato attuale dell’editoria nazionale e sugli allarmanti scenari futuri. Svoltosi nella Sala Stampa della Basilica di San Francesco, il colloquio ha avuto gli interventi del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’editoria, Andrea Martella, del Custode del Sacro Convento, padre Mauro Gambetti, del direttore del mensile “San Francesco patrono d’Italia”, padre Enzo Fortunato, del presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Giuseppe Giulietti, di rappresentanti dell’Associazione Stampa dell’Umbria e dell’Emilia Romagna, e di altri esponenti del settore.

Dai vari oratori sono stati affrontati molti dei temi che caratterizzano il dibattito odierno dentro e fuori le professioni legate all’editoria e, a fronte delle forti preoccupazioni espresse da tutti, Andrea Martella ha proposto alla discussione le linee-guida di un suo disegno di legge da lui stesso definito “Editoria 5.0”. E come già fatto in altre presentazioni, l’ultima delle quali al convegno “Informazione sotto scorta” organizzato a Firenze dall’Ordine dei Giornalisti, anche ad Assisi Martella ha voluto ribadire un suo preciso indirizzo politico: prima di mettere mano a ogni riforma del comparto, è necessario chiedere già nella prossima legge di stabilità la sospensione dei tagli al Fondo per il pluralismo dell’informazione che il precedente governo aveva stabilito attraverso una sua graduale soppressione da compiersi nell’arco dei prossimi due anni.

Proprio del nodo che lega la tutela di un’informazione plurale alle varie criticità che affliggono il settore dell’editoria vogliamo qui discutere perché forse non a tutti risulta evidente come la difesa della libertà d’espressione possa conciliarsi con la ricerca di strategie adatte ad affrontare emergenze che riguardano i livelli occupazionali (in perenne calo e caratterizzati, anche in questo ambito, da forme di lavoro sempre più precarie), la progressiva riduzione di investimenti da parte dei privati (oggi meno interessati a finanziare un settore che anno dopo anno registra perdite di vendite), i previsti tagli dei sostegni e degli interventi statali. Dovrebbe invece risultare del tutto palese che l’economia asfittica che regola in Italia la circolazione dell’informazione non può non generare effetti negativi sui livelli della sua qualità.

Quei livelli sono d’altronde compromessi anche dagli attacchi che da più parti sembrano aggredire la libertà di espressione. E se pure continua a esistere chi sostiene che la percezione di simili minacce è avvertita giusto da qualche giornalista paranoico o vittimista, le preoccupazioni a tal riguardo emergono ben chiare da un’inchiesta del Consiglio d’Europa dove viene registrato un netto peggioramento dell’informazione in Italia, imputandolo non solo ai tagli ai fondi pubblici per il pluralismo, ma pure ai rischi di rappresaglie criminali e di ritorsione politica ai quali sono soggetti i nostri giornalisti indipendenti. Stesso giudizio lo si ricava dalla classifica di Reporters sans frontières (RSF) riguardo allo stato di salute dell’informazione in 179 Paesi di tutto il mondo, che per il 2019 colloca il nostro Paese al 43⁰ posto, ossia dopo il Burkina Faso, la Papuasia-Nuova Guinea, e appena prima di Botswana e Tonga.

Insomma, il circuito dove ogni giorno circolano notizie, dati, conoscenza sembra decisamente a rischio dalle nostre parti, sollecitando soluzioni valide e urgenti per uscire dall’impasse. Le abbiamo però quelle soluzioni, dovendo per giunta muoverci nel cuore di un processo culturale tanto inedito, in quel passaggio epocale che vede la trasmissione dell’informazione e della conoscenza convertirsi sempre più dalla carta stampata alle reti digitali? E come governare gli esiti apparentemente incontrollabili di questo transito, che oggi ci consentono di accedere alle notizie in modo facile e praticamente gratuito, rendendo però al tempo stesso assai critico il mestiere del giornalista e, in genere, dell’intellettuale indipendente? Con il corollario della domanda più nostalgica: in un prossimo futuro, quello che a molti di noi riguarda di più, sopravviveranno i giornali e i libri di carta? E come potranno riuscirci, semmai?

Il futuro più incerto sembra averlo la stampa periodica. Uno studio pubblicato qualche mese fa dal “Wall Street Journal” pronostica che metà dei quotidiani degli Stati Uniti chiuderanno entro un paio di anni, e altrove non potrà essere molto diverso considerando il calo generale delle vendite dei giornali e dei periodici di carta, e il dimezzamento degli investimenti in pubblicità. Molti professionisti del settore sono stati già costretti a traslocare sul web, e quindi a far dipendere i loro salari dalla pubblicità online, ma pure qui c’è poco da stare tranquilli: le inserzioni pubblicitarie sono mediamente calate anche sui media online – così almeno stima la Nielsen – mentre continuano a crescere sui social e sui motori di ricerca. Perché? Ma perché loro conoscono i nostri gusti e le nostre preferenze, glieli abbiamo comunicati noi con i nostri click, e sono perciò in grado di mirare la pubblicità verso i consumatori più interessati. Hanno anche imparato che gli annunci, per essere più efficaci, vanno veicolati assieme a notizie sensazionalistiche (vere o fake, fa poca differenza), scandalistiche, urlate, e soprattutto concise, e non si fa fatica a immaginare che quei giornali che dalle inserzioni faranno dipendere la loro esistenza finiranno per adeguarsi a un simile format: quindi dedicheranno sempre meno spazio a inchieste accurate e ad analisi approfondite perché considerate pratiche troppo dispendiose e poco proficue, oltre che inefficaci per la conquista di nuovi target. Pare di poter concludere che i giornalisti della carta e della rete potranno resistere solo accettando l’idea che le notizie e le informazioni non sono altro che beni di consumi, e che sono le leggi dell’economia a governare i flussi delle informazioni, ad attribuire a esse il valore di mercato, e quindi a stabilirne la qualità.

Secondo alcuni, in un prossimo futuro dove la comunicazione sarà prevalentemente online, il compenso ai giornalisti potrà essere assicurato solo facendo pagare l’accesso alle notizie a chi lo vorrà e a chi, soprattutto, potrà permetterselo. È il paywall, che già conosciamo perché anche da noi molti quotidiani vanno affidando a questo sistema le loro possibilità di esistenza in vita. Se ne servono le testate più importanti, quelle che sono in grado di farlo, che hanno le tecnologie e i mezzi adatti, ma tutte le altre? A che fine sono destinate le testate più piccole, con un pubblico ridotto, con dimensioni prettamente locali? La loro sorte sembrerebbe segnata, senza preoccupare chi mantiene fiducia nel mercato e che nel rispetto delle sue leggi continua a vedere la cura per ogni male, compresa la soppressione dei meno adatti alla sopravvivenza della loro specie. Se non sai stare sul mercato, io che ti posso fare? Magari ti sopprimo prima che tu scompaia per inedia, senza buttare via soldi in un inutile accanimento terapeutico. Ma noi siamo proprio sicuri che queste soppressioni possiamo permettercele, e che quelle leggi sono applicabili in ogni settore produttivo, anche in quello editoriale dove vige un mercato del tutto truccato e dove finisce per vincere sempre il banco, inesorabilmente in mano a pochissimi potentati? E in un Paese civile, la garanzia per tutti, aziende e cittadini, non sta proprio nell’esistenza di più voci, nella tutela del maggior numero di testate, di carta e online, nell’attività di più organi di informazione, di più media, di più editori? E il diritto di tutti i cittadini a un’informazione libera e plurale non è pure sancito dalla nostra Costituzione, laddove stabilisce come prerogativa universale quella di “manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, aggiungendo che “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” (art.21)?

Torniamo così al colloquio di Assisi, dove proprio su questo ultimo punto tutti gli interlocutori sono sembrati d’accordo, come concordi si sono dichiarati nell’auspicio che possa invertire la sua rotta quel trend preoccupante descritto fin qui anche da noi, e ciò muovendo dall’idea che sia lo Stato a farsi carico della questione considerando l’alta posta in gioco: il rapporto tra informazione e costruzione di una coscienza pubblica. A tal riguardo, anche il rappresentante del governo presente all’incontro, l’on. Martella, è stato molto chiaro nelle sue dichiarazioni. Ribadendo la necessità di un sostegno statale, diretto e indiretto, all’editoria e alla domanda dei sui prodotti a livello nazionale e locale, ha tenuto a spiegare che “un sussidio economico all’editoria non è uguale a quello per altri settori imprenditoriali in quanto è legato al concetto stesso di libertà di informazione e di democrazia”, oltre a essere l’unico modo per far ripartire un comparto produttivo di fondamentale importanza sia per l’economia, sia per la formazione dell’opinione pubblica.

Superando le dichiarazioni di intenti, facilmente condivisibili, servono però ricette concrete e praticabili e alcune sono state espresse anche ad Assisi. Si è discusso, tra l’altro, dell’opportunità di recepimento anche in Italia, in tempi brevi, della direttiva Ue sul copyright e di tutte le altre indicazioni che da lì provengono riguardo alla lotta contro le fake news. Si è pure proposto di devolvere una quota dei proventi della digital tax alle imprese editoriali, che affiancata da incentivi fiscali per la pubblicità e per gli abbonamenti – cartacei e digitali – possa aiutare le aziende a sostenere i loro sforzi in una trasformazione tecnologica ormai ineludibile. Ma si è tentato anche di intravedere un futuro per quei luoghi, oggi in disarmo, dove tradizionalmente le notizie si andavano a cercare: le edicole. Si è detto di come ammodernarne la funzione e le attività, e di come renderle, al pari delle farmacie e degli uffici postali, presidi territoriali. Si è ripresa pure una proposta della Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali), che invitando a concepire l’edicola come “servizio pubblico” e rilanciando il suo ruolo come “presidio per la libertà”, ha lanciato l’idea della presenza di un giornalista a operare direttamente nei chioschi a contatto con i cittadini. Del resto, alcuni coraggiosi tentativi di rigenerazione delle edicole si stanno già facendo in Italia – dalla Erno (Edicola Romana Non Ordinaria) a fianco al Vaticano, alla Edicola 518 di Perugia, per citare solo due casi ormai famosi.

L’edicola, scultura di Renato Guttuso

E ad Assisi si è parlato, e tanto, di giornalismo e di chi oggi esercita questa professione così in crisi. Giuseppe Giulietti, presidente della FNSI, oltre a sollecitare il riconoscimento del lavoro giornalistico per coloro che operano nella comunicazione istituzionale, ha chiesto con forza al rappresentante del governo ogni iniziativa possibile contro “tagli e bavagli”. In particolare, tornando a evidenziare il ricatto costituito dal ricorso alle cosiddette “querele intimidatorie”, Giulietti ha invocato la revoca della previsione del carcere per i giornalisti nella loro attività professionale. Ed è proprio la battaglia contro i “muri mediatici” ad aver raccolto gli estensori della “Carta di Assisi”, che hanno tenuto a sottolineare come la forza di questa carta venga “dal basso, dagli operatori”, pur nell’intenzione di affidarla “a tutti perché tutti oggi facciamo comunicazione, anche chi non lo fa di professione come noi”. Una consegna molto importante, quest’ultima, in un Paese dove chi fa informazione corre ogni giorno il rischio di minacce e di aggressioni, dove cresce anno dopo anno il numero dei giornalisti sotto scorta – ventidue, attualmente, quattro in più rispetto al 2018. Per un fenomeno che, come sappiamo, non è purtroppo solo italiano: dal Messico a Malta, dalla Russia all’Afghanistan, dalla Slovacchia alla Siria, molti sono i giornalisti che sono stati uccisi per essere tacitati – oltre mille negli ultimi dodici anni, secondo una stima dell’UNESCO. E a fermare la diffusione di informazioni di pubblico interesse ci pensano però anche gli apparati statali di nazioni dove la stampa continua a dirsi libera – e tutti ancora ci ricordiamo le controverse vicende legate al caso WikiLeaks, i relativi processi e persecuzioni. Un artista viterbese, Davide Domino, ha voluto dedicare proprio a Edward Snowden, Julian Assange e Bradley (ora Chelsea) Manning una sua scultura: li ha raffigurati tutti e tre in piedi su una sedia, lasciandone al loro fianco una quarta, vuota, per un prossimo coraggioso “eroe” – che qualcuno sarà comunque subito pronto a perseguire come pericoloso “criminale”.

La scultura di Davide Domino, Anything to say – A monument to courage, raffigurante Edward Snowden, Julian Assange e Chelsea Manning

Ad Assisi, il Prefetto del Dicastero per la Comunicazione in Vaticano, Paolo Ruffini, ha infine invitato tutti a sottoscrivere la Carta “come fosse il giuramento di Ippocrate del mondo contemporaneo”, perché essa nasce con l’intenzione di dare voce ai più deboli, come invito a non mistificare i dati, a diventare “scorta mediatica della verità”, a vivere il web come “bene comune” e come strumento per connettere le persone.

Noi pure vogliamo promuoverlo, quel manifesto, pubblicandolo in fondo a questo pezzo per una sottoscrizione almeno ideale. Con un’ultima considerazione. Incontestabilmente, nel secolo che viviamo sarà l’informazione a promuovere i principali cambiamenti nell’economia, nella politica e nella scienza. Sarà quindi l’informazione il nuovo propellente, la principale forma energetica, per il controllo della quale – come è stato fin qui per il petrolio – si combatteranno guerre, reali o digitali. Molte delle nuove professionalità e, quindi, le possibilità di accesso al mondo del lavoro saranno legate inevitabilmente ai processi di trasmissione dell’informazione e della conoscenza. Sempre più urgente e necessario diventa pertanto la comprensione e il governo dei modelli di finanziamento che guidano quei processi. Non bisognerà mai perdere di vista, però, il nesso imprescindibile che lega una libera informazione e la democrazia, perché quel nesso è destinato a durare oltre ogni possibile trasformazione tecnologica, oltre ogni rivoluzione mediatica.

La Carta di Assisi

  1. L’ostilità è una barriera che ostacola la comprensione. Nel rispetto del diritto-dovere di cronaca e delle persone occorre comprendere.
    Scriviamo degli altri quello che vorremmo fosse scritto di noi.
  2. Una informazione corretta lo è sempre, sono la fiducia e la lealtà a costruire una relazione onesta con il pubblico.
    Non temiamo di dare una rettifica quando ci accorgiamo di aver sbagliato.
  3. Difendiamo la nostra dignità di persone, ma anche quella altrui, fatta di diversità e differenze. Tutti hanno diritto di parlare e di essere visibili.
    Diamo voce ai più deboli.
  4. Costruiamo le opinioni sui fatti e quando comunichiamo rispettiamo i valori dei dati per una informazione completa e corretta. Dietro le cifre ci sono gli esseri umani.
    Impariamo il bene di dare i numeri giusti.
  5. Se male utilizzate, le parole possono ferire e uccidere. Ridiamo il primato alla coscienza: cancelliamo la violenza dai nostri siti e blog, denunciamo gli squadristi da tastiera e impegniamoci a sanare i conflitti.
    Le parole sono pietre, usiamole per costruire ponti.
  6. Facciamoci portavoce di chi ha sete di verità, di pace e di giustizia sociale. Quando un cronista è minacciato da criminalità e mafie, non lasciamolo solo, riprendiamo con lui il suo viaggio.
    Diventiamo scorta mediatica della verità.
  7. Con il nostro lavoro possiamo illuminare le periferie del mondo e dello spirito. Una missione ben più gratificante della luce dei riflettori sulle nostre persone.
    Non pensiamo di essere il centro del mondo.
  8. Internet è rivoluzione, ma quello che comunichiamo è rivelazione di ciò che siamo. Il nostro profilo sia autentico e trasparente.
    Il web è un bene prezioso: viviamolo anche come bene comune.
  9. La società non è un groviglio di fili, ma una rete fatta di persone: una comunità in cui riconoscersi fratelli e sorelle. Il pluralismo politico, culturale, religioso è un valore fondamentale.
    Connettiamo le persone.
  10. San Francesco d’Assisi operò una rivoluzione, portare la buona notizia nelle piazze; anche oggi una rivoluzione ci attende nelle nuove agorà della Rete.
    Diamo corpo alla notizia, portiamola nelle piazze digitali.

 

Pubblicato il 20/11/2019