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(fonte: http://bit.ly/GildaVeneziaFoto)

Circa un anno fa, la Fondazione Giovanni Agnelli pubblicava un report dal titolo “Scuola. Orizzonte 2028. Evoluzione della popolazione scolastica in Italia e implicazioni per le politiche” che mostrava un dato impressionante: nel decennio 2018-2028 il numero di studenti nella scuola italiana è destinato a calare da nove a otto milioni. Un anno dopo, Stefano Molina, dirigente di ricerca presso la stessa Fondazione, intervenendo al programma radiofonico “Fahrenheit” del 17.4.2019, ha convalidato la previsione con dati che confermano il trend del progressivo svuotamento delle classi nelle nostre scuole. Catastrofismo? No, perché basta vedere un indice già assodato certo: il calo delle iscrizioni nell’ultimo triennio registrato dal Ministero. Dall’a.s 2015/16 se ne sono perse circa 190.000, ossia il 2,4%.

Questa tendenza caratterizza la situazione italiana? Pare proprio di sì, in quando su un mantenimento pressoché costante della popolazione scolastica totale nella UE per il prossimo decennio, l’Italia vede il calo più massiccio di studenti (15%) a fronte di contesti nazionali dove la flessione è assai meno pronunciata, o dove addirittura si prevede un innalzamento (la Svezia del 25%, la Gran Bretagna del 9%). E da cosa è generata una simile flessione nel nostro Paese, e cosa sta a significare, cosa implica, quali conseguenze può avere? E che interesse ha una questione del genere per noi e per i discorsi che stiamo portando avanti in questo sito? Ha cioè a che fare in qualche modo con la cultura e con la sua produzione?

Proviamo ad affrontare tali domande partendo dal dato che probabilmente ci parla delle cause del fenomeno. La ricerca “Orizzonte 2028” lo attribuisce al calo sempre più marcato della natalità in Italia nell’ultimo decennio, dovuto sia a quello delle madri potenziali (-10%), sia a quello del tasso di natalità (-6%). E se in passato questa decrescita era stata compensata dalla prolificità delle donne migranti approdate nel nostro suolo, negli ultimi anni anche la propensione ad avere figli delle madri straniere è assai diminuita, come è diminuito progressivamente il flusso migratorio che ha interessato il nostro Paese – per un dato inoppugnabile che però non modifica il tono allarmistico con il quale da noi continua a essere affrontata la materia ‘flussi migratori’.

Le cause della denatalità italiana? Le sappiamo: la crisi economica che da dieci anni falcidia i redditi medi e medio-bassi; la mancanza di politiche sociali e di quelle rivolte alla famiglia, da ogni governo promesse ma mai seriamente realizzate; quindi la grave carenza di sostegni che possano dare fiducia alle giovani coppie, ai genitori che hanno bisogno di lavorare e che più di un figlio non possono permettersi, agli immigrati che trovano sempre più ostacoli a una loro integrazione in un Paese che invece alza muri, chiude porti e mostra i muscoli per far sentire loro quanto possano essere indesiderati.

Ne risultano quei numeri di cui si diceva all’inizio, che nel prossimo futuro genereranno conseguenze facilmente intuibili: una diminuzione di classi, di plessi scolastici, di insegnanti e di personale delle scuole. Interroghiamoci allora anche su tali questioni guardando più in dettaglio i dati forniti dalla ricerca della Fondazione Agnelli. Ci limitiamo a quelli riguardanti il territorio sul quale abbiamo posto la nostra lente di ingrandimento. Di seguito, le percentuali di variazione di popolazione studentesca tra a.s. 2017-18 e a.s 2027-28 distinta per grado scolastico:

Regione Infanzia Primaria Sec. I grado Sec. II grado
Emilia Romagna – 12% – 17% – 9% + 8%
Toscana – 10% – 16% – 12% + 4%
Marche – 12% – 17% – 13% + 0%
Umbria – 13% – 18% – 15% + 2%
Lazio – 8% – 13% – 10% + 6%
Abruzzo – 10% – 13% – 11% – 2%
Molise – 11% – 13% – 13% – 12%

Questi sono invece i dati relativi alla variazione del numero delle classi:

Regione Infanzia Primaria Sec. I grado Sec. II grado
Emilia Romagna – 548 – 1411 – 436 + 625
Toscana – 346 – 1035 – 464 + 253
Marche – 180 – 483 – 208 + 5
Umbria – 117 – 291 – 147 + 29
Lazio – 485 – 1451 – 663 + 642
Abruzzo – 125 – 302 – 149 – 45
Molise – 30 – 66 – 41 – 66

Come si vede, la scuola media superiore, almeno nelle regioni dove il flusso migratorio negli anni scorsi è stato più consistente, nel 2028 registrerà ancora un incremento nel numero degli iscritti; numero che però sarà anch’esso destinato a calare nel decennio successivo, quando tutte le variazioni rischiano di essere solo negative.

È stato anche calcolato il risparmio generato dalla riduzione degli iscritti: prevedendo la cancellazione di 55.600 posti/cattedre, solo per questa voce si risparmierebbero circa 1.826.000.000 euro – una bella cifra senz’altro. Rimane però da chiedersi se il fenomeno può essere letto solo in termini economici, di risparmio di soldi pubblici, o se invece vanno pure comprese le sue ricadute negative, vagliati i suoi corollari attraverso categorie che attengono a un’altra economia, quella della conoscenza e dello sviluppo culturale del nostro Paese – ed è in tal senso che ragionare sugli esiti di questo fenomeno ha per magazzinocultura un forte interesse. Perché azzerare centinaia di scuole restringerà inevitabilmente l’offerta educativa su tutto il territorio nazionale, diminuirà la possibilità di scelta dei percorsi formativi, le opzioni garantite agli studenti del prossimo futuro. E ciò avrà il suo più pesante effetto nei piccoli centri, nelle zone rurali e montane, nelle aree alpine e appenniniche, ossia nelle realtà culturalmente più fragili e isolate, ossia proprio quelle dove il calo demografico degli ultimi due decenni ha obbligato a fare di necessità virtù. È infatti in quei contesti che hanno mosso i loro primi passi gli istituti comprensivi dove nello stesso plesso coesistono scuole di grado diverso, o le scuole pluriclassi dove hanno imparato a convivere bambini di età differenti, con esperienze didattiche coraggiose e innovative che hanno visto i più grandi aiutare i più piccoli nella loro crescita scolastica, e non solo quella. Ma che futuro potranno avere queste realtà educative quando il numero di iscritti calerà ulteriormente?

La riduzione del numero degli insegnanti richiesti nelle scuole in un futuro molto prossimo porterà con sé altri esiti, tutti da valutare con grande attenzione. Proviamo a elencarli. Si verificherà un progressivo decremento del turn-over, ovvero una perdita secca di posti di lavoro qualificati. Saranno inoltre sempre meno coloro i quali, una volta finita la scuola superiore, vorranno intraprendere percorsi di studio proiettati verso una laurea in materie umanistiche, da sempre le più vocate all’insegnamento. Ma una scuola che vede diminuire classi e insegnanti correrà anche un altro pericolo: quello di maestri e professori sempre più anziani. La restrizione del turn-over implica infatti un progressivo invecchiamento del corpo docente, con il rischio di un rallentamento/decremento delle possibilità di innovazioni didattiche introdotte generalmente con il rinnovamento generazionale della classe docente. In totale controtendenza con tutte le dichiarazioni e proponimenti di quanti vanno asserendo che lo sviluppo del nostro Paese è dipendente da un’accelerazione dell’innovazione scientifica e tecnologica, e dunque da una scuola che sa rinnovarsi e adeguarsi ai tempi.

Si potrà dire che, di fronte al decremento demografico, e quindi al conseguente calo di iscrizioni scolastiche, le politiche educative e formative possono ben poco. Se questo è vero, quelle politiche possono però trasformare il fenomeno della decrescita in un’opportunità di crescita – in un’occasione di sviluppo culturale, di trasformazione e innovazione della nostra scuola per proiettarla possibilmente verso le richieste provenienti dal mondo contemporaneo. Quei quasi due miliardi di euro che ogni anno sembra si possano risparmiare potranno essere utilizzati in modo molto virtuoso, specialmente in un Paese che nei suoi edifici scolastici registra un crollo o un distacco d’intonaco ogni quattro giorni, dove nell’ultimo biennio solo in una scuola su quattro è stata verificata la vulnerabilità sismica, e dove sempre una scuola su quattro ha ricevuto regolare certificazione della sua agibilità/abitabilità. Tutti dati forniti da Cittadinanzattiva nel suo XVI rapporto sulla sicurezza delle scuole italiane del settembre 2018, assai preoccupanti considerando l’assetto idrogeologico del nostro territorio, le tante zone a rischio sismico – specialmente nel centro Italia.

Ma con quei soldi eventualmente risparmiati si può cambiare effettivamente la nostra scuola, darle slancio, vigore, capacità formativa. Potremmo finalmente incrementare i finanziamenti a essa dedicati, molto più avari di quanto si fa nella UE, sia per quanto riguarda i meccanismi, sia per la loro entità che pone oggi l’Italia al terz’ultimo posto in Europa: con il 4% del Pil, circa un punto percentuale in meno rispetto alla media europea (4,9%) e appena al di sopra della metà di quanto investe la Danimarca (7%), e ben al di sotto della Svezia (6,5%) o del Belgio (6,4%), per fare solo due esempi. E, come pure suggerito nello stesso report “Orizzonte 2028” dal quale siamo qui partiti, una maggiore disponibilità finanziaria (o una parte di quella) potrebbe essere utilizzato sia per aumentare il numero degli insegnanti per classe migliorando così la didattica (con moduli, attività interdisciplinari, co-presenze, ricerca), sia per ridurre il numero medio degli studenti per classe, in particolare nei contesti e nelle situazioni più problematiche. Come si potrebbe anche incrementare l’orario di apertura delle scuole consentendo finalmente l’allargamento del tempo pieno o di quello prolungato, percorsi di recupero, attività integrative: facendo così della scuola un presidio sul territorio che, oltre a contrapporsi all’abbandono scolastico, possa coadiuvare il contrasto al disagio sociale, alla povertà culturale, alla disgregazione delle comunità.

Foto 2Insomma, l’invito è quello a ragionare più in grande e con maggiore prospettiva rispetto ai cambiamenti che stanno investendo il sistema educativo e formativo di questa area del mondo, e il nostro Paese in particolare. Basterebbe partire da certe pratiche di un’economia molto più spicciola: cosa fa, infatti, un buon padre di famiglia se non  investire i propri risparmi per migliorare la condizione dei propri figli, per farli crescere ed educare al meglio delle proprie possibilità, per avere in breve la visione di un (loro) futuro migliore?

Pubblicato il 24 aprile 2019.