(la Redazione) Qualche giorno fa, il Ministero che dovrebbe provvedere all’istruzione e alla formazione (nonché all’educazione) dei nostri figli, ha comunicato un dato sconcertante proveniente dalla prova Invalsi svolta dagli studenti che hanno appena completato il percorso di studio obbligatorio. Emerge che il 35 per cento degli adolescenti usciti dalle medie inferiori, ovvero dopo otto anni di studio, non riesce a comprendere un testo di media complessità. Che vuol dire? Che sanno leggere, sì, ma non capiscono ciò che leggono. Da qui una serie di interventi di specialisti del settore, e non solo, su vari giornali e media, alla ricerca delle cause di tale fallimento. L’analfabetismo funzionale di un terzo della nostra popolazione scolastica delle scuole medie – ma per le superiori altre indagini mostrano esiti niente affatto incoraggianti – ha ovviamente molte cause, ma il maggior imputato rimane per tutti il nostro sistema scolastico. Chi ha figli che frequentano le nostre scuole sa bene di cosa parliamo. Sembra infatti che nessun punto della filiera, per così dire, possa rassicurarci: dall’edilizia scolastica non sempre conforme alle esigenze del servizio o persino pericolosa, alla carenza di supporti tecnologici in molti istituti; dalla preparazione troppo spesso inadeguata dei docenti e dei dirigenti scolastici, ai frequenti cambi degli insegnanti nel corso dell’anno scolastico sovente avviato da figure supplenti, al costo insostenibile dei libri di testo, e via di questo passo.
Eppure, se tutto questo è vero, come rimane vero che la politica (di ogni parte) continua a confermarsi incapace di adeguare il sistema scolastico italiano ai bisogni della realtà contemporanea, vi sono realtà dove la scuola riesce a rappresentare un luogo accogliente e formativo: dove non ci si limita a istruire ma si prova anche a educare, a costituirsi come una “comunità educativa” invece che come ente elargitore di “abilità e competenze”. Abbiamo quindi pensato che magazzinocultura dovesse rappresentare e raccontare alcune di queste esperienze educative per mostrare che un altro modo di fare scuola è possibile; che è possibile superare ostacoli burocratici, falle del sistema, incompetenze degli amministratori, tutte quelle cose che caratterizzano la nostra scuola e che costituiscono purtroppo anche gli alibi perfetti per chi ha poca voglia di fare e di operare al meglio. Partiamo da una primaria, la “San Filippo” a Città di Castello,

Spazi personali per lo studio (windows)

la cui organizzazione e la cui didattica si ispira a un’idea apparentemente strana: la continua ricerca del benessere di alunni e alunne, a cominciare dall’organizzazione degli spazi come si comprende guardando la foto del titolo ( area mentoring). Ce lo racconta qui di seguito Carlo Chianelli, componente del Comitato Tecnico Scientifico che gestisce la San Filippo.

(Carlo Chianelli) “Mamma che bello andare a scuola!” Quante mamme, quanti papà o, come diciamo da noi, quanti babbi vorrebbero sentire dai loro bambini, dai loro ragazzi questa espressione. La nostra scuola è riuscita a debellare l’analfabetismo, a farci parlare in un italiano comprensibile a tutti, a farci scoprire leggi fondamentali del pianeta, a farci conoscere il nostro passato, a farci scoprire Paesi e usanze lontane e potremmo continuare, ma, specie con i profondi cambiamenti della nostra società, con l’intervento potente di tecnologie sempre più sofisticate, non è riuscita a farci amare il luogo più importante per la nostra formazione (il suo originale greco significava ‘trasformazione’) e non è riuscita a far comprendere alla società il ruolo fondamentale che la scuola deve svolgere, pena un  futuro compromesso per le giovani generazioni. Non a caso la stessa legislazione parla di obbligo scolastico: una conquista storica della nostra società, ma obbligo significa che tu comunque quel percorso lo devi fare sia che ti piaccia, sia che non ti piaccia. Né mai nessuno chiederà il tuo parere, il tuo punto di vista, magari per migliorare un servizio fondamentale per te e per la società: l’istruzione e la formazione. Del resto, spesso si racconta che se un essere umano scomparso 150 anni fa tornasse sulla terra vedrebbe cose da lui mai viste: macchine, computer, cellulari, aerei, ospedali con tecnologie che ci permettono di raggiungere e superare i 100 anni di età…

La Direzione del Circolo Didattico “S.Filippo”, Città di Castello

Ma se lo stesso soggetto entrasse in una scuola, a parte qualche Lim (le lavagne elettroniche connesse al web), troverebbe le stesse lavagne, gli stessi corridoi, le stesse disposizioni dei banchi le stesse cattedre, le stesse metodologie di quando anche lui era studente. È dappertutto così? Certamente no, e basta andare non lontano da noi per scoprire la scuola primaria San Filippo a Città di Castello la cui filosofia che ispira la didattica e l’organizzazione delle numerose sedi di quella scuola è la continua ricerca del benessere dello studente. Qualcuno potrebbe dire, “ma la scuola non è un parco giochi!”, eppure le neuroscienze, la Montessori e tutti coloro che hanno studiato come rendere più efficaci i percorsi di formazione, dai 3 ai 18 anni, hanno concluso che fondamentale per l’apprendimento è il benessere dello studente: o meglio, che i livelli di apprendimento sono direttamente proporzionali al benessere in aula. E ciò vale anche per gli adulti: in quale ambiente di lavoro si dà il meglio di sé? La risposta sfiora la banalità.

Tavolo – serpente

Ma adesso entriamo un po’ nel merito del lavoro che il Dirigente, i docenti e tutto il personale di questa primaria di Città di Castello hanno organizzato per far sì che lo studente stia bene nel suo ambiente di studio, di lavoro, di scoperta – e perché no, anche di gioco. È chiaro che l’ideatore/ protagonista di questo approccio didattico è il Dirigente Scolastico, ma lui non vuole sentirselo dire, anzi si arrabbia pure, se insistete. Se lì le cose funzionano è perché non c’è l’uomo solo al comando ma è l’intero sistema che si muove in sinergia: quindi dirigente, certo, ma anche docenti, personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario), genitori e territorio. Ho il privilegio di far parte del Comitato Tecnico Scientifico di quella scuola e ho potuto toccare con mano quanto impegno, quanta dedizione, quanto amore, quanta professionalità occorra per far sì che la formazione e l’apprendimento che vengono portati avanti riescano a coniugarsi con il gusto della scoperta, con un senso profondo di cittadinanza attiva, con l’attenzione e la vicinanza reale per chi ha difficoltà a capire, a muoversi, a comprendere l’italiano. Va detto che tutto ciò che avviene alla San Filippo rispetta con intelligenza le leggi che regolano la legislazione scolastica, ma con altrettanta sincerità va detto che spesso la nostra burocrazia scolastica più che aiutarti ti ostacola. Bello, utile e interessantissimo è stato per me partecipare alla seduta del 18 luglio (sì, proprio luglio), attorno a un enorme tavolo a U assieme al Dirigente, Massimo Belardinelli e agli altri cinque componenti del Cts: Beate Weyland e Kuno Prey dell’Università di Bolzano, Floriana Falcinelli dell’Università di Perugia, Samuele Borri e Giuseppe Moscato dell’Indire. È stata un’occasione preziosa per ascoltare i tanti docenti di quella scuola che con convinzione, fermezza, umiltà ed entusiasmo illustravano i vari passaggi che hanno caratterizzato il percorso intrapreso in questo anno scolastico. Ulteriore sorpresa è stato il sondaggio anonimo condotto fra genitori e studenti di quella scuola sul piacere di apprendere: la stragrande maggioranza delle persone interpellate si è espressa nettamente in favore di quella proposta formativa ritenuta interessante, impegnativa ma anche bella e, appunto, condivisa. Non è questa la sede per illustrare le modalità adottate e gli spazi utilizzati – il Dirigente e i docenti lo farebbero molto meglio di me – ma da subito va detto che questo metodo, perché di metodo di lavoro si tratta, richiede grande impegno, approfondimento, confronto e disponibilità all’ascolto. La giornata che ho trascorso lì mi ha arricchito. Eppure la mia mente è volata alle grandi potenzialità che ha la scuola pubblica, che troppo di frequente, vorrei dire nella maggioranza dei casi, non vuole o non sa utilizzare. Perché, se le buone pratiche non si esauriscono certamente a Città di Castello, in molte altre realtà le risposte a un test sul gradimento del lavoro svolto a scuola sarebbero molto lontane da quelle emerse alla San Filippo.

L’orto verticale

(Pubblicato il 01/08/2019)