(la Redazione). Una Casa della Danza nel cuore delle Marche, a fare da incubatore per idee che cercano spazio e agio di crescere e svilupparsi grazie ai progetti di residenza organizzati da Civitanova Danza. Luoghi di questa “abitazione” il teatro “Annibal Caro” e la Foresteria comunale “Imperatrice Eugenia”, entrambi adiacenti la settecentesca Chiesa di Sant’Agostino a Civitanova Alta (oggi 2600 abitanti), centro originario della municipalità che, dopo la Seconda guerra mondiale, si è sviluppata a ridosso della costa adriatica inglobando l’antico borgo marinaro raggiungendo i 43mila residenti. Ricavata dall’ex Convento delle Suore Domenicane con un restauro conclusosi nel 2004 la foresteria dispone di 18 posti letto.
Il teatro “Annibal Caro”, costruito nel 1872, dopo un lungo restauro è stato riaperto nel 1997. Ha 300 posti divisi tra platea e tre ordini di palchi ed è dotato di un impianto di climatizzazione che lo rende fruibile anche nel periodo estivo. Tale teatro è l’ispirazione di questo articolo, colta grazie al programma “L’Idealista” curato, su RaiRadio3, da Valerio Corzani, esploratore della musica evolutiva di ogni parte del mondo. In quell’occasione (salvo errori, era il 28 febbraio 2019), Corzani propose la riscoperta di un album musicale risalente alla metà degli anni Novanta: Dietro la curva del cuore, il titolo; autori La Cruz, Ermanno Giovanardi e Cesare Malfatti. La sua registrazione ebbe come sala d’incisione proprio il teatro “Annibal Caro”. Musica (in tutti i sensi) per le orecchie di chi scrive negli spazi di magazzinocultura, che cerca e condivide le esperienze interessanti della produzione culturale nelle province che vanno dall’Adriatico al Tirreno.
Ecco allora la nostra attenzione puntata su Civitanova Marche, dove i teatri funzionano per 360 giorni l’anno: i 5 o 6 di chiusura servono per la necessaria manutenzioni… Tra programmazione cinematografica e spettacoli dal vivo riescono ad andare avanti senza creare voragini di bilancio, agendo all’interno di un eco-sistema allargato a mostre, rassegne di arte “vivente”, festival e manifestazioni. Un calendario di iniziative che è arrivato a coinvolgere 150mila persone l’anno, secondo le stime di chi coordina questa macchina per la promozione della cultura.
La capacità di autofinanziamento della struttura si attesta intorno al 23% del bilancio complessivo che, nel 2018, ha sfiorato 1,5 milioni di euro. Il fondo di dotazione proveniente dal Comune è stato di 1,12 milioni di euro. Nessun miracolo ma scelte strategiche di lungo respiro.

Il teatro “Annibal Caro” di Civitanova Marche

Le intuizioni alla base delle politiche culturali dei Teatri di Civitanova partono quasi cinquant’anni fa e danno vita (nel 1973) a un’azienda municipalizzata per cultura, turismo e spettacolo. In questo modo si decideva – con buon anticipo sull’ormai mitica Estate romana di nicoliniana memoria – di “irrompere nella vita cittadina affermando e sostenendo l’idea fortemente innovativa di una istituzione non più rivolta a un élite ma a tutti i cittadini, di un servizio non più dedicato allo svago ma indissolubilmente legato alla crescita sociale e culturale del territorio mediante la stabilità di una struttura operativa”, come si legge nel sito dei Teatri di Civitanova.
L’azienda, diventata nel 2005 Azienda Speciale Servizi Cultura, Turismo e Spettacolo – Teatri di Civitanova, ha sviluppato ulteriormente il proprio potenziale facendo della danza il motore delle sue politiche calate nella più vasta tela di titoli nelle varie discipline che offrono per tutto l’anno cultura, spettacolo, riflessione e interlocuzione: “Civitanova Arte”, con mostre di vario genere; la Rassegna d’arte vivente “Vita-Vita”; il “Festival estivo internazionale Civitanova Danza” e la “Rassegna invernale di Civitanova Danza” operante tutto l’anno; il cartellone dei Teatri di Civitanova “Rive Festival”; “Civitanova Classica”; “Civitanova all’Opera”; “A Teatro con Mamma e Papà”. Un pacchetto di iniziative caratterizzate anche da “una politica dei prezzi decisamente concorrenziale con l’obiettivo di raggiungere la più vasta partecipazione di pubblico, attraverso anche la promozione ed organizzazione di seminari, convegni, incontri, procedendo alla pubblicazione dei relativi atti, o documenti”, come si legge ancora nel sito ufficiale.

L’opera Don Giovanni di Mozart, nella realizzazione della Royal Opera House di Londra, proiettata di recente in diretta via satellite al cinema Rossini di Civitanova Marche

Del resto, il fondo di dotazione generato dal bilancio comunale vincolava a scelte che favorissero la più vasta partecipazione della cittadinanza. Tutti elementi che parlano di una vivacità culturale in crescita in una delle città marchigiane che ha saputo rispondere meglio alle trasformazioni della sua industria manifatturiera (calzature) nata dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Le proposte dell’azienda autonoma prima, e dei Teatri di Civitanova poi, sono parte integrale della transizione post-industriale che oggi fa di questa città uno snodo territoriale multifunzionale con una significativa presenza della logistica e del commercio. Una poliedricità che si è messa alla prova anche nell’utilizzazione della rete cittadina di strutture come due cine-teatri (“Rossini” e “Cecchetti”), il teatro “Annibal Caro”, l’auditorium S. Agostino, la Pinacoteca comunale Marco Moretti: strutture che negli ultimi settant’anni hanno contribuito non poco ad amalgamare la comunità per come essa si manifesta in questo primo scorcio di millennio.
Rimarchevole anche la politica della trasparenza: i bilanci annuali dei TdiC sono reperibili in rete e, nella loro completezza ricca di dettagli, offrono una quantità di informazioni assai preziose per capire come possa funzionare un organismo del genere, capace di offrire un impiego stabile a otto persone.
Il 2019 si annuncia però come anno di trasformazioni nel rapporto tra il Comune, l’azienda speciale “Teatri di Civitanova” e Amat (Associazione marchigiana attività teatrali), i partner di un mènage à trois perfettamente funzionante fino a pochi mesi fa. È infatti in corso uno sdoppiamento nella programmazione teatrale, per decenni strettamente intrecciata con quella della danza, frutto di un accordo tra Comune e Amat per un cartellone diverso da quello di TdiC: sette spettacoli per entrambi. Per la città un aumento dell’offerta, per chi osserva con occhio attento una duplicazione che depotenzia la capacità contrattuale nei confronti di compagnie singole, consorzi e circuiti teatrali.
TdiC non si però è tirata indietro e ha stretto un patto con un imprenditore privato per il varo di un proprio calendario che non utilizzerà il fondo di dotazione ma punterà all’autofinanziamento anche attraverso il ricorso massiccio a sponsor e finanziatori. Il Comune, in questo modo, taglierà di circa il 40% il fondo di dotazione annuale, scelta che potrebbe essere rivelatrice dell’intenzione della Giunta municipale di svuotare gradualmente il bilancio della propria controllata.
Le programmazioni sdoppiate richiedono comunque il coordinamento del calendario nell’uso delle sale-teatro, a proposito delle quali va pure detto che il “Rossini” (850 posti) e il “Cecchetti” (220) stanno scontando in questa fase un calo significativo delle presenze al cinema: da circa 46mila del 2016 a poco più di 28 mila nel 2018 (fonte: Bilancio 2018). Un dato, questo, che andrà sicuramente a pesare sulle scelte future del Cda alle prese con una fase di transizione già irta di complicazioni e implicazioni politiche.
Anche questo Cda deve per esempio fronteggiare il frutto avvelenato della legge 42 del 2009. È quella normativa ben nota a tutti gli organizzatori culturali, che esclude la voce “Cultura” dalle funzioni fondamentali delle amministrazioni locali. Con buona pace di tutti quei calcoli incoraggianti fatti dagli esperti e specialisti del settore, secondo i quali gli investimenti nel settore Cultura producono un ritorno aumentato dell’80% su quanto investito. Ma tanto lo sappiamo: la politica, da noi, ha ben poca lungimiranza.

Pubblicato il 6/11/2019