(la Redazione) – C’era una volta il Teatro Povero di Monticchiello… e c’è ancora.
Meno povero di quando è nato, 53 anni fa, perché nel frattempo si sono registrate vere e proprie mutazioni. La popolazione originaria del comune di Pienza, di cui Monticchiello è frazione, ha continuato a calare inesorabilmente: nel 1951 aveva 4770 residenti, diventati 2086 nel 2017.
La Val d’Orcia, nel frattempo, è entrata nel novero delle realtà più attraenti per i ricchi di mezzo pianeta. Nel loro immaginario (coincidente in buona parte con la realtà), la Toscana è luogo ideale per un “buen retiro”, alquanto isolato dal contesto umano circostante. Intanto immobiliari con sede a Londra fanno incetta di casali, ville e castelli per trasformarli in dimore esclusive da vendere ai suddetti ricchi. Un esempio per tutti: il Borgo di Castiglioncello del Trinoro (comune di Sarteano), da cui Monticchiello è visibile in lontananza, è stato acquistato da uno degli avvocati dell’ex presidente Usa, Barak Obama.
Una tendenza che ha esercitato il suo fascino anche su ampi settori della intelligentsia di sinistra, che dopo aver consolidato il proprio “status” nelle capitali (e nei capoluoghi) ha preso a ripopolare casali e campagne della Toscana, invertendo così – anche se solo per i periodi delle vacanze – la tendenza allo spopolamento. Un ripopolamento che proprio a Monticchiello ha scritto in realtà un capitolo ben poco virtuoso, con la costruzione di villette a schiera a ridosso dell’abitato storico. Garbate quanto si vuole, con il loro tentativo di inserirsi disciplinatamente nel paesaggio, ma dalla natura speculatoria del tutto evidente. L’allora ministro dell’ambiente Rutelli le definì “bruttarelle” e chiese una sostanziosa mitigazione dei volumi. Ma a lasciare a a bocca aperta è l’origine di una simile operazione: una lottizzazione ideata e pensata da una cooperativa di giornalisti de “l’Unità”, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Tutte persone titolari di un amore a dir poco contraddittorio per questi luoghi.

Anche i titoli delle rappresentazioni del Teatro Povero di quegli anni (e non poteva essere diversamente) affrontavano tale contraddizione. Con A(h)ia!, nel 2007, la questione veniva infatti presa di petto, senza però dare risposte, senza mettere i piedi nel piatto. Contrariamente a quanto fatto in passato, in quell’occasione il teatro non prendeva alcuna posizione, e fu un momento di svolta che taluni considerano “declinante”.
La compagnia del Teatro Povero ha comunque il merito di aver costruito negli anni un imponente archivio di documenti che registra tutte le sue molteplici attività e ne racconta la storia certificando la competenza, la convinzione e l’impegno profusi nel corso dell’avventura. È tutto consultabile online nel suo sito ufficiale, come molte cose si possono vedere nei siti  web di informazione locale che non hanno mai smesso di occuparsi di Monticchiello e del suo teatro, a partire dal periodico di Chiusi “Primapagina”.
Spulciando quell’archivio, apprendiamo che il Teatro Povero è nato proprio come risposta allo spopolamento di cui dicevamo. Fu concepito dalle fervide menti di Mario Guidotti, già capo ufficio stampa della Camera dei Deputati, auto-definitosi “il notaio di Monticchiello”, e di Arnaldo Della Giovampaola, geometra di Pienza e appassionato di teatro, regista della compagnia dalle sue origini a tutti gli anni Settanta, capace di insegnare alla gente di Monticchiello l’arte della recitazione e a elaborare risposte originali alle tante problematiche relative alla messinscena negli spazi medievali di Monticchiello. E, in riferimento alla sua capacità di portare in piazza una riflessione sulla vita quotidiana della comunità, la compagnia tende a definire i propri lavori come “autodrammi”, riprendendo un termine coniato da Giorgio Strehler.

La prima messa in scena ci fu nel 1967: L’eroina di Monticchiello, che nel sito viene definita “una forma di resistenza alla crisi, derivante dalla rapida eclissi del sistema economico e sociale che aveva caratterizzato per secoli la sua esistenza: la mezzadria”. Il coinvolgimento della popolazione è andato poi crescendo negli anni successivi, come l’interesse degli ambienti teatrali, fino a sollecitare una trasformazione del progetto iniziale portando nel 1980 alla costituzione della “Cooperativa del Teatro povero di Monticchiello”. Si voleva offrire così un quadro organizzativo e una veste giuridica all’attività teatrale, che da lì e per i successivi 40 anni di vita ha moltiplicato le sue funzioni nel tentativo di dare risposte alle trasformazioni che si sono manifestate via via nel territorio di Pienza. La cooperativa ha preso infatti a occuparsi della gestione di attività sociali e assistenziali alla comunità di Monticchiello e ora gestisce il servizio di distribuzione farmaci alla cittadinanza, tiene aperta un’edicola-libreria, garantisce le informazioni turistiche, ha attivato un centro internet e una biblioteca, oltre a un emporio poli-funzionale e un museo – il museo Tepotratos, che ospita pure il centro sociale di Monticchiello. A tutto questo, nell’anno in corso si sono aggiunte a Bagno Vignoni, località termale a 10 chilometri dalla sede principale, le Ciclofficine del Teatro Povero, per una proposta che intende “coniugare un servizio per gli amanti della bicicletta, elettrica e non, con un progetto di integrazione e inserimento nel mondo del lavoro”.

Non a caso, quindi, la Cooperativa del Teatro povero di Monticchiello è ormai considerata un punto di riferimento per tutto il movimento cooperativo che in Toscana ha una tradizione ben più che consolidata. È considerata come indicatore essenziale nella campagna che Legacoop ha avviato a fine 2017 per la promozione delle cooperative di comunità.

La carta d’identità della Cooperativa. È composta da 194 soci (192 persone fisiche, 2 giuridiche).
Di queste, otto sono dipendenti che coprono spesso più di un ruolo. L’età dei soci varia dai 18 ai 90 anni, mentre per la compagnia teatrale le età vanno da 4 a 80. Durante il periodo estivo vengono assunti anche diversi lavoratori stagionali. La sede è negli antichi granai del borgo, risalenti al Settecento, che ospitano pure la sede del museo Tepotratos.
Per la sua natura, l’attività della cooperativa si svolge nell’intero arco della settimana, sette giorni su sette, con fatturati che negli ultimi anni hanno registrato un incremento incoraggiante: 225.516 € (2015), 264.635 € (2016), 284.293 € (2017), 338.564 € (2018). A comporlo, una pluralità di voci: distribuzione farmaci, biblioteca, edicola-emporio, museo, centro informativo, ciclofficina, foresteria del teatro, i ristoranti “Bronzino” e “Bronzone”, per un’offerta di servizi per i quali le persone impiegate hanno tenuto appositi corsi di formazione-lavoro.

E poi c’è il teatro: 4000 i biglietti staccati nelle 23 repliche degli spettacoli estivi del 2019. La Regione Toscana contribuisce inoltre con 50mila euro grazie alla legge sullo spettacolo dal vivo, festival o residenze artistiche.

Esiste anche uno spazio dedicato all’Archivio del Teatro Povero, di proprietà della Cooperativa, con i documenti dell’attività della cooperativa che sono stati sistemati a fianco ai volumi del vecchio centro di lettura. Su richiesta, sono consultabili tutti i giorni.
Abbiamo voluto dare tutte queste cifre per misurare lo spessore di “uno straordinario esperimento sociale e antropologico di resistenza civile e umana”, come viene definita la realtà di Monticchiello da Marco Lorenzoni, direttore del già citato “Primapagina”, periodico attivo su quel territorio da quasi trent’anni. E, in effetti, l’idea di stendere questo testo è scattata dalla lettura di un articolo comparso nel periodico: Teatro povero di Monticchiello, una messa laica che ha sempre il suo perché. Le informazioni fornite da questo articolo, assieme a quelle raccolte da magazzinocultura direttamente presso la Compagnia, possono aiutare a capire che cosa si può fare per inventare un possibile futuro nel profondo delle campagne toscane e per rafforzare la controtendenza allo spopolamento e allo spaesamento dei luoghi considerati periferici.
Ne abbiamo voluto riparlare con lo stesso Lorenzoni, che ha esordito dicendo che “ogni anno, da 53 anni, l’autodramma del Teatro Povero di Monticchiello impartisce una lezione significativa.  E la definizione autodramma risulta del tutto appropriata perché è la rappresentazione del dramma di una comunità che fa fatica a tirare avanti e a resistere, e che proprio nel teatro ha trovato, se non una soluzione, quantomeno una chiave di lettura e la forza per non abbandonare il campo”.

Continuando l’intervista, Lorenzoni ci ha spiegato anche i motivi del titolo della rappresentazione che ha caratterizzato l’edizione del 2019: “Stato transitorio è forse più autodramma di altri precedenti. Parte proprio dalle difficoltà a continuare a fare teatro: perché la compagnia invecchia, perché la voglia non è più la stessa, perché non tutti la pensano allo stesso modo e perché alcuni, soprattutto i più giovani, hanno anche altro da fare, per esempio andare alle manifestazioni per il clima insieme a Greta Thunberg. Stato transitorio è lo stato dei personaggi e del Teatro Povero stesso, sospesi fra tradizione e mutamenti, tra volontà e necessità di resistere e voglia di andare avanti, oltre. Oppure di fermarsi. Anche questa volta assistiamo a una riflessione amara, ma serissima, sul tema delle eredità, delle prosecuzioni, delle continuità e dei necessari cambiamenti.
Non ha suscitato, per ora, cambi di rotta la transizione della regia da Andrea Cresti (prosecutore del lavoro del duo Guidotti-Della Giovampaola) a Manfredi Rutelli e Giampiero Giglioni. Pensiamo per esempio alla scena iniziale con gli attori che si interrogano, si accusano e si scusano, mentre montano il palco e preparano i costumi. È tutta lì l’essenza antropologica e culturale del Teatro Povero: esce fuori chiaramente nella discussione che senza il teatro non ci sarebbero l’ufficio turistico, la posta, l’asilo, il bar. Senza il teatro, cioè, non ci sarebbe più Monticchiello in quanto avrebbe fatto la fine di tanti piccoli borghi medievali e poi contadini, diventati vere e proprie ghost town”.

Per concludere, ci sembra di poter dire che – tra le altre cose – il Teatro Povero di Monticchiello costituisce un’esperienza di “educazione permanente” sulla coltivazione della memoria. E Lorenzoni è d’accordo: “Tra i vecchi e solidali contadini che ti portavano un sacco del loro grano se il tuo pagliaio andava a fuoco e quei bambini di oggi, preoccupati per i cambiamenti climatici e per il buco dell’ozono, di certo c’è un abisso. È difficile capire le preoccupazioni dei ragazzi di oggi anche per i loro genitori, che sono i nipoti di quei contadini. Ma c’è pure un filo rosso che unisce gli uni agli altri: è la terra e la sua storia. E la memoria, appunto, perché anche quei contadini sgrammaticati e un po’ rozzi sono stati bambini. E da bambini dovettero mettersi in marcia, dall’assolata Val d’Orcia fino a Montepulciano per scampare ai bombardamenti nell’estate del ’44. Sì, un’esperienza di “educazione permanente” che vale per tutti: ragazzi, giovani, adulti e anziani. Uomini e donne. Ma che più volte negli ultimi anni ha registrato un piccolo ‘decadimento’ della dimensione teatrale e recitativa del Teatro Povero, forse dovuto all’invecchiamento dei primi e principali protagonisti, e al ricambio generazionale. Dovuto anche al fatto che l’appuntamento con il Teatro povero, ogni estate, si è trasformato in un rito per chi ha una certa cultura e certi trascorsi, una messa laica, più che un evento culturale. Ma Monticchiello, con la sua luna, il cielo stellato, quella piazza che è ancora oggi un’agorà, coi suoi abitanti attori e attrici, val bene una messa. E parteciparvi continua a essere un’esperienza unica”.

 

Pubblicato il 26/9/19