Copertina
(Foto di Massimiliano Tortora)

(La redazione) – Il fenomeno della cosiddetta “fuga dei cervelli” dall’Italia verso centri di ricerca, aziende, ospedali in altri Paesi costituisce notoriamente un impoverimento di quel “capitale sociale” che è risorsa indispensabile per il progresso civile e culturale di una comunità, più o meno ampia che sia. Le pre-condizioni necessarie a incrementare tale sviluppo vengono azzerate quando non c’è la preoccupazione di valorizzare l’impegno che le giovani generazioni esprimono nel loro percorso di studio e di crescita. Un esempio, solo apparentemente marginale, è costituito dal destino delle tesi di laurea: sporadici risultano i progetti di alcune grandi università per una loro conservazione e utilizzabilità, a fronte di molta trascuratezza nella maggior parte degli altri casi, fino allo smaltimento in discarica.

Nelle righe che seguono azzardiamo una mappa parziale, che riteniamo comunque significativa, di queste pratiche e dei vari atteggiamenti nelle varie realtà accademiche italiane. Lo facciamo con la certezza che solo un ateneo capace di prestare attenzione alle opere dell’ingegno, concepite nei suoi stessi spazi, può considerarsi all’altezza della missione formativa che ha assunto. Di converso, scoprire che quei volumi costati tanta fatica a centinaia di neo-dottori vengono considerati un ingombro può diventare la spia di ben peggiori danni provocati da una pessima interpretazione del ruolo accademico.

Chi ha avuto la fortuna di poter intraprendere un percorso di studi universitario, sa quanta energia ha dovuto spendere per arrivare alla tesi di laurea. Il più delle volte ha dovuto bussare molte porte prima di vedersi aprire quella giusta, quella dove ha trovato qualcuno disposto a seguirlo nella redazione del suo elaborato; con quella persona ha dovuto concordare un argomento su cui fare un po’ di ricerca, e poi ha dovuto scriverne – più o meno diligentemente, o in modo più o meno originale – in una trattazione di lunghezza varia. Ha dovuto successivamente far stampare e rilegare il tutto, presentarlo in segreteria pagando tasse non proprio insignificanti, e quindi aspettare il giorno della discussione per affrontarla con tutti i parenti al seguito. Infine si è laureato e ha potuto finalmente festeggiare il traguardo raggiunto con amici e famiglia. Della fase successiva alla laurea non parliamo, lasciandola all’indagine dei sociologi che ogni mese ci danno il tasso della disoccupazione giovanile, anche di quelli con laurea, e il numero crescente di chi se ne va dall’Italia con una specializzazione in tasca da spendere altrove.

Il tempo e l’energia consumata nell’attraversamento di queste forche caudine costituiscono un’esperienza che ovviamente varia da caso a caso, e ogni fase appena descritta potrebbe individualmente essere corredata da peripezie, intralci, difficoltà varie, insomma ‘digressioni’ (narrativamente parlando). La spesa può essere però quantificata in almeno quattro, cinquecento euro, per riferirci solo ai costi ineludibili – e alle tesi elaborate onestamente dal candidato, senza cioè affrontare il tema scabroso di quelle comprate e quindi, delle numerosissime agenzie che fanno tesi a pagamento e che, per tale servizio, arrivano a pretendere qualche migliaio di euro. E comunque, alla fine della giostra, le tesi, quei libretti o libroni dalle grandi dimensioni che pretendono di contenere un po’ di conoscenza e di sapere, quale destino hanno, a cosa serviranno, e chi mai potrà beneficiare dei dati e delle informazioni che il redattore di ciascuna di esse ha scoperto, descritto e discusso al punto di meritare il titolo di “dottore”?

Molti di noi sanno che le risposte a queste domande sono sconfortanti e in un blog come il nostro, dove proviamo ad affrontare il processo della produzione culturale attraverso il filtro di una economia della conoscenza, la questione non è impertinente. Merita infatti porre un po’ di attenzione all’immenso spreco di sapere perpetrato ogni giorno a cuor leggero nei nostri atenei e noi lo abbiamo fatto prendendo spunto dalle esperienze di alcuni di noi, come studenti o come docenti universitari, e poi da un paio di articoli apparsi di recente su “la Repubblica”. Il primo, pubblicato sulle pagine dell’edizione palermitana riportava la denuncia sui social fatta dal gruppo di studenti “Progetto universitario” dell’ateneo siciliano. Studenti che lamentavano appunto, con sdegno e indignazione, la collocazione dei lavori dei loro colleghi laureati dentro i cassonetti: “È vergognoso che il sapere finisca nella pattumiera piuttosto che diventare patrimonio studentesco, utile per gli studenti che verranno”, scrivevano giustamente. A questa denuncia ha fatto seguito un articolo più approfondito di Valeria Strambi (“la Repubblica”. 25.1.2019, p.36), la quale affrontava con meraviglia e qualche ironia questo stesso fenomeno descrivendo le strategie che in tante università italiane vengono escogitate per disfarsi di questa massa di carta e cartone che, impilata, accatastata o stipata dentro cartoni, ingombra armadi e stanze di docenti, uffici e corridoi di dipartimenti. Dall’indagine della Strambi abbiamo così appreso – ma chi ha frequentato qualche ateneo lo ha visto certamente con i propri occhi – che c’è chi usa qualche vecchia tesi per puntellare sedie e tavoli zoppicanti nel proprio ufficio in dipartimento, o chi per arginare spifferi; ma la maggior parte, quando è sovrastato da questo materiale, si rivolge a trasportatori o ad agenzie locali di smaltimento rifiuti per portar via quelle pile e pile di elaborati che nessuno ha mai più sfogliato dal giorno dopo la discussione. Viene quindi il dubbio che gli studenti di tutta Italia potrebbero avanzare la stessa rimostranza espressa pubblicamente da quelli palermitani, perché le eccezioni alla pratica del cassonetto e del macero risultano davvero poche.

Va anche detto che questo destino è riservato non a tutte le tesi. Come sappiamo, le lauree sono di tre gradi, ed è così dal 1999, da quando fu istituito il percorso di studi cosiddetto “3+2”. Esiste pertanto un primo livello, con laurea triennale, e un secondo livello, con laurea magistrale (o specialistica) biennale. Poi c’è il dottorato, generalmente conseguibile dopo un ulteriore triennio, ma questo è un percorso aperto solo a pochi e selezionati candidati che percepiscono per giunta anche un assegno per i loro studi e per le collaborazioni offerte al dipartimento nel quale fanno ricerca. Il numero dei laureati cala esponenzialmente dal primo al terzo livello, come cambia significativamente il livello di elaborazione, di qualità di ricerca e di numero di pagine dell’elaborato finale richiesto nei tre casi. E se la tesi di dottorato sovente si traduce, dopo una successiva riscrittura, in un volume a stampa, la sorte più incerta la hanno le tesi degli ordini inferiori. Che sono quelle delle quali ci stiamo appunto interessando qui, ovvero la stragrande maggioranza – solo le tesi di laurea triennale, per intenderci, rappresentano circa il 75% del totale.

NUMERO LAUREATI DEL 2016 NEGLI ATENEI DELL’ITALIA DI MEZZO

Tabella(Fonte: Ministero Università Ricerca)

Dicevamo di eccezioni alla pratica del macero. La Ca’ Foscari di Venezia sembra essere uno di queste, con un archivio online delle tesi magistrali e dottorali organizzato per titoli, autori, soggetti – e questo sarebbe il modello da seguire in quanto consente una loro reale utilizzazione. Esistono poi atenei che inseriscono le loro tesi in un archivio centralizzato, per titolo e nome del candidato, come all’Università di Firenze, o di Torino. Ma comprendere l’eventuale utilità di una tesi consultando quel tipo di archivio risulta complicato, spesso fuorviante, e allora alcuni dipartimenti di certe università obbligano i loro laureandi di specialistica a depositare una copia dei loro lavori anche nella biblioteca – lo fa, tra gli altri, Arezzo, sede distaccata di Siena.

La casistica è quindi la più varia e fare uno spoglio o un campionamento di tali archivi in Italia – laddove esistono – è comunque un lavoro impossibile. Non esiste un modello di catalogazione universale e, nella maggior parte degli atenei, è tutto lasciato alla buona volontà dei singoli dipartimenti, la maggior parte dei quali, come detto, mettono quelle triennali in qualche deposito in attesa di smaltimento, conservano più a lungo – ma più spesso senza schedarle per soggetto – quelle biennali, e si limitano ad archiviare e schedare per bene solo le tesi di dottorato che, del resto, sarebbero soggette comunque al deposito legale presso le Biblioteche Nazionali Centrali (Firenze e Roma).

Proprio per questo motivo, negli ultimi anni molte università hanno abolito la tesi triennale, sostituendola con un breve elaborato valutato dallo stesso docente che ha seguito la stesura, oppure da un colloquio/esame. Viene allora da chiedersi se è mai possibile che il lavoro, più o meno intenso, più o meno interessante di migliaia di studenti possa essere ritenuto di nessun valore scientifico anche se è stato seguito e avallato da professori universitari; quegli stessi docenti che, alla fine dell’opera, fregiano del titolo di dottore, ossia di esperto in una determinata materia, lo scrivente di una tesi che il giorno dopo la discussione sarà parcheggiata in qualche deposito in attesa di essere smaltita tra i rifiuti. E questo, come si diceva, per uno spreco che appare doppiamente colpevole: perché ogni ricerca svolta è un percorso che conduce inevitabilmente a un vicolo morto, in quanto non mira a produrre un tratto del cammino, un pezzo di progresso scientifico; e perché ha come risultato la totale svalutazione di quanto compiuto dal neo-dottore per giungere alla sua laurea.

Chiusura
(Foto: PalermoToday)

Se poi si chiede ai docenti ragione di un simile sperpero, vi diranno che la maggior parte di questi elaborati non valgono neppure lo spazio nei quali vengono conservati; oppure che le università hanno sempre meno personale e non possono permettersi il lusso di impiegare qualcuno a schedare con un minimo di utilità gli elaborati prodotti. Ma allora perché si pretende che il candidato compia quel percorso, quasi sempre tortuoso, che porta alla tesi? E cosa si insegna mostrando che il lavoro fatto merita solo l’attenzione dei topi (quelli veri, non quelli di biblioteca), magari pure dichiarando a lezione che l’impegno alla fine paga sempre? E sapete, per l’intanto, quale soluzione è stata trovata da moltissimi atenei? La tesi che viene depositata nelle segreterie, una volta cartacea, è stata sostituita da un cd. Così sarà almeno ridotto al minimo lo spazio occupato nei depositi. Con buona pace dei suddetti topi, che invece avrebbero potuto continuare a smentire tutti quegli ignorantoni sempre pronti a dichiarare che con la cultura non si mangia.

Pubblicato il 22 maggio 2019.