Jimmy Katz © – 2018

 

(la Redazione). La Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia apre, da qualche anno,  i suoi spazi alla musica moderna. Lo fa nella stagione estiva in stretta relazione temporale con Umbria Jazz e con il Trasimeno Music Fest ideato e diretto da Angela Hewitt. Questa sezione temporanea, curata da Marco Pierini, direttore della Gnu, ha dedicato la sua edizione 2019 al fotografo Usa Jimmy Katz  presente in città all’incontro promosso dall’associazione “Istanti” il 28 giugno, nelle ore in cui la sua mostra  Closed Session veniva inaugurata ufficialmente. Il nostro Daniele Fattorini ha incontrato Luciano Rossetti, manager di Katz in Italia In occasione di un’altra delle iniziative collaterali alla mostra:  il Concerto meccanico illustrato degli Opez, (8 agosto – Palazzo de’ Priori) all’interno del programma “Isole, perimetri sonori del contemporaneo”. Dal colloquio, che riportiamo di seguito, emerge che Rossetti è stato presente durante la realizzazione di alcune riprese finalizzate alla mostra. Lo “scambio di idee” tra due fotografi professionisti ha significativi riferimenti tecnici, quelli che modellano parte del processo produttivo sfociato nella mostra di Jimmy Katz.

(Daniele Fattorini). Caos all’inizio e poi ricollocazione di ogni elemento entro un preciso ordine: una sorta di “estrusione” della poetica, un’ evocazione continua che lo spinge sempre più avanti fino ad “avvolgere”, ad avvicinarsi sempre di più ai suoi soggetti. Questa la matrice da cui è scaturita la mostra alla Galleria Nazionale dell’Umbria (giugno-settembre 2019). Si percepisce il desiderio di fermare il tempo agli anni Cinquanta e Sessanta del ‘900, il periodo di più intensa crescita dell’espressione jazzistica, ricreando quelle atmosfere. Questo dicono, per esempio, le foto delle scale di accesso al tetto degli edifici. Li salva quegli anni: obbliga le persone che si devono confrontare con queste cose (le scale), a riattarle, modificarle, demolirle, a scoprire che comunque c’è dietro un’iconologia forte e per cui “quella roba” non si può far scomparire. 

(DF): Come è nata l’idea di fare questa mostra?

Nella foto accanto, Luciano Rossetti (LR) – Il progetto è partito come idea due anni fa (2017), quando curai, insieme a Luca d’Agostino – collega dell’agenzia Phocus – la mostra “Immaginare la musica” qui alla Galleria Nazionale dell’Umbria. In quell’occasione mostrai al Direttore, Marco Pierini, il catalogo di Jimmy Katz in esposizione a Padova nel 2014. L’idea è rimasta in sospeso: per il 2018 era già programmato Guido Harari, ma se non cambiavano le condizioni, se… se… se…, con tanti se, se ne poteva parlare. 

DF: Questa del “se” è una costante di questa realtà territoriale…
LR: No, è normale. Tu parti con un’idea, poi succedono mille cose, quindi… può essere benissimo che cambino le condizioni. Infatti proprio all’inaugurazione della mostra su Harari mi sentii dire da Pierini: “Sì, proviamoci, mandami un po’ di foto, fammi vedere un po’ del suo lavoro”. Così la proposta ha trovato il suo spazio, non solo replicando Padova. Feci presente che Jimmy Katz non è solamente il classico fotografo di jazz in bianco e nero, ma realizza immagini che stanno bene in piedi anche a colori: da lì è scattato il “disco verde” e dal giugno 2018 è iniziata l’elaborazione del progetto. A fine anno è entrata in azione anche Marina Bon Valsassina, che è stata l’interfaccia tra Jimmy e la Galleria.

DF: Chi ha esercitato la direzione artistica?
LR: Marco Pierini, che ha scelto le 93 foto in mostra. Eravamo partiti da 150.

DF: E la disposizione?
LR: Sulla collocazione, Jimmy ha dato inizialmente una sola indicazione: “random!”, tanto che, in corso di allestimento, è arrivato in Galleria e ha riposizionato foto per foto, dicendo: “Questa la metti qua, questa la metti sotto, questi musicisti li devi mettere lontani perché non hanno niente a che fare l’uno con l’altro e non voglio assolutamente che stiano vicini”. All’inizio sembrava che la disposizione dovesse essere semplicemente casuale. Eppure ci siamo sentiti dire: “Non mettere mai due immagini sequenziali una dietro l’altra, o due batteristi, due sassofonisti insieme: la disposizione delle foto deve sembrare a caso”. E ancora: “No, questa in questo posto non sta bene… questa qua è meglio metterla sotto anziché sopra… questo allontaniamolo da quest’altro perché non vanno bene assieme, sono due incompatibili già fra di loro, figuriamoci se metto due foto…”. Si è preoccupato anche di chi conosce il retroscena del jazz evitando di accostare figure troppo diverse: “No, questo musicista vicino a quest’altro non ci sta bene… per le idee musicali… per tutto”. Quindi Jimmy ha praticamente realizzato lui la disposizione delle immagini. 

DF: Sembra che si sviluppi in Jimmy Katz una dialettica: libero di osare, prima, nella disposizione preliminare, salvo poi rimettere tutto a posto, perché vuole il “nitido”. Una dialettica già presente fin dalla costruzione delle prime immagini. Sembra essere un atteggiamento legato alla “vecchia” professione – scalatore e fotografo di paesaggio.
LR: È stata un po’ anche la costruzione del catalogo, che abbiamo fatto con Silvana Editoriale. Anche lì, la prima indicazione è stata: “Mi raccomando, assolutamente random!”. Così, trovandomi a New York da Jimmy, mentre si impaginava il catalogo mi son ritrovato a far da ‘ponte’ tra lui e l’editore in uno sforzo costante di mediazione che, comunque, si è risolto con la completa adesione alle indicazioni di Jimmy quanto a disposizione e sequenza. “Allora, digli di spostare questa e quest’altra… mettila qua… ah no, questa non va bene… questa non la voglio su doppia pagina…”

DF: Spostiamoci sul “personal-professionale”: come ti sei avvicinato al mondo del jazz? come sei diventato segretario dell’agenzia Phocus?
LR:
Noi siamo un’agenzia di fotografi dello spettacolo, io sono uno dei soci fondatori. È nata dall’epilogo di una collaborazione finita non troppo bene con un editore. Eravamo tutti fotografi che collaboravamo con questo editore. Da lì ci siamo raggruppati e ci siamo detti “Ma perché non andiamo avanti da soli e cerchiamo di sopravvivere, di fare qualcosa?”. Così abbiamo costituito Phocus per avere più forza contrattuale in quanto gruppo.  

DF: Una specie di Magnum declinata allo spettacolo…
LR:
Sì, ma molto, molto in piccolo [ride], nessuna velleità di… 

DF: …ma anche la Magnum era piccola quando ha cominciato.
LR:
Noi ci siamo costituiti, ognuno fa le sue cose, organizziamo mostre collettive, ci troviamo; l’agenzia serve anche per trarre vantaggio dal confronto. Nel nostro sito carichiamo i nostri lavori. È un periodo drammatico per l’editoria, per vendere le foto, però si cerca comunque di stare assieme e di proseguire lungo questo itinerario. 

DF: Il mercato poi effettivamente si concretizza nelle mostre… Hai detto che poi l’effettiva vendita delle singole foto…
LR:
….è diventata ormai una chimera. Anche le riviste, e pure quelle specializzate, non pagano e quindi è sempre una grande fatica: sul farsi pagare, sul farsi riconoscere i diritti, tutti chiedono le foto gratis: “Ma sì, è solo una foto, è digitale… sì, sì, poi ti metto il credito non ti preoccupare”, tutte queste cose qua. Un quadro che ha del tragico che, però, è diventato la normalità. 

DF: La costituzione della Phocus indica l’unica strada praticabile, quella dell’azione collettiva, magari solo per la reciproca conoscenza.
LR:
È la stessa intuizione che ci ha spinto a promuovere l’A.F.I.J., l’Associazione dei fotografi italiani che si dedicano al jazz. In questo modo siamo entrati nella Federazione del Jazz, presieduta da Paolo Fresu, che ha al suo interno associazioni di ogni genere che interagiscono con jazz a qualsiasi titolo: musicisti, jazz club, festival, manager, piccole etichette indipendenti. C’è anche “Il Jazz va a Scuola”, quindi jazz alla portata di ogni persona, istituzioni, scuole, educazione permanente. 

DF: Avverto una forte risonanza con quello che si diceva prima a proposito di Jimmy Katz che cerca di ricostituire e difendere un certo mondo in pericolo, mettendo le mani in tutte gli aspetti della musica jazz. Anche voi fate così, vi date una nervatura necessaria alle attività scelte.
LR: Pur se in fase iniziale, tra i nostri primi interventi ce n’è uno a l’Aquila dove, negli ultimi tre anni, hanno operato una cinquantina di fotografi. Cinque di loro, associati Afij, presenteranno altrettanti progetti sul futuro della città e di quei territori: “il Jazz italiano per le terre del sisma”. Abbiamo anche una piccola mostra, 24 foto, che tratteggiano una parte degli accadimenti negli ultimi anni. Si cerca di fare corpo, di trovare degli stimoli comuni, di avere una voce unica e quindi di presentarsi anche di fronte alle istituzioni come un gruppo coeso, in modo che si possa avere un pochino più di voce, che come singoli oramai non si riesce più ad avere. 

DF: Una delle caratteristiche della vicenda artistica di Katz è la scarsità di iniziative editoriali che lo riguardano: la mostra di Perugia potrebbe sopperire a questa carenza?
LR: Ho appena saputo da Marina Bon Valsassina, responsabile delle collezioni museali e della didattica, che hanno già venduto quasi tutti i cataloghi: andati letteralmente a ruba! Jimmy non ha fatto molte pubblicazioni. Ha fatto “Jazz Katz” con un editore tedesco, dodici, tredici anni fa, volume ormai introvabile. Non lo trovi più neanche su Amazon, salvo reperirlo da qualche collezionista che te lo vende a duecento euro o cose del genere. Katz ne ha fatto poi un altro, ormai raro anche quello, per i settant’anni della casa discografica Blue Note, con foto sue e di Francis Wolff, il primo fotografo e anche fondatore della Blue Note. Pochi altri titoli: tra questi il piccolo catalogo che abbiamo fatto per la mostra del 2014 a Padova. Diciamo che sui libri il lavoro di Jimmy Katz non è molto presente…

 DF: Per quanto riguarda la realizzazione materiale e il trasporto delle fotografie fino alla sala espositiva, avete fatto tutto qui?
LR:
No. Un po’ di foto le ho fatte stampare io dal mio stampatore a Bergamo, ma solo le grandi. Tutte le altre le ha stampate direttamente Jimmy e le ha spedite da New York. Lui vuole stampare il più possibile di persona le proprie foto. Non si fida… da adesso si fida però anche del mio stampatore, dopo che ha visto come gliele ha stampate per questa mostra.

DF: Chi è lo stampatore di Bergamo?
LR:
La Foto Quaranta di Nembro, che è citata anche nei crediti del catalogo. Marco Quaranta è uno che ci tiene molto, segue la stampa lui direttamente, stampa nel suo laboratorio, non manda via le foto.

DF: Per quanto riguarda i file relativi alla realizzazione delle stampe sul catalogo, quelli per le stampe grandi realizzate a Bergamo e quelli delle stampe originali di Jimmy per la mostra, sono gli stessi o sono stati modificati per le esigenze dei diversi formati di uscita?
LR:
Sono gli stessi file. Il mio stampatore non ha corretto nulla perché c’era una prescrizione assoluta di Jimmy, per cui se un’immagine era ‘morbida’ andava stampata morbida, se era più contrastata andava stampata contrastata. E anche il museo ha fatto dei leggeri ingrandimenti di alcune foto, e basta. 

DF: Per quanto riguarda invece l’editing delle foto per la mostra?
LR:
Le foto le ha scelte Marco Pierini, fatte salve pochissime aggiunte alla fine, dopo una prima selezione: siamo partiti da circa centocinquanta per arrivare a novantatre.

DF: Qualcuno potrebbe storcere il naso per un allestimento come quello per Katz in un edificio risalente al Quattordicesimo secolo che raccoglie tante opere così significative di quell’epoca…
LR:
Da “esterno” credo che la finalità sia quella di portare sempre più gente al museo, perché questo è un museo molto importante, ma di un tipo di arte molto, molto particolare, che è l’arte sacra del Trecento e del Quattrocento. Portando dentro l’arte contemporanea, a tutti i livelli – ho visto i manifesti della Buitoni, del Campari –, porti dentro cose. Credo che la finalità di Marco Pierini sia quella di fare in modo che la gente venga al museo. Poi quando è qua a vedere la mostra di Jimmy Katz, andrà anche a vedere il Leonardo [la “Madonna Benois”, in esposizione nello stesso periodo di quella di Katz], o il Pinturicchio da domani… andrà insomma anche a vedere le altre cose. E viceversa, chi viene per vedere l’Arte Sacra, si trova la mostra di Jimmy Katz sullo stesso piano e anche solo per curiosità, senza maggiorazione di prezzo, se la va a vedere. È un binario a doppia via: chi viene per vedere una delle due cose, va poi a vedere l’altra.

DF: Per quanto riguarda l’attenzione da parte dei media?
LR: Io ho visto già una bella rassegna stampa a livello nazionale. Ho visto l’inserto del “Corriere”, ho visto l’inserto di “Repubblica”. Dovrebbe uscire un articolo-intervista sul “Manifesto” e su “Rockstar”, mi sembra. Sull’inserto “D” di” Repubblica” ho visto la presentazione della mostra. “Clp-Relazioni Pubbliche” di Milano, l’ufficio stampa che segue la Galleria nazionale dell’Umbria, lavora molto bene.

Jimmy Katz usa tecniche riprese dalle foto di William Claxton e Hermann Leonard, due delle sue maggiori fonti di ispirazione. Tecniche un po’ meno estreme di quelle impiegate da Claxton, dove “si muovono le cose”, si deformano tutte per i tempi lunghi. Katz è più ‘nitido’ e si mette in sicurezza aumentando l’intensità della luce artificiale. La sua è una formazione da fotografo paesaggista, dove la nitidezza è la prima cosa. Nel risultato del suo lavoro è determinante la post- produzione digitale.

 Jimmy Katz ©Sonny Rollins – Williamsburg Bridge – New York, 2005”

Il ponte di Williamsburg è centrale nella biografia di Sonny Rollins: in un periodo particolarmente difficile della sua vita era il “palco” delle sue esibizioni notturne, dove ritrovava la concentrazione e recuperava il suono. La ripresa è stata concordata con quindici giorni di anticipo sulla sua effettuazione. Sonny Rollins ha voluto rispettare quella scadenza nonostante le previsioni meteo non favorevoli. La pioggia, arrivata puntualmente, è cessata esattamente un’ora prima dell’inizio. Rollins è arrivato sulla sua “limousine”, si è preparato e, appena terminata la sessione, la pioggia ha ripreso a cadere.

 

Jimmy Katz © – Matt Wilson, Jeff ‘Tain’  Watts, Louis Nash nello Steve Maxwell Drum Shop – New York, 2009

Primo a sinistra è Matt Wilson, un batterista che stava suonando ad Ancona ed è venuto appositamente a Perugia per la mostra di Jimmy. Ha voluto anche una foto davanti alla sua immagine esposta.

 

Jimmy Katz © – Angela Hewitt – New York, 2019

Dietro a questa foto c’è un lungo lavoro di preparazione, e un viaggio di Jimmy Katz in Umbria programmato nel 2018 ma non effettuato: avrebbe dovuto fotografare alcuni protagonisti di Trasimeno Music Festival. Così la pianista, direttrice artistica e ideatrice del festival, è stata fotografata a New York. La foto fa parte di una serie dedicata a musicisti e interpreti di musica classica.

 

Jimmy Katz© – Wadada Leo Smith with Jaya Smith – The Louis Armstrong House a New York, 2016

Rossetti ha partecipato al sopralluogo nella casa museo di Louis Armstrong

 

Jimmy Katz© – Esperanza Spalding – New York, 2010

Al bordo della vasca della Fontana di Bethesda in Central Park, nello scenario immortalato in quasi tutti i film ambientati a New York. Scattata con soft box giganti.

 

Jimmy Katz© – Roy Haynes – Times Square a New York, 2013

L’autore ha usato il flash perché, a Times Square, anche di notte è come essere di giorno. È necessario quindi superare tutta la luce ambiente che investe il soggetto utilizzando un’illuminazione potente.

 

Jimmy Katz© –  Freddie Hubbard – Iridium Jazz Club di New York, 2013

Questa è la foto di copertina del catalogo. È stato impiegato un mini spot, una luce molto concentrata sul viso.

 

Jimmy Katz© – Miguel Zenon – Spanish Harlem a New York, 2014

Da notare l’uso della luce ambiente “tirata dentro” dagli sfondi. La notevole intensità del flash, in abbinamento a un tempo di esposizione prolungato, rende minimale l’effetto mosso che, altrimenti, sarebbe stato ben visibile.

 

Jimmy Katz© – Joe Lovano – New York, 2018

Un occhio attento coglie l’effetto “seconda tendina” sulla sfocatura del viso, con il rinforzo di luce riflessa dalle facciate di vetrate e grattacieli di New York. Una forma di messa a fuoco particolare, molto selettiva, probabilmente scattata con un tempo lungo.

 

 

Pubblicato 11 settembre 2019