(La Redazione) – Abbiamo ricevuto la seguente email da una lettrice del nostro blog, che ci pone una questione molto discussa di questi tempi e noi raccogliamo volentieri l’invito a ragionarci, contenti che qualcuno ci consideri interlocutori non solo per problematiche attinenti strettamente ai nostri territori. La questione che infatti Laura B. pone ha a che fare con la diffusione dei libri e la censura, con l’esistenza o meno di limiti alla circolazione delle idee (e delle ideologie), temi controversi che stanno alla base di ogni possibile discorso sulla cultura, orientandolo e informandolo.

Buon giorno. Seguo con interesse il vostro blog dalle sue prime uscite e vorrei sollecitare un vostro parere in merito all’acceso dibattito che in questi giorni si sta svolgendo intorno alla presenza della casa editrice Altaforte (“vicina” a Casapound) al Salone del Libro di Torino. La mia opinione a riguardo è che sarebbe opportuno porre filtri o paletti a qualunque espressione divulgativa di idee, concetti, opinioni che vanno nella direzione opposta al concetto di democrazia, prescindendo da tutti i cavilli questa volta utilizzabili per rilevare nella suddetta editrice una linea riconducibile al reato di apologia del fascismo.
Un limite, questo, che secondo me dovrebbe valere per chiunque tentasse di sdoganare la pedofilia, per esempio, o la misoginia, o la supremazia di certi gruppi etnici su altri, ecc. ecc. Lo spazio da lasciare aperto alla libera circolazione del pensiero ritengo sia quello tra idee differenti che abitino la stessa casa del rispetto dei valori democratici, e non solo nelle parole ma anche e soprattutto nei fatti.
Vi ringrazio dell’attenzione, in attesa di una vostra risposta.
Laura B., Roma
10.5.2019

Gentile Laura B., ringraziando per la considerazione, veniamo alle questioni che Lei pone, che sono poi le stesse che in questi giorni sono rimbalzate su giornali, radio, televisione e rete. Possiamo intanto tirarci fuori dall’obbligo di stabilire le responsabilità o le colpe degli organizzatori del Salone di Torino riguardo sia le scelte fatte in fase di programmazione, sia l’ospitalità prima concessa e poi rifiutata ad Altaforte. Ognuno può giudicare da sé in merito, ma forse possiamo dire che certi interventi sulla disputa di Torino potrebbero anche far pensare alla classica battuta “io non sono razzista, ma…” – talmente classica da aver recentemente ispirato anche una canzone divertente di Willie Peyote. Se però volessimo declinare il ragionamento in maniera più articolata, potremmo dire così: fino a che punto ci possiamo spingere a tollerare nel nostro dibattito culturale idee che lambiscono territori pericolosi dove sappiamo si continuano a coltivare ideologie incitanti alla sopraffazione, alla violenza, allo sterminio? Si, perché – fino a prova contraria – la posta in gioco è la circolazione delle idee, in quanto a stabilire cosa è reato di “apologia del fascismo” dovrebbe essere la Legge (anzi due, nel caso specifico: le cosiddette “legge Scelba” e “legge Mancino”). Diciamo che ci dovrebbe essere, ma invece succede spesso che neanche la Legge sembra saper (o voler?) dirimere i confini tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, con il risultato che in quella zona vaga e discutibile c’è chi i limiti li tira di qua e chi li tira di là.
Un’altra distinzione doverosa: noi dobbiamo parlare delle idee che sono nei libri, quelli che il Salone di Torino promuove, non delle idee che appartengono alle persone che i libri pubblicano. Sappiamo che Francesco Polacchi, l’editore di Altaforte, ha dichiarato pubblicamente di essere fascista e che “Mussolini è stato sicuramente il miglior statista italiano”, affermazioni che sembrano violare la già citata “legge Scelba” – quella che, tra le altre cose contenute nel suo articolo 4, vieta l’esaltazione di esponenti del fascismo. Ma possiamo estendere l’eventuale reato – e la non avvenuta incriminazione – anche all’attività professionale del dichiarante? In altri termini, di quel reato dovrebbe essere investito, con forzata metonimia, anche il libro pubblicato dal signor Polacchi contenente l’intervista all’attuale ministro degli Interni della nostra repubblica? Si converrà che la questione non è di poco conto, considerato il fatto che la stessa Legge continua a non fornirci risposte univoche aiutando così chi tende a confondere l’abuso con il diritto.
Proprio Lei, Laura, fa però la distinzione sacrosanta tra le parole e i fatti, e del resto abbiamo visto che anche dietro certe parole possono adombrarsi reati – l’esaltazione del fascismo, nel nostro caso. Ma, di fatto, nelle parole contenute nel libro, in quelle scritte dall’intervistatrice o dichiarate dal ministro, quelle parole criminali ci sono effettivamente? E una Legge, come quella che abbiamo citato e la cui applicazione non riesce a discriminare il lecito dall’illecito neppure per i fatti, neppure di fronte a saluti romani e striscioni osannanti al Duce, saprebbe mai agitare divieti contro parole che sembrano ideologicamente simpatizzare ma che poi si sperticano in distinguo e distanze?

Veniamo allora al punto e poniamoci questa domanda: è meglio che certe idee, anche quelle che a noi appaiono politicamente ‘pericolose’, circolino alla luce del sole richiamando la nostra attenzione e le nostre reazioni all’interno del dibattito (magari anche a sollecitare un eventuale intervento da parte della magistratura), o che piuttosto quelle idee covino dentro circuiti segreti, o magari clandestini, con il rischio che suppurino in intenzioni indocili o, peggio, in azioni aggressive? Il funzionamento sano di un circuito democratico delle idee non è forse un agone dove le idee si confrontano ed eventualmente si sfidano? E un Salone del Libro, del libro senza aggettivi o attributi, cosa dovrebbe fare se non offrire quell’agone, se non ospitare libri, ossia parole che sperabilmente abbiano dietro delle idee?

Certo, il discorso è assai più complesso di così: non tutte le parole e le idee hanno la stessa possibilità di divulgazione e di circolazione, quindi in pratica la stessa potenza e lo stesso ascolto. Ma difendere il diritto di tutti alla parola, perché questo è l’humus della democrazia, dovrebbe anche incitare tutti a creare più occasioni possibili di confronto (e Lei ricorderà pure quando il Salone di Torino osteggiò in ogni modo la creazione a Milano di un evento parallelo, “Tempo di Libri”, la manifestazione che per due anni ha fatto appunto competizione a Torino).
Possiamo oggi dire con certezza che l’estromissione di Altaforte dal Salone ha provocato alcune reazioni: per esempio, quella dell’autrice del libro su Salvini, che si è peritata di dire “Io sono come gli scampati ai campi di concentramento”, dimostrando di avere un’idea alquanto vaga di quale possa essere la condizione degli internati; oppure quella dei tanti che hanno accusato la sindaca torinese, assieme al presidente della Regione piemontese, di arroganza, intolleranza, azione censoria, ottusità barbarica; fino ad arrivare a quanto dichiarato da Giampaolo Rossi, membro del CdA RAI e vicino a Fratelli d’Italia: “Assistiamo da decenni a forme di intolleranza nei confronti delle realtà non allineate all’ideologia dominante. Quello ai danni di Altaforte è solo l’ennesimo esempio. È un fenomeno che si ripete spesso in Occidente; agli intellettuali non conformisti, spesso, non è consentito di parlare nelle università, non possono trattare temi considerati scomodi”.
Il grande rifiuto del Salone di Torino ha quindi dato modo a certe persone di erigersi come portatori di un pensiero ‘scomodo’ e non allineato, perfino di dirsi martiri della censura. È poi riuscito a regalare grande visibilità mediatica a un editore dichiaratosi fascista e al suo libro su Salvini, e se queste erano le intenzioni di chi ha posto il rifiuto, sembra proprio che l’obiettivo sia stato raggiunto. Ma tutto ciò, paradossalmente, non va proprio contro l’assunto di tutte quelle persone, onestamente democratiche, che ritengono che certe idee non dovrebbe avere diritto di circolazione in una Paese che si definisce appunto democratico? E non sarà che queste stesse persone non riescono a considerare che in un Paese (ancora) democratico, la restrizione al libero circolare delle idee può anche produrre l’effetto boomerang che abbiamo visto in questi ultimi giorni?

Pubblicato il 15 maggio 2019.