[Fonte: https://www.teatroeliseo.com/eventi/festival-del-teatro-patologico/ ]

(Redazione) – Qualche tempo fa, Domenico Iannacone ha dedicato una delle puntate del suo Che ci faccio qui (Rai3, 20.6.2019) al Teatro Patologico di Roma. Era il racconto della lunga e appassionante avventura che ha portato alla costituzione del Teatro, con le interviste al suo fondatore e direttore Dario D’Ambrosi e ad alcuni degli attori e collaboratori di questa particolare comunità teatrale. Il tutto intervallato da brevi stralci delle prove di uno spettacolo della compagnia, a costituire un esempio apprezzabile del lavoro attento, della sensibilità umana e dell’onestà intellettuale che il servizio pubblico dovrebbe sempre garantire per l’informazione che offre alla sua utenza. Ma se si va a vederlo, uno spettacolo del Teatro Patologico – che dal 2009 ha una sua sede stabile in Roma, via Cassia 472, e che però si è anche esibito a New York (Nazioni Unite), a Bruxelles (Parlamento Europeo), a Tokyo, Londra, Parigi, Barcellona, Amsterdam, Praga, Madrid, Monaco, conquistando riconoscimenti prestigiosi e tanti applausi – ci si rende conto che l’esperienza diretta di una sua messinscena è tutt’altra cosa rispetto a un pur pregevole e fedele racconto televisivo: perché è forte, pressante, coinvolgente, al punto di mettere in questione le poche o tante certezze che si possono avere circa il significato del fare o dell’andare a teatro. Ma è anche esperienza che spiazza rispetto all’idea o alla percezione della disabilità mentale, perché il Teatro Patologico è appunto una compagnia teatrale di una ventina di attori variamente affetti da disagio psichico, uomini e donne di diversa provenienza ed età che proprio con il teatro hanno trovato il modo di esprimere la propria emotività, di sciogliere grumi di sofferenza, di ricucire lacerazioni, di liberare ognuno a suo modo percettibilità, fantasia, creatività. Ovviamente, la novità del Teatro Patologico non sta nella proposta della relazione tra teatro e follia, che è praticamente originaria della rappresentazione drammatica, dell’esperienza di essere attore in scena e pubblico in sala: di quel recitare, di quel far finta di essere un altro per convincere lo spettatore e disporlo a credere quello che non è. E del resto è infinita la serie di opere che tra i loro protagonisti hanno dei folli – da Shakespeare a Pirandello, per citare i primi autori che vengono in mente –, come è ormai è molto lunga la tradizione di pratiche teatrali che hanno condotto sul palcoscenico attori con disabilità mentale per consentire loro l’esperienza di impersonare altro, di sentirsi in altri panni, di indossare per un po’ un’altra maschera. A un lettore più âgé può forse venire in mente l’invenzione del Marat/Sade di Peter Weiss, o qualche immagine della sua trasposizione cinematografica di Peter Brook, ma sono tanti i percorsi intrapresi, le sperimentazioni realmente realizzate nel nostro Paese fin dagli anni della “legge Basaglia”, quando all’idea di una nuova psichiatria si affiancò quella del “teatro totale”. Tra i primi ad aprire quella strada ci furono gli esperimenti triestini di Giuliano Scabia e dei due fratelli Basaglia, o quelli dell’Accademia della Follia di Claudio Misculin (tutte vicende straordinarie che Peppe Dell’Acqua, altro pioniere di quell’avventura, ha raccontato su “Doppiozero”. Tutto partì nello stesso momento in cui il teatro usciva dai suoi luoghi deputati per proporre “azioni teatrali” in spazi inediti e impensati, e in cui i matti uscivano dai manicomi incontrando i “sani” e obbligandoli a un inconsueto, non facile confronto. E chi in quegli anni Settanta cominciava a fare teatro non poteva non essere investito da questa energia in piena, da quell’onda d’urto che scuoteva i muri e abbatteva i limiti. Come è stato appunto per Dario D’Ambrosi, animato fin da giovanissimo da una grande passione per il teatro e, al tempo stesso, da un forte interesse verso le forme della malattia mentale: al punto di farsi internare per tre mesi dentro un manicomio di Milano per osservare da vicino gesti e moti degli psicopatici. E per Dario, diciannovenne, non poteva che essere un’esperienza destinata a segnare tutto il suo percorso professionale. Che è stato lungo, intenso e variegato, attraversando recitazione e regia sia a teatro, sia nel cinema. Dopo l’esperienza in manicomio, nel 1979 scrive, dirige e interpreta Tutti non ci sono e uno dei suoi recensori ne scriverà affermando che con questa pièce “nasce il teatro patologico”. D’Ambrosi raccoglie subito la premonizione e la trasforma in uno slogan e in un progetto di vita. Ma continua il suo percorso professionale a New York dove ha un altro incontro fondamentale: quello con Ellen Stewart, la fondatrice del teatro d’avanguardia La MaMa Theater, che nel suo teatro off ospita uno spettacolo di D’ambrosi dandogli occasione di mostrare il suo talento a gente come Andy Warhol, Spike Lee, Jim Jarmusch, Lou Reed, Pina Baush, e facendolo membro nel 1994 di questa esclusiva comunità assieme a mostri sacri del teatro e del cinema come Peter Brook, Al Pacino, Robert DeNiro…

Dario D’Ambrosi [Fonte: https://altermediascuola.wordpress.com/2018/05/14/teatro-tutti-non-ci-sono-di-e-con-dario-dambrosi/ ]

 

D’Ambrosi ottiene così ammirazione e riconoscimenti, entrando anche in produzioni cinematografiche importanti, da La passione di Cristo di Mel Gibson, al Titus di Julie Taymor dove recita con Anthony Hopkins e Jessica Lange; in Italia, tra le altre cose, nella serie Romanzo criminale di Sollima. Tutto questo, per dire della lunga esperienza professionale che D’Ambrosi portava con sé quando nel 1992 fonda l’Associazione del Teatro Patologico. È un progetto innovativo, incentrato sull’interazione non solo di operatori teatrali e di malati mentali, ma anche di assistenti e operatori sociali, con la partecipazione attiva dei familiari dei malati messi nella condizione di condividere disagi e sofferenze in un’attività gratificante e nel confronto con uno staff qualificato. Di modo che il rito del teatro perde come sua unica finalità quella dell’esibizione per trasformarsi in uno spazio laboratoriale, in un luogo di incontro, di confronto di esperienze, di scambio di emozioni e stati d’animo, e di progettazione di iniziative, di spettacoli, di serate da vivere tutti insieme, regalandosi e regalando energia e allegria. In questi ventisette anni di attività, attraverso tanti spettacoli rappresentati in tutto il mondo, attraverso la fatica condivisa nel costruirli e nel metterli in scena, si è prodotta un’esperienza che D’Ambrosi, i suoi attori e i suoi collaboratori vanno ora esportando in giro per mostrare come la pratica teatrale possa riscattare la dura esperienza della malattia mentale, come cioè la sperimentazione e l’espressione del corpo nello spazio scenico possa liberare fantasie e mettere in un diverso contatto l’attore con quei mondi interiori dove è ospitata la sua patologia. Ciò davanti a un pubblico che, più o meno coinvolto nella vicenda patologica di ciascun attore, non può vivere un simile travaglio come esperienza “gastronomica”, per dirla con Brecht, o come un intrattenimento che lascia gli astanti come semplici “spettatori”. Ogni rappresentazione, oltre tutto, si dà come evento unico e irripetibile, fatto di un coro di gesti imprevisti, di mosse e pose talvolta incontrollate da parte degli attori, a sovrapporre alla sintassi della recitazione – costruita nel corso delle prove sotto la direzione del regista – quella intermittente di chi sul palcoscenico sta mettendo in scena (finalmente) anche altro. E così che testo, musica, colori, materiali, corpi e tutte le espressioni visive che corredano la rappresentazione si fondono a produrre un’azione teatrale ogni volta nuova e pertanto singolare. Un teatro “faticoso e fuori dagli schemi, e fuori luogo”, come è scritto nel sito dell’associazione in quanto “i suoi spettacoli sono stati messi in scena spesso in luoghi non prettamente teatrali: macellerie, vetrine, strade), un teatro di avamposto più che di avanguardia, un teatro combattivo e arrembante che proprio nella faticosa ricerca di affermazione ha dato il meglio di sé”. E oggi questa pratica che concepisce il teatro come strumento sociale e la follia come strumento teatrale, che pone sul palcoscenico e all’attenzione di tutti una parte di società emarginata e colpevolmente dimenticata da persone e istituzioni, viene insegnata come metodo di lavoro sia a chi vuol fare teatro, sia a chi vuole curare la malattia mentale. Lo si fa nella “Prima Scuola Europea di Formazione Teatrale per ragazzi disabili psichici”, che ha aperto negli spazi attigui al Teatro Patologico a Roma; o nel progetto di ricerca e di formazione, “Teatro integrato dell’emozione”, che per la prima volta in Italia fonde appunto pratica teatrale e terapia, realizzato con il sostegno del Miur e la  promozione dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” nell’ambito dell’iniziativa di Ateneo “ZeroINdifferenza” – in collaborazione con l’Associazione Teatro Patologico. Ma la si insegna anche in autorevoli spazi accademici all’estero, come nei laboratori condotti dallo stesso D’Ambrosi presso la New York University, la Akron University di Cleveland, la Harward University di San Francisco, dove tuttora gli studenti di teatro studiano il Teatro Patologico.

D’Ambrosi e la sua Associazione non sono però paghi di quanto realizzato. Stanno mettendo in piedi un altro progetto: portare questa loro esperienza davanti alla macchina cinematografica. Vorrebbero cioè trasporre e sperimentare il lavoro fatto fin qui nel codice cinematografico. Dicono che se si riesce ad approfondire cinematograficamente la loro ricerca, come è stato nel campo teatrale, sarà un grosso successo per tutta la cultura italiana, visto i grandi riconoscimenti che ha avuto l’Associazione del Teatro Patologico all’estero. Perché, come D’Ambrosi ripete senza stancarsi a ogni evento, intervista e presentazione: ciò che tutti loro vorrebbero è che tanti teatri patologici proliferassero in Italia, che tante persone con disagio mentale potessero partecipare a questa avventura. Dice che, dopo il servizio di Iannaccone, i telefoni dell’associazione non smettono di squillare: sono i genitori dei malati che da tutta Italia chiedono a lui di portare nelle loro città questi laboratori. Lui lo vorrebbe, tutti loro lo vorrebbero, anche se molto del loro tempo non può non essere occupato dalla ricerca continua di sostegni, aiuti, sponsorizzazioni, finanziamenti – pena la chiusura del Teatro e della sua splendida, coraggiosa vicenda. Da parte nostra abbiamo provato a descrivere cosa sono, questi laboratori, e che lavoro emerito svolgono. Sarebbe bello che chi è nelle condizioni di farlo, o chi ne avrebbe il dovere istituzionale, raccogliesse la richiesta di aiuto e l’invocazione di tanti genitori spesso lasciati da soli a prendersi carico del disagio dei propri cari. Eppure, in certe realtà e in certi territori come i nostri, basterebbe riprendere la memoria di una fase straordinaria della vicenda che portò alla riforma della psichiatria e all’apertura dei manicomi. Perché fu proprio da queste parti, a Perugia in particolare, che quel movimento trovò uno dei suoi punti di maggior forza e ispirazione. E meriterebbe ricordarlo – con i fatti, e non solo nelle celebrazioni decennali.

[Foto di scena della Medea rappresentata dalla compagnia del Teatro Patologico al teatro Argentina di Roma, dopo il debutto a Londra e la conquista del Wilton’s Price come migliore spettacolo straniero della stagione teatrale 2013. Fonte: http://www.teatrodiroma.net/doc/3852/medea ]
 (Pubblicato il 10 Luglio 2019)