1
(Matteo Tassi, “il Monte Vettore veduto dal Castelluccio” (1889) / per gentile concessione di Luciano Giacchè)

(Redazione) – “Ripensare”, “sfidare”, “riabitare”: tre verbi che sono i perni di una riflessione sulle terre e i paesaggi colpiti dal terremoto del 2016 che merita di venir conosciuta. Autore: Luciano Giacchè, fondatore del Cedrav, (“valnerinologo” ama definirsi) ha concentrato la sua attenzione sull’esperienza di Campi, frazione di Norcia, dove un occhio esercitato come il suo e’ riuscito a percepire il forte potenziale trasformativo incarnato dalle persone che vi resistono, unica possibilità di una ricostruzione in grado di intrecciare l’energia insita nella popolazione, nelle matrici ambientali, nella cultura. I fondamenti della dimensione “antropologica”.
I titoli di questi testi, per ora allo stadio di “manoscritto”, sono:
Ripensare il terremoto.
Sfidare il terremoto. Riaccendere i fuochi.
Riabitare il paesaggio alimentare: un progetto per la Comunità di Campi.

A questi si aggiungono le Riflessioni sul terremoto dell’Appennino umbro-marchigiano 30 ottobre 2016 e seguenti.
Testi che hanno il merito di far emergere una visione intrigante su come nuovi criteri di utilizzazione delle risorse che per secoli hanno garantito la sopravvivenza di queste popolazioni potrebbero prefigurarne un futuro ispirato all’evoluzione sociale, ambientale ed economica della zona: allevamenti, bosco, turismo, agricoltura.
Un’idea tra tante: il foraging, ovvero l’antica pratica di raccolta delle erbe spontanee commestibili e curative trasformata in un richiamo per il turismo attento agli equilibri naturali e attratto dalla possibilità di vivere un’esperienza in cui sia possibile raccogliere con le proprie mani ciò che finirà nel piatto o nell’infuso.
Ora si tratterebbe di non attendere i prossimi 30 anni per trasformare in progetti operativi quelle che appaiono suggestioni affascinanti elaborate da Luciano Giacchè che costituiscono un ulteriore arricchimento per le riflessioni sull’area colpita dei terremoti del 2016 – 2017.
Giacchè ha il merito si sollecitare una visione “antropologica” sui motivi “immateriali” che possono indurre le circa 600mila persone residenti nei 140 comuni colpiti nelle quattro regioni (Abruzzo, Lazio, Marche, Umbria) a prefigurare il futuro della propria esistenza in quei luoghi.
Esiste un combinato disposto che ha reso fragilissime le zone “alte” del territorio nazionale ben prima degli ultimi eventi sismici: assenza di qualsiasi politica di sostegno alla permanenza, progressivo depauperamento di servizi pubblici (sanità, scuola, trasporti), decadimento della struttura produttiva industriale e artigianale, cancellazione delle consuetudini.
Una fragilità socio-economica che fa il paio con il degrado idro-geologico di aree sempre più vaste.
Un quadro politico e materiale di questo genere non può venire affrontato con la sola (pur indispensabile) ricostruzione dei centri distrutti, peraltro in gravissimo ritardo a 3 anni dal primo colpo, il 24 agosto 2016.
Con la totale distruzione dei luoghi di culto è stata messa a durissima prova la capacita’ di resilienza culturale e spirituale delle popolazioni caratterizzate da una diffusa sensibilità religiosa e dall’eta’ avanzata di una quota consistente di residenti.
La catastrofe abbattutasi sul patrimonio artistico e storico ha mobilitato fin dalle settimane successive al primo evento il Comitato per la difesa ed il recupero dei beni culturali del territorio di Norcia formato da varie associazioni già attive e capeggiato da Lorenzo Delle Grotti, dirigente scolastico in pensione e antico componente del Consiglio provinciale di Perugia. Una voce a lungo inascoltata, quella del Comitato, anche per l’atteggiamento della Curia spoletina in materia di edifici religiosi che veniva disturbata dalle “interferenze” di gruppi laici.
In un contesto squassato dal sisma, anche se latente tra la popolazione appare subito chiara a qualsiasi occhio esercitato che, una volta superata la primissima emergenza abitativa, va posta mano anche alla ricucitura delle relazioni sociali basate su pratiche quotidiane di vita, non solo produttiva: va recuperato il valore di stili alimentari, consuetudini di vicinato, funzionamento delle comunanze, rispetto delle festività e dei riti tradizionali, delle pratiche religiose e del tempo libero.
Il desiderio di rinascita si e’ manifestato prepotentemente con i concerti in altura di Risorgimarche nel 2017 e nel 2018 promossi da Neri Marcorè con produttore esecutivo Giovanbattista Tofoni.
A Risorgimarche si è affiancato il Festival paesologico promosso dall’Università di Camerino che ne ha affidato la direzione artistica a Franco Arminio.
Con un eco minore ma non meno significative le iniziative diffuse fin dalle prime settimane post/sisma: dai Montanari testoni guidati da Maria Anna Stella, attrice professionista e autrice radiofonica; a Preci Corale  un progetto del Teatro stabile dell’Umbria che avrà la replica anche nel 2019. Attività partite dal mondo della cultura e del teatro proteso in questa ri-tessitura delle comunità.
Entrano a pieno titolo in questo parziale elenco i film e i documentari realizzati a cavallo tra Umbria, Marche e Abruzzo: “La botta grossa” di Sandro Baldoni, “Restart. Comunita’ resistenti” di Daniele Suraci con Giorgio Vicario e Filippo Costantini (una produzione Mente Glocale premiata dal Corecom Umbria), “Il primo cerchio” di Nicola Mariuccini.
In un quadro del genere spicca la realtà di Campi, frazione di Norcia collocata nella Valle del fiume Campiano (conosciuta come Val Castoriana) che si immette nel Nera a valle di Preci: una conca dall’orientamento nord-sud che potrebbe evocare Shangri-La di Orizzonte perduto, scritto nel 1933. Campi e’ presidiata da un “fortilizio sociale” che mantiene ben saldo lo spirito di resilienza: la Pro-loco che mentre dava rifugio a decine di sfollati, organizzandone la vita quotidiana nei primi quattro mesi dell’emergenza, lanciava il progetto “Back to Campi” per la realizzazione di un agri-campeggio utilizzabile per l’accoglienza dei turisti oppure, in caso di nuove calamita’, come struttura di protezione civile.
Una prefigurazione di futuro possibile nel cuore dell’Appennino umbro-marchigiano a cui fanno riferimento anche vari dipartimenti universitari: quello ferrarese di architettura per i rilievi su Campi Alto, quello perugino di ingegneria con un programma di summer school predisposto da I_Lab Smart cities design. Insomma una comunita’ – laboratorio al bordo del Parco nazionale dei Sibillini che potrebbe fare scuola rimanendo profondamente se stessa.

Pubblicato il 26 giugno 2019.