(la Redazione). Cosa fare di una scuola quando viene chiusa per mancanza di alunni? Disabitata, scartata, la si abbandona al degrado e al silenzio? Oppure si spendono soldi, che però mai ci sono a sufficienza, per farla diventare altro da quello che era? No, ci si può fare un museo, un Museo della scuola, appunto, come è avvenuto per la primaria di Castelnuovo di Assisi chiusa nel 2004, dove sono oggi raccolti ed esposti reperti di cultura materiale destinati altrimenti ad andare perduti, o a rimanere sepolti e dispersi in bauli e soffitte, nei magazzini e scantinati di qualche ente pubblico. E così una vecchia scuola elementare, riattata senza grandi stravolgimenti dal Comune di Assisi e con il contributo della Proloco, conserva e racconta la sua storia e quella della scuola italiana degli ultimi due secoli. Lo fa nell’edificio che, così riqualificato, ospita dal 2010 anche un centro per disabili e la sede della Proloco.
Non molti conoscono in verità questa preziosa collezione di memorie, allestita con competenza e passione da Antonio Mencarelli, suo curatore e direttore.  Bisogna andarselo a cercare, il museo, percorrendo le strade poco trafficate che solcano la piana a sud-ovest di Assisi. Ma la mancanza di indicazioni segnaletiche può essere facilmente superata consultando la mappa che il sito mette a disposizione di chi volesse avventurarsi nella ricerca. Nel sito, si trovano pure le immagini di alcuni esemplari dei materiali visibili dal vivo nel corso di una visita, assieme alla presentazione e la storia del museo. Una storia narrata anche in video, quello di un servizio del settimanale del TGR Rai mandato in onda qualche mese dopo l’apertura – ma è reperibile su YouTube pure quello prodotto da Tef Channel.
Di tanto in tanto i media locali danno spazio alle iniziative che il museo organizza nel corso dell’anno: mostre tematiche che costruiscono percorsi di lettura, ogni volta diversi, dei materiali conservati; manifestazioni in occasione di ricorrenze particolari; presentazioni dei volumi contenenti le ricerche che Mencarelli e altri studiosi continuano a produrre: “Quaderni del Museo della scuola” è il titolo della collana che li raccoglie, pubblicata dall’editrice Il Formichiere di Foligno. Il tutto a dimostrazione di come la riconversione di un edificio pubblico destituito della sua funzione e avviato probabilmente all’incuria che caratterizza tanti altri immobili del patrimonio pubblico dismessi, possa arricchire un territorio offrendo gli spazi per un centro diurno  destinato alle persone in età giovane-adulta con disabilità grave, la sede della Proloco, la sala prove del Coro Cantori Umbri e un luogo di promozione culturale: quel museo che, conservando oltre 2500 campioni di cultura materiale dedicati alla storia della scuola italiana, promuove indagini e studi originali, accoglie studiosi e giovani laureandi custodendo nella sua biblioteca le tesi e i lavori lì ispirati, offrendosi così come vero e proprio centro di documentazione e ricerca.
A frequentare il Museo sono soprattutto scolaresche delle elementari, circa venticinque classi l’anno, che guidate dai loro insegnanti vanno a scoprire come era fatta la scuola dei loro nonni, dei bisnonni e dei loro più lontani antenati. Vi trovano quaderni, pennini, abbecedari, pagelle, mappe geografiche, manifesti, e poi attrezzature didattiche, suppellettili e arredamenti scolastici, per risalire così fino a metà Ottocento.  Vedono, entrandovi, come era fatta una classe elementare a inizio Novecento, qui ricostruita nei suoi minimi dettagli: il calamaio, le penne, le lavagnette che ogni scolaro aveva sul suo banco di legno; ma conoscono pure altre meraviglie di una tecnologia che oggi fa quasi tenerezza: le lanterne magiche, progenitrici dei proiettori e delle lavagne luminose, e i monumentali apparecchi radio che, durante il Ventennio, dovevano servire non solo per divulgare conoscenza ma anche per diffondere tra i giovani e meno giovani scolari dell’epoca la propaganda fascista e la voce del Duce.

Il Museo della Scuola di Castelnuovo di Assisi non è certamente l’unico del genere in Italia. Ve ne sono altri disseminati su tutto il territorio nazionale, da Bressanone a Torino, da Macerata a Senigallia, da Napoli a Sassari. L’Osservatorio permanente dei musei dell’educazione e dei centri di ricerca sul patrimonio storico-educativo (OPeN.MuSE), nato in seno al Museo della Scuola “Paolo e Ornella Ricca” dell’Università degli Studi di Macerata, nel 2014 ne ha fatto un censimento catalogando ben 45 strutture. Quasi tutti ricevono finanziamenti da università, dai comuni e dalle regioni di appartenenza, da enti di varia natura, o erogazioni liberali di aziende e di privati.  Perché la sopravvivenza di strutture come queste costa denaro: per il mantenimento del patrimonio conservato e per il suo arricchimento, per la manutenzione degli spazi e degli arredi, per il potenziamento delle attività che essi offrono, per il miglioramento dell’accoglienza degli utenti, per le spese correnti, e tutto il resto.
Duole dire che al museo di Castelnuovo tutto questo non viene garantito da alcuna istituzione, e che la sua sopravvivenza dipende unicamente dal lavoro volontario e dalla quotidiana dedizione di Antonio Mencarelli, dall’aiuto di qualche altro volontario, da quanto riesce a mettere annualmente a disposizione la Proloco locale che ha in gestione gli spazi, e da quanto viene ricavato dalle offerte libere – quindi imprevedibili – dei visitatori.
C’è dunque da auspicare per questo museo un interessamento delle istituzioni pubbliche e un loro intervento, un loro investimento, assieme al supporto di sponsor e di generosi sostenitori.

La classe di inizio Novecento ricostruita all’interno del Museo

Ne va della memoria di un territorio e dei suoi abitanti, qui testimoniata in immagini, disegni, pagine di quaderno vergate in calligrafia. Ma vi è pure un’altra posta in gioco: il mantenimento in vita di un luogo che non solo conserva documenti e reperti preziosi, ma che continua – come già sottolineato – a produrre cultura, ricerca e un sapere non molto indagato in Italia, persino a livello accademico.

 

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Il professore Antonio Mencarelli è stato collaboratore di ricerca presso l’Università degli Studi di Perugia, interessandosi da sempre di Storia della Scuola e dell’Educazione. Su queste tematiche ha pubblicato vari lavori, oltre a raccogliere instancabilmente materiali e testimonianze costituendo l’importante collezione che, da lui donata al Museo, ne ha consentito la nascita. Una collezione che lui continua ancora ad arricchire a proprie spese, valorizzando così ulteriormente il patrimonio del “suo” museo.

 

 

Pubblicato 16/10/2019