“The New York Times Book Review”, rivista nata nel 1896; copertina del numero dell’8 febbraio 2009

(la Redazione). Di tanto in tanto, qualche nostro lettore ci scrive chiedendoci la ragione di una mancanza che evidentemente avverte in magazzinocultura. Riassumendo i toni e i contenuti di questo genere di messaggi, ci viene detto: “Vi siete presentati come una rivista di informazione culturale ma non postate mai delle recensioni, delle proposte, delle valutazioni su libri, film, eventi, ecc. Eppure uno dei ruoli del giornalismo culturale è quello di introdurre i suoi destinatari a esperienze estetico-culturali di valore, ovvero di educare il lettore, il pubblico dei cinema, chi va a teatro, chi si reca alle mostre… Voi invece questo non lo fate. Ma che scelta sarebbe, la vostra?”

Molto complicato rispondere a sollecitazioni e rilievi simili, e infatti finora abbiamo desistito. Ma è successo che in queste settimane, per uno di quei fenomeni che accadono spesso nel web, è rimbalzato più volte qui e lì un articolo di qualche tempo fa che discuteva proprio di recensioni, e dei nostri tempi sempre più asserviti alle logiche del commercio. Scritto da Antonino Pintacuda, l’intervento è apparso originariamente nel 2015 sulla rivista online “Cultora”, per essere poco dopo rilanciato dall’autorevole “gliSTATIGENERALI” e via via, nel tempo, in altri siti e testate. Pintacuda vi spiega come l’intreccio tra il mercato librario e le recensioni che leggiamo sui giornali (anche quelli “culturali”, e persino quelli più autorevoli, quelli di cui tendiamo a fidarci di più) si sia fatto sempre più stringente e perverso.

La lunga tradizione delle recensioni librarie, pur avviata qualche decennio prima, conquista la sua autorevolezza con questo giornale inglese, fondato e curato da Joseph Addison

In quell’articolo segnalava inoltre, come preoccupante punto di svolta, un evento di quei mesi: la storica, prestigiosa testata “Tuttolibri” (il supplemento del sabato de “La Stampa”) si apprestava a consegnare (forse a vendere) molte centinaia delle proprie recensioni ad Amazon. Il fine di questo travaso lo chiariva lo stesso Mario Calabresi, allora direttore (ma ancora per poco) del quotidiano torinese: “Abbiamo preso 1200 recensioni del nostro archivio, le abbiamo date ad Amazon e saranno le schede-prodotto che andranno ad affiancarsi alle recensioni dei lettori”. Niente di male, si dirà, visto che nei quarti di copertina di tanti libri compaiono estratti di recensioni, che l’editore sceglie (presumibilmente) a posteriori per farsi un po’ di réclame. Calabrese aggiungeva però che, a quelle 1200, “si aggiungeranno altre 800 recensioni nuove ogni anno”, e qui allora cresce il sospetto che la recensione stia cambiando natura, statuto: il giudizio dell’esperto, che dovrebbe introdurci a un libro e guidarci nella sua lettura, finisce per trasformarsi in una scheda-prodotto, con un corto circuito per il quale la funzione peritale che noi attribuiamo al recensore va a confondersi inevitabilmente con quella della promozione e della pubblicità.

Niente di nuovo sotto il sole, d’altro canto. Da tempo conosciamo il grande potere che esercitano sulle redazioni dei giornali gli uffici-stampa di certe case editrici, o come il criterio delle conoscenze e dei favori incrociati – per non parlare di altri “conflitti di interesse” – regolino la presenza o la semplice citazione di un libro nelle colonne di un giornale, di una rivista, o quella del suo autore in qualche programma radiofonico o televisivo. Lo stesso Pintacuda ricordava in tal senso il neologismo “ufficiostampizzazione” con cui  Christian Raimo – egli stesso scrittore, collaboratore di varie riviste culturali e di case editrici, oltre che coordinatore del blog letterario “minima&moralia”  – definiva la “riduzione della critica culturale a prodotto da promuovere, la sudditanza anche solo psicologica nei confronti del marketing aziendale”. La scelta che “Tuttolibri” faceva nel 2015 sembra però andare oltre la sudditanza psicologica: una rivista culturale di tutto prestigio accetta di rinunciare a parte del credito conquistato nei suoi quarant’anni di onorata attività per riversare una quota della sua memoria critica nel mercato globale mettendola a disposizione dell’azienda, sì, proprio di quell’azienda che in Italia ha costretto moltissime piccole e medie librerie a chiudere – Amazon, appunto.

Il primo numero di “Tuttolibri”, apparso nel novembre del 1975

Ma cosa c’entra tutto questo con la nostra rinuncia a pubblicare recensioni di prodotti culturali? Potremmo – qualcuno dirà – scrivere di cose che ci sono piaciute rifiutando ogni ricatto, ogni inciucio con case editrici, uffici-stampa, esercenti di sale cinematografiche, teatri, ecc. Certo, potremmo, ma basterebbe? Basterebbe cioè muoversi cautamente in quello spazio culturale dove giornalismo e promozione commerciale tendono sempre più a ibridarsi, sapendo comunque del discredito in cui è caduto molto del giornalismo culturale e della sua pretesa onestà intellettuale? Consapevoli di quanto poco possa fare un blog come il nostro per arginare il fenomeno che abbiamo detto e per contrastare la potenza con cui opera il mercato sulla produzione e diffusione della cultura, crediamo che possa essere più opportuno, più utile, forse anche più efficace chiedersi se quel fenomeno dipende anche dalla rinuncia di quanti un tempo avevano, o si erano assunti, il compito di “educare i lettori” – magari per paura di sentirsi addosso la responsabilità o la colpa dell’ “educare le masse”. Chi può educare chi, oggi? E chi ne ha il diritto, e soprattutto il dovere? E come farlo in un periodo in cui – tanto per citare dibattiti di queste settimane – un (ex) viceministro della Repubblica vorrebbe schedare, per poi cacciare via, tutti quei docenti che, secondo lui, “fanno politica” nella scuola per il semplice fatto che invitano i propri studenti a discutere in classe di razzismo, integrazione, o violenza di genere?

Più che proporre questo o quel libro, o quel film, rischiando di essere considerati anche noi (piccoli) attori di quel mercato delle recensioni di cui si è detto, a noi sembra che una rivista culturale debba oggi promuovere una discussione, un confronto – anzi più discussioni, più confronti – su tutti questi temi.  Ci piacerebbe molto ascoltare il parere di giornalisti e insegnanti, librai ed editori, ma in fondo anche di tutti quelli che hanno qualche dimestichezza con le pagine culturali di stampa e media. Ci piacerebbe sapere se ancora hanno fiducia, e quanta eventualmente, in quelle benedette recensioni; e se poi quelle valutazioni li spingono ad andare al cinema o a teatro, o a comprare un libro – o a collegarsi ad Amazon e ad altre librerie online. O perché le scrivono, quelle recensioni, o magari pagano qualcuno per farle sapendo che oggi, dicono gli esperti, spostano quasi o nulla nelle vendite o nella bigliettazione – a meno che non ci si garantisca un passaggio in TV da Fazio, o in radio a “Fahrenheit”. Per questo, molti operatori del settore oggi si divertono a scrivere su come evitare di fare recensioni – Giulio Mozzi, tra gli altri, in “Dieci sistemi infallibili per non recensire un libro”, nel suo blog vibrisse.

magazzinocultura, come ha dichiarato fin dall’inizio – basta rileggere la sezione “Chi siamo”, dove ci siamo presentati – ha scelto un’altra strada: presentare non dei prodotti, o semplicemente degli eventi, ma dei progetti di produzione culturale. Per le cose dette fin qui, ci sembra infatti più importante raccontare i processi che generano cultura e i modi attraverso i quali viene divulgata l’informazione, per capire meglio i meccanismi che oggi regolano il “fare cultura” e per svelare – laddove ci riusciamo – chi c’è dietro quei progetti, chi li ha inventati, e poi finanziati, e infine resi possibili. E quelli che ci sembrano i migliori, quelli che aprono delle strade e si offrono come percorsi esemplari, ci piace commentarli e promuoverli – sì, anche noi inevitabilmente ci facciamo promoter: da questo non si scappa, nel momento in cui se ne scrive.

In un’epoca così tirchia di sostegno alla cultura, così attratta dal consumismo bulimico e frettoloso degli eventi, così scarsa di memoria verso quei progetti che tentano invece di gettare semi con la speranza di vederli fiorire nel tempo, in un momento dove tutto, cultura compresa, sembra destinato a dissiparsi ed esaurirsi con furia e impazienza, mostrare tutto il buono che pur si riesce a fare, e tutto il lavoro e l’impegno che le buone pratiche comportano e pretendono, ci appare in effetti il modo migliore di fare oggi una “rivista culturale”.

Il secondo numero di “Tuttolibri”, dell’8 novembre, 1975, contenente la famosa intervista a Pier Paolo Pasolini; lo scrittore l’aveva concessa perché entusiasta della nuova iniziativa editoriale, ma doveva morire appena il giorno dopo; l’intervista, assai provocatoria, uscì quindi postuma e funzionò da volano per il decollo di “Tuttolibri”

 

(Pubblicato il 28/8/2019)