Ogni giorno leggiamo su libri e giornali previsioni e profezie sugli esiti di quella “transizione digitale” nella quale in questi decenni siamo tutti immersi, volenti o nolenti, attori o comparse. Qualcuno definisce questo processo una “rivoluzione”, anche se il termine non sembra del tutto appropriato vista appunto l’impossibilità di comprendere dove andrà a parare un cambiamento tanto epocale, o quali svolte impreviste può riservarci, o se realmente esiste un detentore della bussola che guida questa evoluzione. Sta di fatto che non possiamo astenerci dal ritenere che il web ha aperto delle possibilità sorprendenti e altre ne fa intravedere a chi sa muoversi con maggiore consapevolezza e perizia tra la Rete. Pone infatti tutti, almeno potenzialmente, nella condizione di creare, condividere e divulgare contenuti, quindi di diventare anche produttori di cultura bypassando i tradizionali modelli di produzione e divulgazione per raggiungere direttamente il fruitore, consentendo pure la continua invenzione di nuovi media e nuove piattaforme digitali capaci di condensare forme diverse di comunicazione e fruizione.
Tra le varie domande e incertezze che questa incessante mutazione ci pone, noi ci siamo chiesti il ruolo odierno della radio e se, nell’epoca in cui la carta stampata e i giornali cartacei perdono ogni giorno un po’ dell’autorevolezza conquistata in quasi sei secoli di storia, proprio la radio non vada assumendo un ruolo sempre più importante nella trasmissione della cultura – quella radio essa stessa soggetta a costanti trasformazioni. Siamo allora andati a vedere come funziona oggi un’emittente del tutto particolare, una radio universitaria, anzi una web radio per essere più precisi, così diversa da come forse molti di noi continuano a concepire questo mass medium, in quanto ormai assai poco dedicata alla “diretta” e invece molto basata sulle varie forme di podcasting (per chi vuole saperne un po’ di più).
Forse non tutti sanno come funzionano le radio universitarie, che forse rappresentano meglio di altre “il nuovo che avanza” in questo genere di trasmissioni e di tecnologie, e neppure sanno quante ne esistono in Italia. Ce ne sono addirittura una trentina, o almeno questo è il numero delle affiliate all’Associazione Nazionale degli Operatori Radiofonici Universitari  (RadUni) e, di queste, tre sono nel territorio dell’Italia di Mezzo: Uradio a Siena, Radiounitus a Viterbo e Radiophonica a Perugia. Ma come funzionano, dicevamo, e a chi si rivolgono, chi ci lavora, come si possono ascoltare, e anche vedere? Ce lo ha spiegato Maurizio Tomaselli, referente del progetto Radiophonica per l’A.Di.S.U. della Regione Umbria. Lo abbiamo intervistato.

Quando è nato il progetto di Radiophonica, e chi ne è stato promotore?
Radiophonica, oggi il medium universitario dell’Umbria, è un progetto nato nel 2007 da un’idea dell’Associazione Culturale L’Officina di Ponte San Giovanni (PG) che già nel 2005 stava studiando nuove forme di promozione di protagonismo giovanile, soprattutto in ambito musicale per i generi propriamente indie e comunque non legati al panorama mainstream, e la radio web sembrò una possibilità reale, considerata la difficoltà di accedere a frequenze ancora libere sul territorio per associazioni come appunto L’Officina.
Realizzata quindi con forze proprie il primo prototipo (tutto open source), L’Officina avvia confronti con alcuni enti eventualmente interessati a sperimentare questa opportunità in cambio del sostegno di alcune spese fisse, come la SIAE e la SCF (che tutelano, rispettivamente, i diritti relativi alla composizione musicale e alla registrazione musicale), e la banda internet, all’epoca ancora molto costosa. Nasce da qui la collaborazione con l’ A.Di.S.U. (Agenzia per il Diritto allo Studio Universitario), fortemente interessata a sperimentare nuove forme di comunicazione e di confronto da offrire alla propria utenza, in particolare agli studenti fuori sede. Maurizio Oliviero, colui che è stato appena eletto Rettore dell’Università degli Studi di Perugia, era in quel periodo Amministratore Unico dell’A.Di.S.U. e fu proprio grazie a lui che il progetto trovò la spinta e l’appoggio per decollare, fin da subito con l’idea di realizzare un progetto multimediale capace di camminare su più gambe: una web tv e una web radio in streaming.
Sin dalla sua nascita, Radiophonica è diventata quindi la web radio ufficiale dell’A.Di.S.U., aumentando così l’offerta culturale rivolta agli studenti universitari. La produzione dei contenuti è garantita da una redazione studentesca composta da studenti provenienti dalle diverse facoltà di entrambi gli atenei umbri, ma anche dall’Accademia delle Belle arti e dal Conservatorio di Perugia. Nel 2016 Radiophonica ha poi aperto una postazione a Terni, anch’essa gestita da una redazione studentesca.

Sono stati necessari dei finanziamenti, un capitale d’avvio?
Radiophonica ancora oggi non ha alcuna inserzione commerciale, essendo una realtà istituzionale rivolta alla totalità degli studenti. Le spese della prima fase della sua sperimentazione furono coperte dall’A.Di.S.U., per un importo di circa 15mila euro utili a coprire i costi di gestione, i diritti d’autore e l’acquisto di una minima dotazione audio disponibile per gli studenti partecipanti.
Finita la sperimentazione annuale, siamo passati a una gerenza del servizio vera e propria, e ciò attraverso un bando di gara per la gestione tecnica di server e streaming, e quella del personale. Allo stato attuale, l’intero servizio costa circa 50mila euro l’anno, contributi previdenziali compresi (derivati da un piccolo rimborso spese per il lavoro di un ristretto gruppo di studenti redattori utile a garantire la formazione degli studenti).

50mila euro sono tanti. Chi finanzia un simile importo ogni anno? E che tipo di azienda è Radiophonica?
No, Radiophonica non è un’azienda. Si configura piuttosto come un laboratorio multimediale molto pratico, un servizio all’interno dell’Ufficio Attività Culturali dell’A.Di.S.U. Riesce però ad attirare capitale e finanziamenti esterni grazie alle collaborazioni realizzate con partner nazionali e internazionali. Un esempio in tal senso è PlaYOURope, un progetto europeo finanziato dalla UE che ha consentito agli studenti della nostra redazione di recarsi a Bruxelles e in altre capitali europee per realizzare video e audio interviste a vari protagonisti delle politiche di coesione sociale in Europa.

Ci dica delle dimensioni attuali di Radiophonica: quanti vi operano, e con quali tipi di rapporto di lavoro.
Nella gestione tecnica del servizio Radiophonica sono oggi impiegate tre persone dipendenti dell’Associazione L’Officina e, in part-time, un amministrativo dell’A.Di.S.U. Nella realizzazione dei contenuti sono invece coinvolti una trentina di studenti, tutti volontari.

Radiophonica promuove pure stage, percorsi di formazione, laboratori. Sono percorsi di apprendimento in qualche modo strutturati?
Sì, Radiophonica promuove corsi di formazione e workshop in vari ambiti:

  • conduzione;
  • creazione di format radiofonici e di podcast;
  • copyright;
  • creazione e promozione di contenuti online sulle principali piattaforme social attraverso tools gratuiti;
  • tecniche di registrazione e microfonazione;
  • audio editing e post-produzione audio;
  • video editing e photo editing.

Tutti questi workshop fanno parte di una programmazione annuale concordata direttamente con A.Di.S.U. e con la redazione studentesca per quanto riguarda le tempistiche, i temi, le modalità, gli orari e la durata. Non sono però collegati a specifici percorsi di studio universitari o di altri istituti di formazione superiore della egione umbra. Sono attive invece convenzioni con alcuni dipartimenti universitari per lo svolgimento di stage formativi.

In termini di dimensioni e di personale impiegato, che rapporto c’è tra Radiophonica e le altre radio universitarie?
Relativamente al panorama italiano dei media universitari, Radiophonica si colloca in una posizione mediana in termini di rapporto formatori/studenti, offrendo sempre grande disponibilità e apertura verso la collaborazione con altre realtà analoghe.

Esiste pure un’associazione che riunisce le radio universitarie (RadUni). Sono frequenti le collaborazioni tra di esse o sono piuttosto tutte realtà che operano in solitudine, con progetti diversi?
Sì, anche Radiophonica è affiliata all’Associazione Nazionale degli Operatori Radiofonici Universitari  (RadUni), che aggrega tutte le radio e i laboratori universitari “pubblici” della penisola. In collaborazione con questa associazione vengono realizzati format condivisi, ritrasmessi nei palinsesti delle emittenti affiliate, ed eventi/dirette condivise (come la maratona della Notte Europea dei Ricercatori, che dal 2016 è trasmessa in diretta condivisa sul circuito).
A livello internazionale, la situazione è meno omogenea: a fronte di realtà più consolidate (stiamo parlando di media universitari operanti già dagli anni Settanta in FM), si assiste a un panorama estremamente segmentato, con fortissime variazioni sia in termini di strumentazione/infrastrutture utilizzate, sia di personale incaricato alla formazione in rapporto al numero di studenti.
Radiophonica si pone complessivamente nella media. Da sempre abbiamo incentivato l’apertura e lo scambio di pratiche con la comunità radiofonica universitaria e studentesca internazionale. Dal 2016 il laboratorio radiofonico è all’interno del board della World College Radio Day Foundation – la fondazione internazionale che unisce le principali emittenti e laboratori radiofonici universitari di tutto il mondo, e che il 4 ottobre di ogni anno organizza una diretta mondiale condivisa della durata di 24 ore per celebrare i media universitari in tutto il globo.

Che platea ha Radiophonica, in termini di ascolto/fruizione? Avete cioè modo di quantificare gli utenti?
Sì, abbiamo in tal senso dei dati aggiornati:

  • ascolti streaming in diretta: circa 50/giorno;
  • contenuti audio in podcast: circa 100/giorno (dipendentemente dal tipo di programma);
  • video su Youtube: 193mila views (semestre di riferimento: 01/01/2019 – 30/06/2019);
  • Facebook: 9mila followers, circa 1900 organic views/settimana, 6400 organic post reach/settimana;
  • Instagram: 2563 follower.

Va anche però detto che il discorso è molto più complesso poiché vi sono stati forti cambiamenti in tempi recenti. Nel senso che fino a qualche anno fa il seguito di pubblico di una radio si misurava in ascolti in streaming (da cui dipendeva l’assoluta necessità di avere parecchia banda a disposizione), ma nel corso degli anni, e con l’avvento delle piattaforme social, è cambiata la modalità di fruizione del prodotto, soprattutto radiofonico, poiché si è passati dall’ascolto in diretta al podcast. Per cui la banda, prima necessaria per lo streaming, adesso serve principalmente per il download. Questo cambiamento della modalità di fruizione ha interessato anche le emittenti nazionali, come RAI (si pensi al sempre maggiore successo di RaiPlay) e altri network, ma si è verificato soprattutto in quelle universitarie, composte da produttori e fruitori molto più giovani.

Sapete quali delle vostre offerte (video, podcast, radio) è più seguita? E, rispetto alle tecnologie utilizzate, quanto sono cambiate rispetto all’inizio?
Sicuramente adesso i numeri ci spingono a contenuti ibridi, con linguaggio e forma tendenzialmente cross-mediali. Cambia il modo stesso in cui viene realizzato un contenuto: non è più solo audio o video, ma contiene pure testo, fotografie, grafiche che lo rendono fruibile al meglio sulle diverse piattaforme. Cambia perciò il modo di fruizione: la web radio dei primi anni Duemila si ascoltava da computer, mentre oggi la si ascolta su smartphone. Ma dal momento che si è persa la dimensione di ascolto “in tempo reale”, e visto che i contenuti sono sempre più fruiti in modo asincrono e spesso offline, la maggioranza degli ascolti adesso si sposta verso i podcast. Quindi contenuti più brevi e “portables”, da ascoltare mentre si è in movimento (di solito mentre si aspetta l’autobus, o si fa la fila da qualche parte).
La popolarità di piattaforme come Facebook o Instagram ha poi spinto (e spinge tuttora fortemente) verso la realizzazione di contenuti sempre aggiornati, preferibilmente con immagini, poco testo, della durata media di 3 minuti.

Sono nati dei progetti importanti da Radiophonica? E riguardano solo la radio e i suoi utenti oppure hanno avuto ricadute sul territorio?
Sono numerosi i progetti con ricaduta sul territorio: Radiophonica è stata tra le prime emittenti universitarie a ospitare nel proprio palinsesto programmi realizzati da ragazzi con disabilità psicologica con la collaborazione di alcune cooperative e associazioni operanti nel settore: ne sono esempi il format “Gli Irradiati” e, più recentemente, “Onda Brigante/ Stazione Panzana”. Radiophonica è stata poi tra le prime radio universitarie ad avviare il progetto internazionale Europhonica, che ha creato la prima redazione internazionale composta da studenti e professionisti delle radio universitarie di tutta Europa. Questo progetto è nato infatti su impulso di un incontro internazionale organizzato da Radiophonica a Perugia nel 2014, con l’obiettivo di dare voce a studenti e media universitari indipendenti, far raccontare da loro l’Europa. Una di queste voci era quella di Antonio Megalizzi, il giovane giornalista universitario perito a seguito dell’attentato a Strasburgo nel dicembre dello scorso anno. Oggi in Europhonica sono coinvolte potenzialmente un centinaio di radio universitarie, studentesche e comunitarie. Di queste, oltre una trentina si trovano in Italia, altre trenta in Francia, trenta anche in Spagna, poi due in Portogallo e ora anche la Germania ha aderito al team, a rappresentare tutte insieme un pubblico giovanile potenzialmente impressionante.
Aggiungo infine che Radiophonica ha vinto di recente un bando per realizzare un programma che comunichi efficacemente la politica di coesione: PlaYOURope, al quale ho già accennato.

Radiophonica ha dodici anni di vita, che sembrano ben spesi. E i suoi progetti per il futuro, a breve o media scadenza?
Abbiamo intenzione di rafforzare localmente la comunicazione degli eventi culturali in Umbria, comunicazione che già svolgiamo con regolarità e con un nostro taglio specifico, considerando che in dodici anni abbiamo prodotto circa 2600 video-interviste di promozione (quindi, di media, oltre 200 all’anno). Vogliamo però darci un obiettivo diverso: essere di sostegno alla promozione del Sistema Universitario umbro, rivolgendoci soprattutto fuori dall’Umbria e raggiungere quei maturandi che, dovendo scegliere un corso di studio fuori dalla regione di residenza, possano valutare tra le loro opzioni un nostro ateneo anche in considerazione dell’offerta culturale che questa regione sa offrire.
Abbiamo inoltre intenzione di svolgere attività all’estero, tramite progetti EU, per aumentare le opportunità esperienziali dei nostri studenti universitari.

E cose che invece non vanno o non funzionano, che non siete riusciti a realizzare nonostante facessero parte del progetto originario, vi sono? Oppure dei problemi che continuano a limitarlo in qualche modo?
L’unica parte del progetto iniziale che non siamo riusciti ancora a completare è rappresentato dalla mancata trasformazione della redazione di Radiophonica in una testata regolarmente iscritta al Tribunale, al fine di farlo diventare un vero e proprio percorso formativo per giovani giornalisti. Abbiamo incontrato molte difficoltà burocratiche ed è un peccato non esserci riusciti poiché questo ci metterebbe nelle condizioni di unire le competenze offerte nel percorso formativo a quelle che noi quotidianamente già offriamo, come per esempio la padronanza di software open source per l’editing audio e video. Ma non abbiamo perso ancora le speranze.

E allora tanti auguri!

[Tutte le immagini sono state fornite dalla redazione di Radiophonica]

 

Pubblicato il 30/10/2019