(Maurizio F. Giacobbe). Vive insieme alla moglie e alle due figlie nella sua casa laboratorio a Monteverde, sulle colline sopra Pianello, una frazione di Perugia. Si chiama Marco Lucci e fa il burattinaio. L’intero piano terra dell’abitazione è organizzato come officina, fucina delle sue creazioni, magazzino dei materiali di molti spettacoli. Da una scenografia in costruzione spuntano forme zoomorfe che ricordano da lontano una pecora e un lupo, mentre da una valigia aperta sembrano voler fuggire burattini in formato ridotto, i cui volti umani hanno tratti fortemente caricaturali (espressionisti).Il suo rapporto con il teatro di figura nasce ai tempi dell’università quando entra, quasi per caso, a far parte di un gruppo di ricerca teatrale informale; nel gruppo c’è una ragazza che fa spettacoli di burattini nelle scuole e ha bisogno di un narratore e musicista fuori campo. Marco, che vive di lavori saltuari, coglie subito la grande opportunità che gli si prospetta, avvertendone la contiguità con le sue aspirazioni: “Mi sembrava che il mestiere del burattinaio fosse quello di chi non è specializzato in niente ma sa fare tutto: scrivere, suonare, cucire, scolpire, tutta roba che mi interessava.”

Oggi, con quindici anni di esperienza alle spalle, può dirsi un burattinaio specializzato; quando fa la regia di un nuovo spettacolo, si occupa anche di scenografia, di scrittura, di costumi, della scelta delle musiche. Il lavoro che ne esce ha così una matrice unica: “La cosa bella del burattinaio è quella di avere delle visioni di storie che poi produci concretamente, a partire dai personaggi, dalla scena, dall’A alla Z.

Puoi pensare a un personaggio con tre mani e due code, lo fai e lo fai muovere.” Se la regia è per conto di un’altra compagnia, questa estrema libertà ne incrocia altre: “Sto curando la regia per un gruppo grande e ho avuto il lusso di poter scegliere gli attori; a loro consegno queste creature e loro vi aggiungono sfaccettature. Io me le immagino con delle voci, e loro escono con altre voci perché la mia storia incontra la loro storia e le storie si fondono dentro questo pezzo di gommapiuma”.
Per Marco la costruzione dei personaggi è importante almeno quanto la costruzione della storia e la contaminazione tra la materia e la scrittura è un aspetto inscindibile del suo lavoro. La materia va sempre rispettata per quello che è; un burattino non è la copia, l’alter ego di un umano, è un pezzo di legno che parla: è questa la poesia, è questo il bello del teatro degli oggetti, del teatro di figura.
“Un burattino lo pensi, lo scrivi, lo fai muovere sulla pagina, scopri che ha dei punti forti, dei punti deboli, poi prendi il coltello, inizi a tagliarlo, lo guardi, lui ti guarda… e inizia a mettere anche lui la sua parte. Poi l’attore che ne mette ancora un’altra, e questa è una dinamica di creatività davvero interessante.”

Molti dei suoi personaggi sono animali, talvolta immaginari, altre volte quelli tradizionalmente riconosciuti come simboli di qualità umane.

“Un pezzo di gommapiuma a forma di coniglio che ha paura racconta la paura meglio di un attore. Se l’attore è mediocre casca spesso nella retorica; lui no, non può fare altro da sé, è questo che lo tiene vivo. Non è più un coniglio: ciò che si muove sulla scena è quel lato del nostro sentire che riconosciamo come la paura”.

C’è, nel mondo di Marco e nel modo con cui si relaziona ai suoi personaggi, alle sue ‘creature’, una sorta di approccio magico, che già si disvela nel momento in cui la materia, che sta diventando figura, invece di essere solo guardata dall’occhio dell’artigiano che la costruisce, diventa capace di guardare a sua volta, e impone la sua ‘personalità’, la sua capacità di determinarsi – Marco però ci tiene a precisare che “non tutte le forme ti guardano; quando succede, c’è una sintesi tra la tua intenzione e quello che sta saltando fuori”. Una magia che trova il suo apice in quella specie di transfert per cui “quando lo spettacolo è tirato a puntino, ti accorgi che tu non stai facendo: tu stai guardando loro, i burattini, i personaggi, che fanno. Casca la fatica, casca la tecnica, salta fuori tutto il resto: tu diventi quasi un loro strumento. Per me è uno scarto squisitamente teatrale”.

Questo non vuol dire che manchi una scrittura precisa. L’autonomia del personaggio non è una cosa che si realizza solo nello spettacolo ma compare già nella scrittura. Non si tratta infatti di improvvisazione, si tratta di stringere il personaggio sempre di più intorno a una coerenza ben precisa e prima di tutto attraverso la scrittura, affinché le parole siano riconosciute come sue, non come parole dell’autore.

Lavorare sulla coerenza non è seguire un processo razionale, ma provare empatia con l’oggetto-personaggio e lavorare contro la retorica, per una spontaneità minimale, che rende il personaggio comprensibile a tutti, sul piano del linguaggio e su quello del gesto. “A parte la forza narrativa del raccontare storie a qualcuno, che è sempre affascinante, nel mestiere del burattinaio c’è la soddisfazione di partire dalla materia grezza, dall’idea, lavorarla fino a compimento, mettere tutto in una valigia, mettersi in furgone e arrivare nel posto dove ci sono cento orecchie che ti ascoltano”.

Quello di Marco è stato un percorso laborioso, che ha incontrato difficoltà ma ha goduto di combinazioni fortunate. La prima è stata l’incontro con Matthias Träger, burattinaio solista tedesco di Brema. Da lui Marco impara la ‘grammatica’. “Con una formazione molto più strutturata rispetto a quella di molti burattinai italiani, mi ha insegnato come funziona la figura, come la si costruisce, come funziona la drammaturgia per ragazzi,  come si mette in scena uno spettacolo. Con lui ho fatto quattro produzioni, che hanno consolidato il mio modo di fare teatro. Il primo spettacolo ha vinto nel 2006 un premio al festival “I teatri del mondo”, il secondo mi ha permesso di vincere l’anno dopo il premio Benedetto Ravasio come migliore compagnia emergente italiana, il terzo, Torsolo, ha avuto ottime recensioni e sono riuscito a rappresentarlo in Ecuador, in Svizzera, in Austria, in Germania. Anche Sette in un colpo, il quarto spettacolo, ha avuto ottime recensioni; sono riuscito a portarlo al Ponchielli di Cremona, un teatro enorme e lo spettacolo è stato molto apprezzato. Dopodiché avevo bisogno di contaminarmi con del nuovo e ho lavorato con Gigio Brunello, che è un autore eccezionale, soprattutto dal punto di vista della scrittura, della reinterpretazione del mondo del teatro di figura. Gigio mi ha insegnato la poesia. Nel senso che, forte della grammatica che avevo appreso da Matthias, abbiamo messo in piedi Il miracolo della Mula, scrittura originale di Gigio e ideazione di tutti e due. È stato un lavoro molto felice e ha funzionato come volano. Con quello spettacolo ho ottenuto nel 2013 la menzione speciale per il teatro di figura all’Eolo Award, a Milano, per cui sono venute giù una fila di date su circuiti grandi. Lì ho avuto la possibilità di proporre uno spettacolo piccolo, da burattinaio solista in baracca, come spettacolo di qualità per un piccolo pubblico per il circuito di teatro ragazzi”.

Nel 2016 è Zac. Colpito al cuore! (in coproduzione con ATGTP e PaneDentiTeatro) a fruttargli un premio all’Eolo Award come migliore novità nel teatro di figura. Questo felice momento pare aprire una prospettiva di sicurezza economica, e in effetti Marco si mantiene principalmente con il mestiere del burattinaio, cosa che non succede a tutti coloro che si dedicano a questa attività. Nel tempo però le cose non migliorano: i cachet sono quelli che sono, le spese sono molte, le normative diventano sempre più complicate ed è sempre più costoso adeguarsi alle richieste di conformità degli impianti, agli standard degli strumenti di lavoro, alle normative fiscali. E poi ci sono gli imprevisti, come il fallimento di una compagnia per la quale si sono realizzati molti spettacoli anticipandone le spese, ora divenute irrecuperabili.

Nasce così, per Marco, la necessità di lavorare part-time nella scuola come insegnante di lettere, mentre per scelta e non per necessità realizza progetti di teatro nelle scuole dell’infanzia e primarie. “Le mie figlie sono cresciute e la scuola mi permette di avere ancora un gancio con l’infanzia, cui principalmente io mi rivolgo; mi permette di spogliarmi di tutte le sovrastrutture che ci costruiamo e andare a raccontare una storia ai bambini sapendo che, per arrivare, la storia deve adottare il loro punto di vista, altrimenti il rischio è quello di fare uno spettacolo magari bellissimo, ma che non è in grado di comunicare nulla”.

Con l’insegnamento disciplinare “le cose vanno diversamente perché le due attività sono profondamente differenti. Ovviamente ci sono dei rimandi, perché ci sono abilità teatrali su cui si può fare leva in classe, però restano scollegate. C’è una rigidità della scuola che mi impedisce di presentarmi come attore-professore. Mi piacerebbe che le due cose fossero anche virtuosamente interdipendenti, però faccio fatica a pensare una cosa del genere”.

Ho condiviso con lui un anno di lavoro e mi è capitato di vederlo salire, al termine delle lezioni settimanali, sul furgone carico di scenografie, luci, personaggi fantastici e partire per destinazioni anche lontane, dove la sua compagnia, Il Laborincolo era attesa per uno spettacolo. Incurante della fatica di una mattinata di lezione, portava con sé la gioia di indossare, finalmente, il suo abito migliore: quello dell’ideatore e narratore di storie.

Un giorno gli ho chiesto ragione del nome un po’ buffo, Laborincolo, che aveva dato alla sua compagnia. Ecco la sua risposta: “Mi piaceva il suono, il fatto che richiamasse una cosa piccola e giocosa ma che al tempo stesso avesse a che fare con il lavoro, con la sperimentazione del laboratorio. Nelle intenzioni è la sintesi di “laborem incolo”, abito il lavoro, mi prendo cura del lavoro, trascurando volutamente che “labor” ha come primo significato fatica – accorgendomene però poi quotidianamente. Ciò nonostante continuo a pensare che la quotidianità nel lavoro, quello artigianale, sia un elemento fondamentale, soprattutto per chi come me è cresciuto alla scuola degli errori”.

 

Pubblicato il 5/8/2019