immagine 1(La Redazione) – Quante volte abbiamo sentito dire che l’arte deve erigere ponti e abbattere barriere, insegnarci a cogliere le differenze e ad apprezzarle, costruire occasioni di confronto tra espressioni e codici diversi, tra identità e culture distanti, ecc.… Indicazioni ribadite così tante volte che alla fine, pur se condivise, rischiano di giungerci come slogan ormai stanchi, come dei passepartout utilizzati per promuovere una rassegna o per vendere una manifestazione culturale, o magari per lucidare con una patina di “politicamente corretto” una mostra o una spettacolo che mettono semplicemente insieme opere o artisti provenienti da un Paese che non è il nostro. Diventa quindi assai difficile individuare, tra le tante, quelle esperienze artistiche capaci di attuare veramente il confronto tra artisti di differenti culture, quelle pratiche espressive che sanno inventare e realizzare ex-novo un territorio mediano dove l’incontro si produce perché tutti i partecipanti hanno compiuto un po’ di cammino verso l’altro.
Eppure esistono, tali esperienze, c’è chi si avventura in simili territori e proprio di uno di questi casi merita essere raccontato non solo per il suo risultato finale, una mostra collettiva di opere pittoriche e grafiche, ma per il tragitto che ognuno di questi artisti ha compiuto – non solo geograficamente – per giungere a quel risultato, per portare il proprio contributo a un progetto che ha visto collaborare per alcuni giorni persone provenienti da realtà differenti, vicine o lontane – vicine o lontane rispetto a noi, qui, ma anche per ciascuno rispetto a tutti gli altri, insieme ai quali è stato possibile costruire e vivere questo evento. Parliamo della prima edizione del workshop e della mostra International Migrant Artist, percorso collettivo di artisti di varia provenienza – Marocco, Francia, Arabia Saudita, Oman, Libano, Belgio, Germania, Emirati Arabi, Bulgaria, Giappone e Italia – realizzato dal 3 al 6 aprile 2019 presso il Centro Esposito della Rocca Paolina di Perugia (CERP).
Non a caso, il progetto è nato proprio da un incontro, quello tra Sophie Persello (che, assieme a Stefano Vaselli, ha fondato e guida l’associazione culturale Tangram di Perugia, omonima allo studio di Interior Design che la ospita), e Achraf Hatim, designer marocchino residente da anni nel capoluogo umbro. Achraf è stato il contatto con il collettivo AAC-Ateliers d’artistes Contemporains, che ha sede a Stains (Parigi) e che è da tempo impegnato a promuovere incontri tra artisti di Marocco, Francia e Spagna. Da qui l’idea di estendere tali incontri anche in Italia e, nell’ottobre dello scorso anno, l’iniziativa ha cominciato a prendere corpo con il progetto di realizzare a Perugia un laboratorio stanziale con partecipanti di più Paesi e una mostra finale dei lavori prodotti nel corso del laboratorio.
L’organizzazione di una manifestazione del genere ha richiesto molta energia e buona volontà – tutto il lavoro è stato fatto in modo volontario, e quindi gratuito, non sempre ottenendo ascolto e supporto dalle istituzioni locali – e, ad Achraf, Christine Noel e Sophie, si sono affiancate le varie sezioni dell’AAC: in particolare, nelle persone di Anne Michelle Vrillet e Zine El Abidine, che hanno tenuto contatti con artisti di Francia, Marocco, Arabia Saudita e di altre realtà, gestendo anche la parte economica dell’impresa. Chi ha operato a Perugia ha invece dovuto reperire strutture alberghiere in grado di ospitare gli artisti, come pure una sede adatta dove svolgere il workshop e allestire l’esposizione. Nell’ottica di uno scambio radicato nel territorio ospitante, sono stati coinvolti anche artisti locali e all’appello hanno risposto per lo più coloro che vivono a Perugia, con buona rappresentanza straniera: Natino Chirico, Mauro Tippolotti, Paolo Ballerani e Leonardo Orsini Federici (Italia); Ines Renate Doellert (Germania); Marco Ro e Andreya Angelova (Bulgaria); Chigusa Kuraishi (Giappone), Christine Noel (Belgio).

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Nel corso del laboratorio, l’idea di mescolare e di contaminare non è stata quindi solo materia per un accattivante slogan: nelle sale del CERP, per cinque giorni, una quarantina di artisti hanno lavorato mettendo in comune la loro creatività in uno spazio aperto e condiviso dagli artisti, dai curatori, dagli organizzatori e da tanti spettatori. Ciò proprio nello spirito degli Ateliers d’Art Contemporain (ACC) che, portando artisti a operare in contesti particolari, mira a offrire momenti di riflessione, scambi di saperi, pratiche attive di un’arte intesa a rafforzare i legami sociali e a sensibilizzare il pubblico più vario in percorsi che sappiano stimolare la creatività.

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Non tutto è stato facile o agevole, ovviamente, come non può non esserlo nelle occasioni in cui si confrontano nella pratica persone di identità e formazione culturale anche molto distanti. Vale pertanto spendere due parole sui risultati espressivi raggiunti in questa esperienza che ha mostrato la fruttuosa permeabilità di culture visive diverse, ribadendo alcuni degli aspetti caratteristici della produzione artistica più recente: la fine di gerarchie prestabilite di forme, codici, territori; la messa in questione di categorie critiche ed estetiche che il confronto multiculturale ogni volta ci obbliga a fare, imponendoci di considerare ogni tipo di codice artistico come frutto di molteplici, plurali, multiformi vocazioni. E ancor più significativo è questo discorso quando si misura con una cospicua presenza artistica femminile, come nel caso dell’atelier International Migrant Artist di Perugia dove è stata preponderante. In particolare, quella di cultura islamica, della quale “la comunicazione di massa dominante, spesso ferma su stereotipi stantii, mai racconta l’immaginario estetico e l’impegno creativo” (come ha scritto Davide Silvioli in occasione della mostra).

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Ma, come si diceva all’inizio, questo evento vuole essere solo il primo di una serie, ovvero la prima fase di un percorso che mira a confermarsi e migliorarsi in futuro. Ciò a distinguerlo da tutti quegli eventi, la maggior parte, concepiti per essere consumati in fretta, senza trarre vantaggi futuri dal lavoro fatto per organizzarli e senza depositare il seme di una memoria che potrebbe svilupparsi nel tempo. Si prevede infatti di ripetere l’atelier International Migrant Artist già l’anno prossimo, 2020, coinvolgendo più persone nella sua realizzazione, allargando la tipologia di artisti (non solo quelli di arti grafiche, ma anche scultori), invitando un pubblico di giovani – nello specifico, gli studenti che dovrebbero essere i più direttamente interessati: quelli del liceo artistico Di Betto, e l’Accademia delle Belle Arti. Si intende anche arricchire il workshop con momenti di dibattito e con altre iniziative, per un programma composito che imporrà la ricerca di sponsor – appena uno per l’edizione conclusa: VIT- Vizi in tavola, che ha fornito l’aperitivo nella serata inaugurale al Tangram e poi in occasione del vernissage alla Rocca Paolina. Servirà anche l’attenzione delle istituzioni locali, e il loro aiuto relativamente ai servizi e agli spazi. In questa occasione è stata importante – e continuerà a esserlo – l’attenzione dei media, risultando particolarmente efficace la coincidenza dell’iniziativa con il Festival del Giornalismo che ha aiutato probabilmente a garantire il successo della mostra finale, al cui vernissage ha partecipato l’addetto culturale dell’Ambasciata dell’Arabia Saudita a Roma – per una presenza del tutto trascurata dai rappresentanti istituzionali.
Non ci resta quindi che aspettare la prossima primavera per vedere un’altra avventura di meticciato culturale e artistico a Perugia. Ma intanto merita ricordare i nomi degli artisti che hanno partecipato a International Migrant Artist 2019:

Narjisse El Joubari, Ayoub Amrani, Lamia Belloul, Ouafaa Benjelloun, Mounya Amor, Khadija Lailani, Hatim Ham, Zine el Abidine, Mouad Yebari (Marocco);
Fakhrataj Al Ismaily (Oman);
Rabia Maatouk (Libano);
Manal Mirza, Somaya Hejazi, Merfat Qawas, Thurayya Naji, Hanaa Natto, Amani Qashqari, Nahed Turkestani, Mona Sunbol, Hessa Abdullah, Hainas Farhat, Hanadi Farhat, Aziz Dia, Sahar Ennane (Arabia Saudita);
Fatma Abdullah Lootah (Emirati Arabi);
Ba Haiden, Ines Renate Doellert (Germania);
Adil Haouata, Ma Yane, Christine Noel (Belgio);
Marco Ro, Andreya Angelova (Bulgaria);
Chigusa Kuraishi (Giappone),
Anne Michelle Vrillet, Sophie Persello (Francia);
Barbara Crimella, Natino Chirico, Mauro Tippolotti, Paolo Ballerani, Leonardo Orsini (Italia)

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(Natino Chirico, Dreaming of Africa, opera che accoglieva i visitatori all’inizio del percorso espositivo. Ne scrive Davide Silvioli: “La diversità è ricchezza e il fragore cromatico a cui qui si assiste, racconta la storia di un’Africa che, con energia, si apre a nuovi orizzonti”.)

Pubblicato il 19 giugno 2019.