Totò, in Che cosa sono le nuvole?, di P.P. Pasolini.

(Maurizio F. Giacobbe). La grande distanza tra dentro e fuori si colma in un attimo. Il tempo di guardarsi negli occhi e scoprirsi persone. È da questa sensazione provata durante il primo incontro, dal successivo lavoro insieme e da quella frase inattesa – “Ma non avete paura di noi? Io sono ergastolano” – pronunciata con un tono più curioso che provocatorio, che nasce l’idea di dare continuità alla nostra presenza tra i detenuti. E siccome ci occupiamo di cinema, siccome siamo lì per formare una giuria speciale per il PerSo Film Festival, dare continuità vuol dire pensare a un laboratorio cinematografico con loro. Lo proponiamo a Giovanni Cioni, filmmaker fuori dagli schemi, uno che fa cinema del reale scavando tanto nella materia che ha davanti quanto dentro di sé. Senza indugi, accetta: bastano pochi minuti al telefono per concretizzare la voglia di fare e un’idea per partire, idea che forse gli rimbalzava dentro da tempo. Il “PerSo”, di cui siamo parte, appoggia il progetto mettendo a disposizione le proprie attrezzature di ripresa. Non ci sono però soldi per finanziarlo e, dopo un deludente giro per gli uffici di Regione e Comune, entra in gioco l’associazione Itinerari, che opera nel sociale. La via che si prospetta è quella del crowdfunding, che da noi, in Italia, non è certo una via facile. Ci muoviamo su terreni a noi vicini partecipando a un bando di Banca Etica che ci garantisce il 25% del denaro richiesto attraverso la piattaforma Produzioni dal Basso se noi riusciamo a raccogliere l’altro 75% necessario.
Abbiamo due mesi per portare a termine la missione perciò cerchiamo di partire col botto presentando il progetto in una serata dell’aprile 2016 al Postmodernissimo di Perugia, cinema nato anch’esso con una campagna di finanziamento sociale. Viene proiettato un film di Giovanni Cioni, il cui incasso costituirà la quota di partenza della raccolta. Il progetto, ossia il laboratorio, si chiamerà “Nuvole” prendendo le mosse dal cortometraggio Che cosa sono le nuvole? di Pier Paolo di Pasolini. Dice a questo proposito il regista: “La scelta di prendere le mosse dalla fiaba crudele di un film già esistente ha una valenza liberatoria di coinvolgimento, perché può essere un modo di parlare di sé, dei propri sogni, desideri, paure, in maniera più vera proprio perché proiettata in una finzione”.
Ora viene il difficile, perché la piattaforma è avara e per far crescere le entrate si può contare ben poco su ciò che arriva dagli sconosciuti, pur se affascinati dai testi e dalle immagini di presentazione. E’ necessario sollecitare amici e conoscenti e attraverso loro raggiungere altri possibili finanziatori. Per dare un nuovo segnale organizziamo una cena: Giovanni è con noi e durante la serata proiettiamo sequenze tratte dai suoi film. Proiettiamo anche una mini-intervista dell’ergastolano che, finito il suo lavoro nella giuria del “PerSo Short Jail” si augura che l’esperienza non finisca lì, che si possa andare oltre. È un appello accorato, testimone di un bisogno di accettazione, e fa il suo effetto.
Allo scadere dei giorni, avendo raccolto quanto serviva, otteniamo la parte promessa da Banca Etica. I seimila euro concordati per la realizzazione del laboratorio ci sono, si passa alla fase operativa: i detenuti-attori recitano alcuni passi del cortometraggio di Pasolini in un set attrezzato nella sala polivalente del carcere di Perugia-Capanne, di fronte al green screen. Sono le battute ciniche e drammatiche di Totò e Ninetto Davoli, giocate in un vortice di ruoli che ognuno assume, reinterpreta, personalizza.
Molto presto però ci accorgiamo che i diciotto detenuti che abbiamo reclutato, a cui via via se ne aggiungono altri, hanno personalità forti e un grado di coinvolgimento superiore all’atteso e soprattutto diventa chiaro che i tre mesi preventivati non sono sufficienti a esplorare una realtà così complessa. Il progetto di laboratorio diventa progetto per un lungometraggio, i tre mesi diventano otto.
Le giornate di lavorazione, per ogni mese, sono tre, concentrate in giorni consecutivi e per ogni giorno nelle ore disponibili dei detenuti, quelle cioè in cui non sono impegnati in attività di routine (la conta al mattino e al cambio di turno, i pasti, gli incontri con avvocati o familiari, le visite mediche).
Quindi circa cinque/sei ore al giorno, per tre giorni, per otto mesi. Tutta la troupe si fa carico di questo lavoro pur nella consapevolezza che non ci sono mezzi per rifinanziarlo, e che quasi tutto l’onere della prosecuzione peserà sul nostro volontariato.
Qualche piccola somma, in totale millecinquecento euro, viene racimolata organizzando “Pesci e Nuvole”, cene di pesce rivolte a vecchi e nuovi finanziatori. La nuova fase è innescata da un altro testo letterario, La vita è sogno, di Calderon de la Barca, ma anche qui il misurarsi con il monologo di Sigismondo o il suo dialogare con il padre Basilio, come prima con i testi di Che cosa sono le nuvole? di Pasolini, non è che un pretesto per aprire le porte all’esperienza personale, al parlare di sé, della propria condizione, di un’idea o una percezione di futuro, oltre l’attesa infinita del presente. E il flusso delle emozioni e di un vissuto a lungo compresso si traduce nel fiume di memorie, sogni, canti, scherzi, riflessioni che costituiscono il materiale del film Non è sogno.

A luglio 2017, avendo realizzato una cinquantina di ore di girato, si interrompono le riprese. A settembre dello stesso anno, il “PerSo Film Festival” apre la terza edizione con la proiezione di una cinquantina di minuti di montato che viene presentato come il frutto del laboratorio “Nuvole” e con il progetto per un nuovo film di Giovanni Cioni. Il dvd del mediometraggio viene consegnato a tutti i finanziatori. Il film dovrà aspettare ancora più di un anno e mezzo prima di vedere la luce, un anno e mezzo di postproduzione, in larga misura gestita dall’autore (montaggio) e da membri della troupe (Daniele Saini per il suono e Giallo Giuman per la sottotitolatura); la musica è di Rzewski, la color correction è di Davide Lo Vetro (Proxima Milano). Il 13 agosto 2019 il film approda al Festival di Locarno, in prima mondiale. Il 4 novembre 2019 è in concorso al Festival dei Popoli. Il 29 o 30 novembre potranno vederlo i detenuti della Casa Circondariale di Perugia Capanne, la sera del 30 novembre sarà in sala al Postmodernissimo di Perugia.
L’intensità dell’esperienza, che per mesi ci ha fatto vivere momenti di comunità e comunicazione fuori dall’ordinario, sia con la popolazione reclusa che tra di noi, non consente di accantonare il progetto, anche se ormai concluso, anzi ci spinge a pensarne uno analogo ancor più strutturato. Sarebbe interessante portare dentro le mura di Capanne un laboratorio permanente di montaggio, avendo come orizzonte non solo il protagonismo attoriale dei partecipanti ma anche il loro coinvolgimento nelle professionalità del cinema, assumendo un nuovo valore formativo sul piano lavorativo, oltre a quello già sperimentato con successo sul piano della crescita personale.

Giovanni Cioni, cineasta, ha vissuto tra Parigi, dove è nato nel 1962, Bruxelles, dove si è formato, Lisbona, Napoli e la Toscana, dove attualmente vive. Autore di diversi film premiati in competizioni internazionali, tra i quali In purgatorio, Gli intrepidi, Per Ulisse, Dal ritorno, Viaggio a Montevideo; ideatore di molti percorsi laboratoriali, tra cui quello realizzato nel carcere di Perugia-Capanne. Al suo lavoro sono state dedicate retrospettive in manifestazioni cinematografiche in Italia e all’estero. Di lui hanno detto: “Lontano dalle abitudini, la sua cinepresa si fa esploratrice, trasformando in territorio ignoto l’ambiente che attraversa. Il suo sguardo sconvolge i codici del documentario. Rimescola le piste della realtà e della finzione. Elabora nuovi spazi, nuove temporalità, da dove emergono umani che sembrano sorgere da un altrove impalpabile” (Carlo Chatrian, Visions du Réel 2011). “Il cinema di Giovanni Cioni è una dedica all’Uomo, all’umanità che avanza nei racconti, immersa nel presente e nel ricordo del testimone, al dialogo attraverso il quale poter condividere esperienze, riconoscersi nel vissuto degli altri, diventando ognuno il testimone della storia che gli viene narrata” (Giorgio Sedona, Point Blank, febbraio 2015).

 

Pubblicato il 13/11/2019